Covid, l'allarme di Carpisa: «Rischiamo di chiudere più di cento negozi»

Sabato 21 Novembre 2020 di Valerio Iuliano

La recessione scaturita dalla pandemia colpisce anche le aziende più floride. La scomparsa dei viaggi per vacanze o per lavoro ha cancellato il mercato di riferimento di Carpisa, leader in Italia e in Europa nel settore della valigeria. La società con sede a Nola lancia un Sos. «Oggi siamo costretti per la prima volta a considerare a rischio, e solo a causa della pandemia da Covid-19, il futuro della nostra azienda!», scrivono in una lettera alle istituzioni gli amministratori delegati di Carpisa Gianluigi Cimmino e Maurizio Carlino.


Quella che si sta profilando è una crisi imprevedibile, fino a pochi mesi fa, per una società che, dalla nascita nel 2001 - con i primi trenta negozi in franchising e solo 6 dipendenti - a oggi ha avuto un'ascesa inarrestabile. «I risultati di fine 2019 - sottolineano gli ad di Carpisa - erano i seguenti: 145,4 milioni di euro di fatturato, 596 punti vendita totali di cui 131 diretti, 257 in affiliazione e 208 all'estero. I dipendenti diretti erano 848 e i mercati di riferimento 37, dall'Italia alla Spagna all'area dei Balcani fino agli Emirati Arabi ed alla Federazione Russa».


La brusca inversione di tendenza ha una motivazione piuttosto semplice. «Se non si viaggia - spiegano da Carpisa - non si acquistano valigie e da molti mesi questa voce è cancellata dai nostri rendiconti. Basta considerare che, in condizioni di mercato normale, siamo i primi in Europa come numero di valigie vendute. Adesso il protrarsi del lunghissimo periodo di stop ai viaggi, nel contesto di una crisi mondiale mai riscontrata prima, vede tutta la nostra attività pericolosamente a rischio. Nella migliore delle ipotesi abbiamo davanti a noi ancora molti mesi di lotta e di sofferenza, ma nessuna certezza di poter raggiungere la meta».


In poco meno di un anno è cambiato tutto. I dati del 2020 sono inequivocabili. Per gli ad di Carpisa si tratta di un «bollettino di guerra. Si registra una contrazione degli incassi per la catena Carpisa di 82,4 milioni di euro, dai 190 milioni del periodo gennaio-ottobre 2019 ai 108 del periodo corrispondente del 2020. Tradotto in termini percentuali, c'è un -43%. La conseguenza è la chiusura definitiva di ben 112 punti vendita, di cui in Italia 25 diretti e 30 in affiliazione, oltre a 57 punti vendita all'estero». E, infine, c'è il drastico calo del fatturato della Kuvera SpA - costituita a Napoli nel 2000 e proprietaria del marchio Carpisa - da 92 a 35,3 milioni di euro. In percentuale, si registra un 62%. Il crollo delle vendite mette a rischio la tenuta occupazionale. Gianluigi Cimmino esprime «forte preoccupazione non solo per i nostri tanti collaboratori e per le loro famiglie, ma anche per le oltre 250 aziende (tutte pmi) nostre partner nel network Carpisa, aziende che sono nate nel corso di questi anni con l'investimento dei risparmi di tante famiglie e che vedono gli oltre 1000 occupati seriamente a rischio di perdere il loro lavoro. Stiamo parlando di centinaia di famiglie».

 

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LE MORATORIE
Tutti i tentativi di arginare il crollo ora non bastano più. Perciò i vertici di Carpisa chiedono aiuto allo Stato. «Auspichiamo che le istituzioni, alle quali rivolgiamo questo autentico grido di dolore, riconoscano il ruolo anche sociale del nostro brand, aiutandoci con interventi concreti ed immediati, non solo finanziari, per evitare conseguenze irreparabili sul patrimonio aziendale, con inevitabile blocco dell'attività e perdita del lavoro, per tutti quelli che fino a qualche mese fa avevano contribuito al successo di un marchio campano a livello mondiale». Anche l'eventuale riapertura delle attività a dicembre non viene giudicata sufficiente. Per Cimmino junior si tratterebbe in ogni caso «di un Natale a mezzo servizio, con almeno il 50% in meno delle vendite. Fino ad aprile ci sarà un continuo stop and go, considerato lo scenario epidemiologico. Ma quello che chiediamo non sono ristori, visto che le risorse mancano. Lo Stato potrebbe fare da garante per un blocco degli affitti da oggi fino ad aprile e non con il credito di imposta. Non potendo usufruire dei locali, non posso pagare e perciò lo Stato dovrebbe intervenire. Inoltre, si potrebbero prolungare le moratorie con il rinvio delle scadenze dei finanziamenti garantiti dalla Sace per le grandi aziende. I prestiti sono costruiti su business plan e partono dal 2021. Ma noi sappiamo già che il 2021 sarà un anno di ricostruzione. I prestiti dovrebbero essere allungati almeno fino a 10 anni». Il rinvio della scadenza dei termini - secondo l'amministratore delegato di Carpisa - «potrebbe voler dire per l'azienda rivedere il business plan per mettere meno lavoratori in Cig ed evitare i licenziamenti quando finirà il blocco. Bisogna fare presto. Prima il governo si muoverà e più fallimenti si eviteranno. Se un'azienda come la nostra - conclude Cimmino - arriva a chiedere aiuto, vuol dire che non c'è più tempo».

Ultimo aggiornamento: 13:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA