Contrabbando di petrolio e sigarette: i business intramontabili di criminalità e terrorismo

di Giovambattista Palumbo*

I prezzi del carburante, come noto, sono in continua crescita. Eppure non è raro imbattersi nelle cosiddette pompe bianche, che offrono il carburante a prezzi molto più contenuti rispetto ai principali operatori del settore. Il che, in teoria, non dovrebbe accadere, visto che il mercato del petrolio risponde a regole molto rigide e i margini di profitto, al netto di accise ed Iva, dovrebbero essere davvero molto ridotti. Con la cosiddetta «Platts window» è stata infatti risolta la difficoltà a rilevare le quotazioni del greggio. In pratica, il sistema apre una finestra (elettronica e virtuale) in cui far convergere domanda e offerta da parte delle compagnie petrolifere, delle società di trading e delle banche d'affari. A quel punto Platts utilizza le informazioni per stabilire qual è il valore, in dollari, a cui una tonnellata di benzina o di gasolio può essere venduta dalle raffinerie. Agli indici Platts fanno riferimento il 90% delle prime 250 compagnie energetiche del mondo e il 100% dei primi 50 operatori elettrici e del gas. Al di là delle quotazioni internazionali del greggio (e più precisamente del Brent per quanto riguarda l’Europa), che rispecchiano più l’andamento del mercato finanziario, il vero riferimento è quindi proprio il Platts, che fotografa il valore effettivo dei prodotti raffinati, basato sugli scambi fisici in un determinato giorno e in una determinata aerea.

La quotazione Platts, comunque, risponde ad un valore puramente indicativo, ottenuto sulla base di complessi e inaccessibili calcoli teorici e slegato da qualsiasi contrattazione che avvenga concretamente in una Borsa ufficiale, o in mercato all'ingrosso. Vero è che, indipendentemente dalla sua attendibilità, a monte della quotazione Platts, le fasi di tutta la filiera sono interamente controllate dalle stesse compagnie petrolifere, quasi tutte integrate. Vale a dire che ciascuna compagnia petrolifera vende/compra i prodotti a/da se stessa. Dall’altra parte, con la denominazione impianti indipendenti si indicano invece quegli impianti di distribuzione di proprietà di soggetti diversi dalle società petrolifere, che non sono convenzionate con tali società e, pertanto, non ne espongono i marchi. Appunto le cosiddette “pompe bianche”. Da un punto di vista operativo, gli impianti indipendenti si approvvigionano sul mercato extra-rete, ovvero acquistando i carburanti dalle società petrolifere o da altri grossisti e facendosi carico dei costi della logistica secondaria (per il trasporto dei prodotti raffinati al deposito secondario e ai singoli punti vendita).

La differenza nei prezzi alla pompa che si potrà rinvenire tra gli impianti “colorati” e gli impianti indipendenti, pertanto, o è ascrivibile ad una diversa valorizzazione della materia prima, oppure a fattori individuabili nelle fasi a valle della raffinazione, e dunque nella logistica e nella distribuzione. Sia nell’uno (compagnie petrolifere) che nell’altro caso (pompe bianche), comunque, possono crearsi condizioni in grado di falsare la libera concorrenza. Per “costruire” il prezzo al consumo, infatti, si parte dal costo di acquisizione basilare del bene (quotato dal Platt’s specifico del prodotto), si aggiungono i costi di commercializzazione e gestione ed il ricarico (ricavo industriale) e, infine, le imposte indirette (e cioè accisa ed iva). E allora la domanda principale è: come è possibile che le pompe bianche (indipendenti) pratichino prezzi tanto più bassi degli impianti delle compagnie petrolifere? Semplicemente comprano i carburanti ad un prezzo inferiore. Come questo sia possibile però è la chiave di volta per comprendere il problema (e/o l’inganno, se c’è). Perché un conto è se lo stesso carburante viene acquistato dalle pompe bianche magari proprio dalle compagnie petrolifere, che non possono imporre loro le proprie politiche di pricing. In questo caso il prezzo di mercato ordinariamente effettuato dalle compagnie petrolifere (alla propria rete di distribuzione) potrebbe non essere in linea con il valore normale del prodotto (che altrimenti non venderebbero “in perdita” alle pompe bianche). E un conto invece è se le pompe indipendenti comprano il prodotto da soggetti non proprio “trasparenti”, che possono venderglielo a prezzi ribassati perché tanto prima non hanno scontato la dovuta imposizione o perché proviene dal mercato nero. E in tutto questo il contrasto della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Dogane alle frodi nel settore è ormai una guerra aperta, anche considerato che si stima che ogni anno entrano in Italia 3 miliardi di litri di carburante illegale (circa il 10% del totale), con un’evasione Iva di almeno 2 miliardi di euro. E la questione non attiene solo profili di libera concorrenza e contrasto all’evasione fiscale, ma anche di geopolitica e lotta al terrorismo.

Da anni sappiamo che ingenti quantità di petrolio grezzo e prodotti raffinati estratte in Siria sono stati venduti di contrabbando dall'Isis alla Turchia, qui poi "ripulite" e legalizzate e infine vendute in Europa. Vi è poi la "rotta libica" (con triangolazione su Malta). Il petrolio viene in questo caso venduto dalle bande armate libiche a broker maltesi, viaggia fino a Malta, dove viene trasbordato su altre navi, che raggiungono poi la Sicilia, dove viene lavorato e venduto a prezzi più bassi rispetto alla media. La criminalità, del resto, è ormai diventata transnazionale, adattandosi ad un mondo globalizzato, con canali di finanziamento che spaziano dal contrabbando di idrocarburi, armi, sigarette, al traffico di droga e migranti. E in questo contesto anche il contrabbando di tabacchi non è mai tramontato. Anzi, rappresenta una sempre più rilevante fonte di finanziamento delle organizzazioni criminali e terroristiche. Al traffico illecito di sigarette si sono infatti dedicate anche al-Qaeda, Hezbollah e lo Stato Islamico. E non mancano esempi di contatti tra jihadisti e criminalità organizzata, in particolare quando le rotte delle migrazioni coincidono con quelle del contrabbando, come nel caso dell’operazione, condotta dalla Guardia di Finanza, “Scorpion Fish 2”, laddove ogni viaggio, oltre al trasporto dei migranti, prevedeva anche il trasporto di sigarette di contrabbando destinate al mercato nero italiano.

Nei primi sei mesi del 2018 la Guardia di finanza ha del resto sequestrato 112.000 chili di tabacchi lavorati esteri (in tutto il 2017 erano stati quasi 272.000) e si calcola che, in Italia, cinque sigarette fumate su 100 sono di contrabbando, con un danno per l’Erario stimato in almeno 650 milioni l'anno, tra accise e Iva. Chi compra sigarette di contrabbando pensa peraltro solo di spendere meno, senza rendersi conto dei pericoli per la (sua) salute, dato che i tabacchi vengono stoccati in magazzini sporchi e umidi e le analisi di laboratorio hanno rivelato in alcune partite anche la presenza di peli ed escrementi di topo. E questo senza considerare il vantaggio economico per le organizzazioni criminali, le quali, oltre che a contrabbandarlo, cominciano anche a produrle, le sigarette, come dimostrato dalla recente scoperta, da parte della Guardia di finanza di due fabbriche clandestine (una in provincia di Pavia e una nel Nolano). Anche se il fenomeno è più che altro quello delle "cheap white": sigarette prodotte lecitamente in Paesi extra Ue (Russia, Bielorussia, Ucraina, Emirati Arabi Uniti, Cina, Malesia in testa, Nord Africa) senza rispettare i parametri europei e pertanto non commercializzabili all'interno dell'Unione, se non clandestinamente. Insomma, ormai non è più solo il commercio ad essere globalizzato.

Lo sono anche le organizzazioni criminali e lo sono anche gli effetti sulle nostre vite. Come quando andiamo a fare benzina o compriamo un pacchetto di sigarette.

(* Direttore Osservatorio Politiche fiscali Eurispes)
Lunedì 20 Maggio 2019, 16:09 - Ultimo aggiornamento: 20-05-2019 22:24
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