Cashback, l'inganno del provvedimento flop: zero effetti sull'evasione fiscale

Domenica 10 Gennaio 2021 di Alberto Brambilla
Cashback, l'inganno del provvedimento flop: zero effetti sull'evasione fiscale

Secondo l’ultima relazione del Parlamento Europeo, l’Italia ha il record dell’evasione fiscale e contributiva; ogni anno i mancati pagamenti dovuti allo Stato ammontano a 190,9 miliardi di euro; seguono la Germania, con 125,1 miliardi, e la Francia, con 117,9 miliardi. E quali sono le attività nelle quali è maggiore l’evasione? Sono quelle, anche per gli importi medi per operazione, della fornitura diretta di servizi alle famiglie, operazioni sulle quali grava un pesante carico fiscale sia diretto che indiretto (Irpef, contributi e Iva).  

È un fatto noto all’Agenzia delle Entrate sui cui dati abbiamo analizzato i redditi 2018 dichiarati nel 2019, dai quali emerge che ben il 74% degli oltre 41 milioni di dichiaranti versa una aliquota molto bassa tant’è che il 43,88% dichiara redditi da zero o addirittura negativi, a 15 mila € lordi l’anno, (una media di meno di 7.500 euro l’anno per vivere) e versa all’erario solo il 2,42% di tutta l’Irpef mentre un altro 13,84% ne versa il 6,56%; significa che il quasi il 60% degli italiani (57,72%) versa, al netto del bonus Renzi, l’8,98% dell’Irpef cioè 15,4 miliardi su un totale di oltre 170, pari a soli 442 euro in media per ognuno dei 34,84 milioni di cittadini. Per garantire la sanità e l’assistenza sociale a questo 60% il restante 40% deve “donare” oltre 110 miliardi (50 per la sanità e 70 per l’assistenza sociale) che gravano soprattutto su poco più del 13% degli italiani che dichiarano redditi oltre i 35 mila euro lordi l’anno e che versano oltre il 60% delle imposte. In pratica più della metà del Paese vive a carico di qualcuno (sembra un paese in via di sviluppo) e certamente non è oppressa dalle tasse. 

E cosa fa il nostro Governo per combattere l’evasione fiscale? Anziché operare con il contrasto di interessi su questi segmenti, si affida alla lotteria degli scontrini in uso in Brasile e Portogallo, non proprio fari di scienza delle finanze e si inventa il cashback. Inoltre, senza curarsi dei costi aggiuntivi dell’uso della moneta elettronica, stabilisce che da noi si potrà usare il contante per un massimo di 1.999 euro (prima erano 2.999) fino a dicembre 2021, e dal primo gennaio 2022 a 999 euro, la cifra più bassa d’Europa.  

Per ottenere i rimborsi (cashback i soldi indietro) occorre fare almeno 50 operazioni nel semestre per avere un bonifico massimo di 150 euro sul conto corrente su una spesa di almeno 1.500 euro semestrali; con 100 operazioni e 3mila euro spesi si può arrivare a 300 euro annuali. Vanno bene tutte le spese fatte in negozi fisici con carte di credito, bancomat o tracciamenti elettronici, QR Code, App e Wallet smartphone. Sono esclusi i pagamenti nei negozi online. Attenzione però: il rimborso massimo per transazione sarà di 15 euro.
Infine, dulcis in fundo, è previsto che se le risorse stanziate non basteranno a dare rimborsi a tutti, questi saranno “proporzionalmente ridotti”. Ma quanto ci costa il cashback? Lo Stato ha stanziato 1,75 miliardi di euro per il 2021 e 3 miliardi di euro per il 2022. Inoltre da mesi è attivo un credito d’imposta pari al 30% delle commissioni pagate dai commercianti che in media si aggirano intorno all’1-1,1% su transazioni superiori, in generale, ai 10 euro, pari a un costo di 180 milioni; in totale circa 2 miliardi il primo anno e 3,3 miliardi il secondo. 

Il fatto è che oltre la metà di queste operazioni avvenivano già con moneta elettronica quindi oltre la metà dei soldi sono regalati. Dove invece si annida maggiormente l’evasione Irpef e Iva? In Italia ci sono più di 25 milioni di famiglie che comprano una serie di servizi e lavori per la casa, aiuti domestici, riparazioni e così via dove c’è un rapporto diretto senza intermediazioni tra famiglia e fornitore finale; chi sono questi fornitori: sono, oltre ai lavoratori autonomi regolari, un plotone di irregolari, doppio-lavoristi, assistiti da ammortizzatori sociali, disoccupati, clandestini e altri, stimati in circa 4 milioni di “sommersi” (dati Istat) che peraltro fanno una spietata concorrenza sleale nei confronti dei regolari. Moltiplicate il numero di famiglie per 3 o 4 interventi l’anno e vengono fuori almeno 100 milioni di prestazioni “Iva evasa” (oltre 100 miliardi contro i 26 ipotetici del cashback) cui sommare le prestazioni fatte dai regolari che diventano anche queste in nero per concorrenza e competitività. 

Prendiamo un lavoratore che guadagna 1.400 euro al mese e che deve imbiancare casa (come per lavori idraulici, elettricisti, tappezzieri, meccanici, carrozzieri eccetera); costo dell’intervento 1.000 euro; il copione nazionale è ormai standard: «Se vuole la fattura sono 1.220 euro ma se non le serve perché in Italia è indeducibile o se te la fanno dedurre la sconti in 10 anni – controsensi della burocrazia- il costo posso farlo a 900»; guadagno netto immediato senza tracciamenti 320 euro. Ora poiché gli italiani non sono né eroi fiscali e né tantomeno idioti, la scelta è scontata: «Facciamo 900 euro». Il fornitore non paga tasse, Iva, contributi sociali e vive a carico di coloro che le tasse le pagano mentre il capo famiglia, con i 320 euro risparmiati compra qualcosa in più per i bambini e per la casa. Per questa operazione il cashback consentirebbe di beneficiare di 15 euro (contro 320 o più). 

L’unica proposta seria è introdurre il “contrasto di interessi”: per un periodo sperimentale di 3 anni tutte le famiglie possono portare in detrazione delle imposte dell’anno il 50% delle spese effettuate con regolare fattura elettronica (incrocio dei codici fiscali) nel limite di 5.000 euro annui per una famiglia di 3 componenti che aumenta di 500 euro per ogni ulteriore componente; nel caso di incapienza sono previste misure compensative (quota asili nido, mense eccetera). I lavori/servizi detraibili sono: manutenzione della casa (lavori idraulici, elettrici, edili, tappezzerie, mobili), manutenzione di auto, moto e biciclette, piccoli aiuti domestici. Risultati: a) la famiglia risparmia 2.500 euro di Irpef (è come pagare i lavori, Iva compresa, al 50% che è una bella concorrenza agli irregolari) il che equivale a una quattordicesima mensilità che per redditi fino a 35 mila euro rappresenta una riduzione del 50% del cuneo fiscale; b) gli irregolari vengono drasticamente ridotti, si inizia un circolo virtuoso e si spezza la catena che nero tira nera; questo è forse il maggiore risultato dell’intera operazione: si riafferma la legalità. c) lo Stato migliora le entrate fiscali e contributive tra il 10 e il 15% (Iva evasa per 8 fatture su 10), che su circa 190 miliardi fanno 19 miliardi perché le tasse che deduce la famiglia le paga il fornitore, contributi e Iva compresi. Per un Paese ad alta infedeltà fiscale il contrasto di interessi e la reintroduzione dei voucher lavoro per la lotta al micro sommerso, è l’unica soluzione seria possibile: perché non sperimentarla? 

Alberto Brambilla *
Presidente Centro Studi 
e Ricerche Itinerari Previdenzial

Ultimo aggiornamento: 13:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA