Auto, così la Cina anticipa i dazi e riempie i porti d’Europa

Sovra-capacità produttiva e sussidi, mettono a rischio la più importante industria del Vecchio Continente

Auto, così la Cina anticipa i dazi e riempie i porti d’Europa
di Andrea Bassi e Gianni Bessi
Martedì 28 Maggio 2024, 06:44
4 Minuti di Lettura

Poco tempo fa nel porto olandese di Vlissingen nei Paesi Bassi è attraccata la Byd Explorer numero 1. Una nave di nuova generazione, alimentata con combustibili non inquinanti, costruita in Cina con unico scopo: trasportare automobili elettriche verso l’Europa. Lunga 200 metri e larga 38, ha una capacità di carico di 7 mila veicoli. Nei cantieri navali cinesi, di navi simili ce ne sono in costruzione decine. Quelle già in navigazione da diversi mesi hanno iniziato a riempire i piazzali dei porti del Nord Europa di veicoli. Secondo il Financial Times anche nel porto di Livorno in Italia e in quello del Pireo in Grecia le auto cinesi si starebbero accumulando. Le foto satellitari, stanno facendo il giro del web. Sembrano le legioni di un esercito che si sta accampando. L’auto elettrica made in China si prepara a invadere i mercati europei. Da anni Pechino sovvenziona il settore fornendo incentivi all’acquisto di auto ad alimentazione elettrica. Forte del suo gigantesco mercato interno, la Cina ha fatto l’unisca scelta possibile per raggiungere e superare tecnologicamente l’Occidente nel settore vitale dell’auto. Ha deciso di non inseguire lo sviluppo del motore endotermico, ma di saltare direttamente alla tecnologia successiva. Dove, grazie ai sussidi statali, ha raggiunto una leadership assoluta. L’offensiva del Dragone, fa tremare il modello economico occidentale fondato sull’industria meccanica delle quattro ruote. L’America, per proteggere la sua economia, si è già mossa. L’amministrazione guidata da Joe Biden ha deciso di alzare i dazi sulle importazioni di auto cinesi poco sopra il 100 per cento. L’Europa è rimasta per ora alla finestra. Nel G7 finanziario della scorsa settimana a Stresa, sul Lago Maggiore, i sette grandi hanno accusato la Cina di un «uso globale di politiche e pratiche non di mercato». Il “Celeste Impero”, con i suoi sussidi, finanzia una sovra-capacità produttiva della sua industria automobilistica, che può invadere con i suoi prodotti a costi più bassi, i mercati occidentali.

LA REAZIONE

Dopo l’America anche l’Europa si prepara ai dazi? I ministri italiani Giancarlo Giorgetti e Adolfo Urso, hanno lasciato intendere che probabilmente sarà l’unica soluzione possibile.Ma potrebbe essere tardi.

La Cina riesce a stare sempre un passo avanti. Le migliaia di auto stipate nei porti europei. e le altre che arriveranno, sfuggiranno alle imposizioni. Così come sfuggiranno le auto prodotte direttamente in Europa. Byd, il marchio cinese che ha superato Tesla, è già presente in Ungheria a Komaron con una fabbrica di gli autobus elettrici ed ora ne sta costruendo una per sole auto sempre in Ungheria, a Szeged. Nelle settimane scorse Xi Jinping, nel suo tour europeo, ha fatto tappa a Budapest, per ribadire la sua vicinanza strategica con Victor Orban. Un alleato potente anche per il suo diritto di veto in sede Europea.

Ma non c’è solo l’Ungheria. Anche nel G7 ci sono Paesi come la Germania, che si mostrano tiepidi sui dazi alle auto del Dragone. Ancora troppe le interessenze tra l’economia tedesca e quella cinese. Chi può, come Stellantis, invece, prova ad “abbracciare” l’avversario. Il gruppo guidato da Carlos Tavares ha siglato un accordo con Leapmotors. Aprirà al produttore cinese le proprie concessionarie nel Vecchio Continente. La Cina, dal canto suo, tira dritto. Ieri la portavoce del ministro degli Esteri Mao Ning, ha definito «inaccettabile» che il G7 dei ministri finanziari di Stresa abbia accusato in modo unilaterale di «comportamento non di mercato» i cinesi.Un approccio definito «discriminatorio».

Le accuse di violare le leggi del libero mercato sono state ribaltate sugli occidentali. Intanto però Pechino ha ufficializzato il più grande fondo di investimento mai lanciato nel Paese al servizio dello sviluppo dei microchip con una potenza di fuoco di 47,5 miliardi di dollari. Un’iniziativa che punta allo sviluppo dei semiconduttori, una delle principali aree di scontro con gli Stati Uniti d’America. La Cina è intenzionata ad arrivare ad un’indipendenza strategica anche nel settore. Pechino vuole bruciare le tappe. E soprattutto coprire tutta la filiera dell’auto green. La Cina, ha osservato Luca De Meo, ceo di Renault e presidente dell’Acea, «ha una generazione di vantaggio» sull’auto elettrica. Quella stessa tecnologia a cui l’Europa si affida completamente per la transizione energetica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA