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Laureati con l'idea del bene comune e il mito del posto fisso: ecco i nuovi assunti nella Pa

Mercoledì 6 Luglio 2022 di Alessandra Camilletti
Laureati con l'idea del bene comune e il mito del posto fisso: ecco i nuovi assunti nella Pa

Una contrattazione sempre più diretta, tra lavoratore e datore di lavoro.

Anche nella pubblica amministrazione, dove l’80% dei neo assunti prova orgoglio quando l’ente raggiunge un buon risultato. Anche se l’86% è contento di indicare tra le caratteristiche della nuova occupazione quella del «posto garantito, tutelato, con stipendio sicuro», riproponendo stereotipi che nella storia del lavoro non sono mai stati motivo di stimolo alla crescita professionale. È un lavoratore sempre più individualista quello che emerge dall’indagine condotta dal centro studi Cestes Proteo, in collaborazione con l’Unione Sindacale di Base, presentata in un confronto con Funzione pubblica e Aran. Il documento redatto da Davide Di Laurea, ricercatore Istat e delegato Usb Ricerca, dà conto delle interviste effettuate tra 1.170 nuovi assunti nella Pa dal 2018 nelle amministrazioni centrali (38%), negli enti pubblici non economici (34%) e nelle amministrazioni locali (23%).

Chi sono le nuove leve? Come vivono la Pa, a partire, per esempio, dal concetto di posto fisso per antonomasia e dal rapporto con il sindacato da sempre fortissimo nel pubblico impiego? Ciò che emerge anzitutto è che il sindacato sembra svolgere meno la sua funzione storica di tutela dei lavoratori, mentre somiglia più a un arbitro che media con il datore di lavoro-Stato, con il quale i nuovi assunti preferiscono trattare direttamente le loro condizioni. Che cosa è successo, dunque? «È un fenomeno abbastanza epocale, che non riguarda solo la pubblica amministrazione – sottolinea Lorenzo Giustolisi, insegnante, componente dell’esecutivo nazionale Usb – Lo leggiamo da una parte come una difficoltà dei corpi intermedi, appunto i sindacati, di riuscire a ottenere cose che comportino un miglioramento complessivo della vita dei lavoratori. E dall’altra come un individualismo diventato quasi caratteristica sociale di tante fasce di lavoratori. Nel pubblico impiego la percentuale di sindacalizzati è abbastanza alta, ma in alcuni casi il sindacato resta corporativo, autonomo, poco esplicito sui valori e molto meno in grado di agire». Un tema che si lega a doppio filo con l’organizzazione del lavoro, specie in tema di smart working. «I lavoratori non rifiutano per principio lo smart working, in alcuni casi è una soluzione di conciliazione tra vita lavorativa e vita privata: in assenza di uno stato sociale, si pensa, la risoluzione alle mie necessità personali può anche passare da lì. C’è dunque una spinta a isolarsi, ma c’è anche una maggiore disponibilità a sopportare un aumento del carico di lavoro che fa crescere la produttività», spiega Giustolisi. Resta da chiedersi se sia giusto che una pubblica amministrazione si relazioni a distanza con il cittadino.

I NUMERI

Qualche riflessione a partire dai numeri. Tra i punti di forza del lavoro nella Pa c’è il bene pubblico come obiettivo per il 60% degli intervistati. E ora un contro-dato: per il 19% è un punto di debolezza «il fatto che si è perso di vista l’obiettivo del raggiungimento del bene pubblico». Come si coniugano visione critica e potenzialità? «Non c’è sfiducia né mancanza di valore del lavoro pubblico, ma sicuramente c’è uno scarto tra aspettative e potenzialità», sottolinea Giustolisi. Trentenni, per la gran parte con laurea, con esperienze lavorative nel settore privato, i nuovi assunti si sentono sottoimpiegati rispetto al titolo di studio, sebbene reclamino formazione. E come può incidere nell’efficienza della Pa la garanzia del posto a vita, ultima “isola felice” in un mercato del lavoro che ormai propone sempre meno il posto fisso? «Per il sindacato ciò rappresenta un valore: un lavoro a pieno diritto e a pieno reddito deve essere un esempio per altri settori – sottolinea Giustolisi – In che senso può essere un disvalore? Deve esserci consapevolezza e solidarietà con chi ha condizioni diverse, altrimenti si produrrebbe solo isolamento». Ma quali sono i valori che si perseguono quando si cerca un posto nel settore pubblico? Spiega Giustolisi che c’è sicuramente una varietà di approccio. Dove incide il fattore della sicurezza nel momento in cui si devono compiere passi di vita sociale come l’acquisto di una casa o il pensare al futuro dei figli. «Una riflessione – sottolinea – va fatta a livello culturale: quanto più c’è condivisione di valori tanto più viene una scelta di altruismo sociale. Se la società è un tutti contro tutti, cresce anche la ricerca della sicurezza». Il 77% dei soggetti intervistati rigetta l’idea del dipendente pubblico fannullone, ma va anche detto che il 46 è in disaccordo con i giudizi di efficienza della Pa. Il 71% ritiene che «troppi dipendenti sono anziani e non adeguatamente formati», il 68% pensa che ci siano ancora sprechi e il 55% che le «ingerenze politiche rappresentano il vero problema». Innovazione, efficienza e autonomia non sono caratteristiche che i nuovi assunti rintracciano nella Pa. Per il 62% è allora necessario promuovere innovazione tecnologica e digitalizzazione mentre il 73% ritiene che una maggiore efficienza possa venire dalla formazione. Ma di quanto la produttività nella Pa potrebbe crescere grazie alla formazione? «Di molto. La formazione porta in sé anzitutto l’aumento della qualità del servizio prestato – dice Giustolisi – Ma penso anche alla relazione, al modo in cui ci si rapporta con l’utenza che di sicuro ne trarrebbe un gran beneficio». 

Ultimo aggiornamento: 8 Luglio, 11:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA