Energie rinnovabili, il Sud spinge ma l'obiettivo è lontano

Mercoledì 19 Gennaio 2022 di Nando Santonastaso
Energie rinnovabili, il Sud spinge ma l'obiettivo è lontano

Si fa presto a dire che le rinnovabili contribuiranno a salvare l'Italia dai rincari dell'energia. E che una simile sfida si giocherà soprattutto nel Mezzogiorno dove è concentrato il 40,2% (dato Srm 2021) del totale delle fonti energetiche alternative del Paese. Quando ciò avverrà, e non c'è alcun dubbio che la strada sia ormai tracciata specie dopo la conferenza Onu sul clima di Glasgow, è ancora prematuro stabilirlo: di sicuro i tempi non saranno brevi e da sole le rinnovabili non basteranno.

In altre parole, l'abnorme costo dell'energia di questi tempi, che ha mandato in tilt i programmi di decine di migliaia di piccole aziende e creato pesanti incognite sul futuro dei loro occupati, dal Nord alle Isole, lo dovremo sopportare ancora a lungo. Almeno altri sei mesi o forse per tutto l'anno, secondo previsioni più o meno realistiche. La soluzione definitiva del problema appare lontana per un Paese come l'Italia che copre con l'import il 77% del fabbisogno energetico rispetto al 58% della media Ue, subendo di conseguenza gli aumenti dei costi delle materie prime, causa numero uno dei rincari energetici. Produciamo troppa poca energia per poterne ridurre il costo: «Dipendiamo da un solo tubo di approvvigionamento del gas, quello che arriva dalla Russia attraverso l'Ucraina, Paesi che in questo momento non vivono certo relazioni pacifiche», dice con la consueta concretezza Marco Zigon, Cavaliere del Lavoro e patron del Gruppo Getra, leader nella trasformazione dell'energia e tra le eccellenze produttive del Mezzogiorno.

Insomma, uno scenario molto preoccupante per l'economia nazionale nel quale, come ha di recente sottolineato la Cgia di Mestre, sono le pmi le più colpite in assoluto: «Le piccole aziende pagano l'energia elettrica il 75,6% e il gas il 133,5% in più delle grandi» hanno detto gli artigiani di Mestre, ricordando che le pmi sono il 99% del totale delle aziende, danno lavoro al 60% degli addetti del settore privato e «sono la componente caratterizzante il made in Italy nel mondo». 

La Cna, per restare in tema, ha dimostrato numeri alla mano che «ai piccoli imprenditori l'elettricità costa 4 volte di più rispetto a una grande industria a causa dell'assurdo meccanismo del meno consumi, più paghi applicato agli oneri parafiscali in bolletta e che gonfia del 35% il costo finale dell'energia per le nostre piccole imprese».

E le rinnovabili made in Sud? Contano ma non in misura tale da poter garantire una svolta, peraltro legata strettamente anche ad altri e fondamentali elementi come l'aumento dei costi delle materie prime, come si è detto. In Germania, ad esempio, si legge in uno studio di Srm, le rinnovabili pesano per oltre il 50% della produzione nazionale di energia, da noi restano sotto il 40%, penalizzate anche da un basso livello di tecnologia di produzione e da limiti autorizzativi a volte senza senso, come spesso denunciato da Oreste Vigorito, leader dell'eolico. «Le nostre strade sono per ora quasi obbligate - dice Marco Monsurrò, Ad della napoletana Coelmo e presidente di Generazione Distribuita, l'associazione dei costruttori e distributori di macchine per la conversione dell'energia sorta all'interno di Anima Confindustria -: i ristori del governo e l'efficientamento energetico delle nostre aziende. Di più in questa fase non si può fare in attesa che tornino al centro della discussione scelte impegnative come il ritorno al nucleare che altri Paesi, vedi la Francia, hanno già deciso. Le rinnovabili serviranno, senza alcun dubbio, ma in abbinamento a sistemi di stoccaggio dell'energia come le batterie o all'idrogeno: industrie energivore come la nostra con le sole fonti rinnovabili non potrebbero andare avanti». 

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È un ragionamento diffusissimo ormai tra le imprese: avere, come capita al Mezzogiorno, quote significative di materie prime, perché vento, sole e acqua questo sono per la produzione di energia, è utile ma non risolve il problema almeno nell'immediato. Certo, le aziende che ci stanno investendo sono in costante ascesa al Sud (Srm ha calcolato il 34% su un campione molto rappresentativo nonostante la pandemia, ed è un dato quasi sbalorditivo) ma si resta lontani dai grandi numeri. «Rinnovabili e idrogeno dice Zigon - sono sicuramente i driver di prospettiva, ma a oggi sembra molto improbabile che da soli consentano di raggiungere l'obiettivo europeo di riduzione del 55% delle emissioni al 2030. Per questo occorre una forte accelerazione nei processi di sostituzione di carbone e petrolio con il gas naturale, in quanto combustibile fossile ad emissioni molto inferiori. È quindi il gas il terzo perno necessario alla strategia europea, nella fase di transizione, per conseguire i suoi obiettivi».

Già, ma per seguire questa strada servirebbero anche scelte coraggiose. «Dobbiamo ritornare alle trivellazioni di gas nell'Adriatico, è un segnale in tal senso che mi aspetto nelle prossime ore dal governo. Non inquina alla stessa maniera il gas che acquistiamo dall'Est? Basta con questa demagogia di inutile ambientalismo che non ci porta da nessuna parte. Dobbiamo essere consapevoli che la transizione energetica sarà lunga e che il ricorso alle fonti tradizionali di energia non diminuirà in fretta, tutt'altro», dice il patron del Gruppo Getra. Che per effetto del rincaro della bolletta sa già che rischia di perdere circa 3 punti di margine operativo lordo, ovvero risorse importanti che non potranno essere investite nel 2022 per creare investimenti e nuova occupazione. 

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