Covid, ogni mese di blocco costa al Sud 10 miliardi: si allarga il divario con il Nord

Mercoledì 25 Novembre 2020 di Nando Santonastaso

Il Covid-19 come benzina sul fuoco, la pandemia e le sue ondate come detonatore di una nuova esplosione del divario. Guarda ai due prossimi anni il rapporto Svimez 2020 presentato ieri pomeriggio in un inedito mix tra presenze e remoto. E prevede il ritorno alla doppia velocità della ripresa: nel 2021 più 4,5% di Pil nel Settentrione contro più 1,2% nel Mezzogiorno e nel 2022 rispettivamente del 5,3% rispetto all'1,4%. L'impatto della legge di Bilancio appena varata dal governo si farà sentire soprattutto nel 2022, quando dovrebbe garantire l'1,1% in più sul Pil rispetto allo 0,3% del Centronord mentre per il 2021 il valore aggiunto sarà molto più modesto, 0,4% contro 0,2%. In altre parole senza misure come la fiscalità di vantaggio per le imprese con il taglio del 30% del costo del lavoro, la proroga del bonus per investimenti e innovazione e il ritorno alla spesa dei fondi nazionali per la coesione (tre miliardi solo quest'anno), tutti e tre previsti dalla manovra, lo scarto sarebbe ancora maggiore. Pesano antichi e nuovi problemi, anche questi ultimi diventati subito emergenze in un contesto sociale ed economico molto debole, dove le disuguaglianze in termini di diritti di cittadinanza negati sembrano ormai endemiche, inevitabili. Sono una delle chiavi per spiegare i quindici punti di Pil persi tra la prima e la seconda grande crisi, ricorda il direttore generale della Svimez Luca Bianchi nell'illustrare il Rapporto. 

In quel numero c'è un po' di tutto. La fuga dal lavoro, ad esempio, soprattutto per i giovani: per effetto dal virus altri 280mila gli occupati a rischio che aggiunti ai posti persi negli anni della crisi 2008-2014, e mai più recuperati, portano il totale a circa 600mila. Ma sono le donne a pagare il prezzo maggiore all'interno di questo esercito di precari: nel primo trimestre della pandemia, dice la Svimez, «è stato cancellato quasi l'80% dell'occupazione femminile creata tra il 2008 e il 2019, riportando il tasso delle donne al lavoro a poco più di un punto superiore al 2008». E che non si trattasse nemmeno allora di chissà quale risultato è purtroppo noto.

«Le disuguaglianze sono la vera, nuova questione meridionale» insiste Bianchi. E c'è solo l'imbarazzo della scelta per suffragare questa tesi. L'istruzione, ad esempio: i posti autorizzati per asili nido in rapporto alla popolazione sono nel Sud appena il 13,5% contro il 32% del resto del Paese. La spesa pro capite dei Comuni per i servizi educativi destinati ai bambini fino a 2 anni passa dai 1.468 euro delle regioni del Centro ai soli 277 euro di quelle meridionali. E il tempo pieno, che in Italia ha una media del 46,1% ma supera il 50% in Lombardia e Piemonte, scende nel Mezzogiorno al 16%. E In Sicilia crolla addirittura al 7,4%. Quasi inutile aggiungere che la dispersione scolastica non scende più (290mila i nuovi giovani coinvolti al Sud) e che nelle famiglie in cui i genitori hanno solo la licenza media o elementare, la percentuale dei ragazzi privi di un computer tocca il 34%. 

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Ma è anche dalla sanità che arriva la conferma di quanto il divario resti assurdo, inaccettabile, quasi una rassegnazione: in quella che la Svimez definisce «zona rossa prima della pandemia», cioè la condizione del Sud nell'assistenza sanitaria, i diritti negati iniziano dalla prevenzione. L'indicatore sintetico che misura la partecipazione della popolazione agli screening mammografici per il tumore al seno e per il cancro del colon retto arriva a 2 per la Calabria mentre Liguria e Veneto sono a 15.

È vero, la crisi determinata dalla pandemia non ha risparmiato nessuno. In termini di Pil, la Basilicata è in testa alle regioni con un crollo del 12,9% ma subito dopo vengono il Veneto (12,4% in meno) e quasi tutte le altre regioni settentrionali con cali superiori al 10% (la Campania è a meno 9%). Ma è la reattività di queste ultime a scavare il solco dal prossimo anno. Perché le tre regioni del primo cosiddetto triangolo della pandemia, Lombardia, Veneto e Piemonte, risalgono a valori superiori al 5% con la ripresa mentre al Sud solo Basilicata (+2,4%), Abruzzo e Puglia (+1,7%) e Campania (+1,6%) provano a tenere il passo sia pure, come si nota, con distacchi pesanti. L'allarme maggiore arriva però dalle altre regioni meridionali: la frenata è evidente dalla Sicilia (+0,7%) alla Calabria, dalla Sardegna al Molise. Tutte ferme, più o meno, e stavano peggio anche prima dell'emergenza sanitaria. «Si tratta di segnali preoccupanti - dice la Svimez di isolamento dalle dinamiche della ripresa esterne ai contesti locali, conseguenza della prevalenza dalla domanda interna e dai flussi di spesa pubblica». 

Svimez dice che bisogna unire le risorse ordinarie a quelle europee (Recovery, Fondi strutturali) e della Coesione per decidere subito cosa fare, evitando ritardi e frammentazioni e riconoscendo al decisore centrale questo ruolo. Se lo Stato investisse il 50% delle risorse in arrivo al Sud (140 miliardi, dice il ministro Provenzano), molto più cioè del 34% previsto dalla legge entrata in vigore quest'anno, migliorerebbe il Pil anche del Nord. Ma tutto ciò senza il riequilibrio urgente nell'accesso ai diritti di cittadinanza rischierebbe di diventare inutile. E i soldi, si sa, non sempre sono sinonimo di felicità.

Ultimo aggiornamento: 20:40 © RIPRODUZIONE RISERVATA