Gas, svolta rigassificatori nel Mezzogiorno: i fondi Ue potranno essere utilizzati per i nuovi impianti

Lunedì 16 Maggio 2022 di Nando Santonastaso
Gas, svolta rigassificatori nel Mezzogiorno: i fondi Ue potranno essere utilizzati per i nuovi impianti

Se si guarda solo alle fonti rinnovabili viene naturale pensare al Mezzogiorno come l'hub energetico per eccellenza del Paese e dell'Europa in chiave euromediterranea. Ma ora che la guerra in Ucraina ha fatto scattare la corsa all'approvvigionamento di gas alternativo a quello russo (per l'Italia 29 miliardi di metri cubi all'anno) il ruolo potenziale del Sud sembra destinato a crescere parecchio. Sembra che ci stia pensando seriamente il governo perché al di là della certezza che ormai la via del gas non è più l'Est Europa, il coinvolgimento diretto del Mezzogiorno appare inevitabile per evidenti ragioni territoriali. Al Forum d Sorrento, il ministro Mara Carfagna ha ribadito che il Sud Italia è «la collocazione naturale dei nuovi rigassificatori per l'importazione di gas liquido. È il Sud che può attrarre investimenti industriali in un'epoca in cui si ridurranno le catene globali del valore e si dovranno riportare in Europa produzioni che nei decenni scorsi abbiamo lasciato in Cina e in Asia con eccessiva fiducia ed entusiasmo». E la stessa Carfagna ha confermato che c'è la costruzione di rigassificatori tra i progetti del governo per lo sviluppo delle regioni meridionali. Ma con quali risorse? E dove?

Alla prima domanda, secondo quanto pubblicato dal Corriere della sera, risponderà la Commissione europea indicando agli Stati membri le regole e le linee guida per utilizzare i soldi del Next generation Eu per finanziare rigassificatori e accrescere così la quota di gas proveniente da quello naturale liquefatto. Sul dove realizzarli, l'orientamento del governo non è ancora del tutto chiaro perché si scontano anni e anni di ritardi per le nuove autorizzazioni, paralizzate spesso da forti proteste ambientaliste e da intoppi burocratici talmente aggrovigliati da far perdere entusiasmo persino ai finanziatori (è il caso degli inglesi a Brindisi). In Italia al momento esistono solo tre strutture di questo tipo. La più grande, e la prima al mondo realizzata off-shore, si trova a 15 chilometri dalla costa veneta, in località Porto Viro di Rovigo. Le altre sono a Panigaglia, in provincia di La Spezia, e a Livorno. Il ministro Roberto Cingolani ha più volte ribadito che in questa fase si punterà su due navi-rigassificatori, localizzate a Piombino e a Ravenna che entreranno in attività entro la fine dell'anno. Ma a media scadenza l'obiettivo resta quello dei rigassificatori terrestri e qui il Mezzogiorno potrebbe rientrare in partita. 

Si riparla di Brindisi, Taranto ma soprattutto di Gioia Tauro: il governatore calabrese, Occhiuto, a Sorrento ha ricordato che il rigassificatore previsto nel grande porto tirrenico dal 2013, ma mai realizzato, è ancora un progetto valido a tutti gli effetti, con autorizzazioni vive: «Si potrebbe iniziare a costruirlo domani», ha detto, confermando di avere avviato con Cingolani un tavolo di trattativa. Ma in campo ci sarebbero Porto Empedocle, in Sicilia, e la Sardegna che potrebbe diventare centro nevralgico, italiano ed europeo, per la trasformazione e la distribuzione di gas (a Oristano potrebbe essere realizzato un altro terminale di rigassificazione mentre Porto Torres e Porto Vesme sono stati individuati come siti adatti a ospitare due navi rigassificatrici). 

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Ma per sostituire interamente (o quasi) il gas di Mosca sarà necessario passare per il potenziamento e lo sviluppo delle connessioni tra Italia, Unione europea e resto del mondo attraverso i gasdotti presenti sul territorio, che non sono pochi al Nord e al Sud. C'è il gasdotto del Passo Gries (Verbania), al confine con la Svizzera, quello di Tarvisio (Udine) e quelli di Melendugno (Lecce), approdo della Tap proveniente dall'Azerbaijan, di Mazara del Vallo (Trapani), collegato con l'Algeria tramite il Trasnmed, e di Gela (Caltanisetta), approdo del Greenstream proveniente dalla Libia. Bisogna però accrescerne le capacità: sfida da mettere in cantiere al più presto possibile, con investimenti importanti. Per avere ad esempio un raddoppio della capacità di trasporto del Tap, a 20 miliardi di metri cubi all'anno, servono 4 anni, come ricorda un accurato report della redazione di Sky-Tg: «Nel breve termine, da un potenziamento delle centrali di compressione di questo gasdotto può arrivare 1 miliardo in più di metri cubi all'anno. Dall'Algeria nel 2021 l'Italia ha importato circa 20 miliardi di mc che possono arrivare a 30 già entro la fine di quest'anno».

Secondo Cingolani è possibile sviluppare in tre anni altri due rigassificatori terrestri che garantirebbero una capacità di 20 miliardi di metri cubi all'anno e si aggiungerebbero ai 15 miliardi previsti con i rigassificatori galleggianti. Sommati ai 15 miliardi di metri cubi di capacità esistente nei tre impianti già in esercizio, l'Italia avrebbe entro tre-quattro anni non meno di 50 miliardi di metri cubi di capacità di rigassificazione. 

Nessun dubbio però sul fatto che sarà soprattutto l'Africa il nuovo punto di riferimento per l'Italia e l'Europa in chiave energetica (dall'Egitto all'Angola, dal Congo al Mozambico la disponibilità di riserve è considerata enorme), come gli accordi stipulati dal governo con alcuni Paesi, dall'Algeria al Congo, dimostrano. L'Italia, peraltro, lo aveva già capito nel 2015 quando con l'impegno dell'Eni si erano gettate le basi per fare del nostro Paese l'hub energetico del Mediterraneo, puntando anche sulla Libia che resta un punto obbligato di riferimento dal punto di vista energetico per l'intera area euromediterranea. Non se ne fece più nulla sotto la pressione della Germania che aveva puntato tutto sul raddoppio del gasdotto Nord Stream, salvo poi a pentirsene dopo l'invasione russa della Crimea. Ma ora quell'idea è tornata prepotentemente d'attualità e la vocazione geografica del Mezzogiorno ne rafforza più del passato l'affidabilità. Naturalmente, occorrerà trovare nei confronti dell'Africa un modello di partnership che assicuri stabilità, pace e sviluppo ai Paesi fornitori e a quelli attraversati dalle rotte dei trasporti. Il rischio infatti è che se questo non fosse possibile, si passerebbe dalla dipendenza attuale dalla Russia, quale maggiore fornitore, alla precarietà di approvvigionamento dall'Africa, dove già sono presenti Russia, Cina e Turchia. E quest'ultima, in particolare, ha tutte le carte in regola (vedi impianti e gasdotti) per gestire da leader e alle sue condizioni la nuova rotta del gas dal Mediterraneo. 

Ultimo aggiornamento: 14:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA