Covid e crisi, boom di depositi in banca: italiani sempre più formiche

Giovedì 22 Ottobre 2020 di Luca Cifoni e Rosario Dimito

I soldi in cassaforte. Gli italiani sono nel panico a causa della pandemia e parcheggiano i soldi sui conto correnti: a settembre, secondo l’Abi, nei forzieri delle banche c’era una riserva vicino a 1.700 miliardi, comprensiva di depositi in conto corrente, certificati di deposito e pronti contro termine. L’incremento rispetto ad un anno prima è di 125 miliardi, cioè dell’8 per cento. I soli depositi in conto corrente, misurati dalla Banca d’Italia fino al mese di agosto, evidenziamo una crescita annuale di oltre 100 miliardi. E questo nonostante i rendimenti riconosciuti, allineati alla tendenza dei tassi entro l’area euro, non risultino certo appetibili: 0,33% è la remunerazione media dei depositi, che però nel caso dei conti correnti scende fino a pochissimi centesimi sopra lo zero. 

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Dunque l’incertezza della situazione economica dipendente dal Covid, mette tutti sul chi va là. Anche le imprese tengono al sicuro i soldi in banca, non si sa mai, ed evitano di investire. Ma tra i privati che non spendono e le aziende che non investono, si crea il circolo vizioso di un Pil che non recupera, o per lo meno non abbastanza da arginare la rovinosa caduta dei primi due trimestri dell’anno. Sul comportamento delle imprese che hanno accresciuto i depositi in banca del 22% a luglio e del 18,7% ad agosto, ha influito in parte la dinamica dei prestiti garantiti iniziati da marzo. Prima le banche hanno sostenuto i crediti delle imprese, poi l’avvento dei provvedimenti governativi ha fatto sì che esse facessero ricorso ai prestiti garantiti (circa 93 miliardi è lo stock dei finanziamenti garantiti del Fondo di garanzia di Mediocredito centrale): parte di questa liquidità viene parcheggiata in banca. I benefici dovrebbero terminare a fine anno, anche se la proroga da parte europea del Temporary framework sugli aiuti di Stato porterà il governo ad un’estensione di tutti i provvedimenti di supporto alla liquidità. In questo quadro, le imprese stanno facendo pre funding, finanziandosi tramite prestiti garantiti, a fine precauzionali allocando la liquidità in altre forme di risparmio. Giova ricordare che queste forme di autotutela non sono nuove, ma si sono verificate già in passato. A novembre 2008 dopo il crac della Lehman Brothers, l’incremento dei depositi totali fu del 9,5%. Gli analisti ritengono che a settembre la crescita dei depositi sia confermata e in generale, in uno scenario di tassi di interesse bassi e negativi da lungo termine, si preferisca ricorrere alla liquidità perché i rendimenti di mercato non appaiono attraenti. Per la Banca d’Italia, l’incertezza che condiziona i consumi è il principale rischio per la ripresa dell’economia. Queste preoccupazioni, contenute nel Bollettino economico pubblicato sulla base dei dati disponibili fino al 9 ottobre sono ancora più attuali nell’attuale fase di forte ripresa dei contagi. Visto dal punto di vista delle famiglie, il fenomeno può essere descritto in termini abbastanza semplici: il reddito disponibile è mediamente diminuito, ma i consumi sono diminuiti ancora di più, portando nel secondo trimestre dell’anno la propensione al risparmio (intesa appunto come rapporto tra risparmio e reddito disponibile lordo) al 18,6 per cento, ovvero un livello più che doppio rispetto a quello di fine 2019. Di fatto nelle prime settimane del lockdown i consumatori hanno avuto limitazioni materiali agli acquisti, soprattutto per la chiusura di una serie di attività ritenute non essenziali. Ma poi, una volta venute meno le restrizioni, la prudenza è rimasta. Riducendo innanzitutto i consumi che sulla carta comportano maggiori rischi di contagio, come quelli legati al turismo e al tempo libero, ma probabilmente condizionando i comportamenti in senso più generale: la cautela è un atteggiamento normale per chi non sa cosa riserverà il futuro. La preoccupazione per la salute si mescola insomma a quella per la situazione economica attesa. Una tendenza che pare destinata a restare tale in futuro: secondo un’indagine di Bankitalia, citata sempre nel Bollettino, quasi un terzo delle famiglie pensa di ridurre negli ultimi tre mesi dell’anno i proprio consumi di beni durevoli (alimentari, abbigliamento, calzature, beni e servizi per la casa). E per chi non si trova in difficoltà immediata, questa scelta vuol dire automaticamente incrementare la quota di risparmio, compresa quella parcheggiata sul conto corrente. 

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Non è solo un fenomeno italiano. Anche in altri Paesi europei la propensione al risparmio delle famiglie è aumentata: nella media dell’area dell’euro ha sfiorato nel secondo trimestre il 25 per cento, contro il 13 di un anno prima. Il primato appartiene agli irlandesi, che in quel periodo risparmiavano oltre un terzo del proprio reddito disponibile. 

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