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Gas, in Sicilia e Puglia passano le forniture che ci liberano da Mosca

Domenica 17 Luglio 2022 di Nando Santonastaso
Gas, in Sicilia e Puglia passano le forniture che ci liberano da Mosca

Da Mazara del Vallo, 50mila abitanti, provincia di Trapani, una delle capitali della pesca d'altura nel Mediterraneo, la costa africana dista poco più di 220 km. È qui che da circa 50 anni arriva in Italia il gas naturale algerino, trasportato dal metanodotto Transmed, uno dei più lunghi del mondo e non solo per il tratto off shore, snodo di una rete di ben 2mila km che parte dal cuore del deserto algerino, attraversa la Tunisia e approda nell'isola, per poi risalire lo Stivale fino al Nord. Ed è sempre qui che si sta concretizzando il nuovo corso della politica energetica nazionale, mirato a ridurre gradualmente la nostra dipendenza dal gas di Mosca. Dal Paese nordafricano, in base agli accordi sottoscritti dall'Eni e dal governo di Mario Draghi a fine aprile nella capitale algerina, riceveremo ulteriori 4 miliardi di metri cubi (bcm) di gas già quest'anno, rafforzando una fornitura che anche prima delle più recenti sanzioni alla Russia e delle ritorsioni energetiche di quest'ultima verso l'Occidente, era diventata preponderante per l'Italia.

Complessivamente, dal 2022 l'Algeria ci fornirà dunque circa 21 miliardi di metri cubi di gas: ai 13,9 miliardi già venduti all'inizio dell'anno si aggiungeranno i 6 miliardi aggiuntivi (2 già decisi a fine aprile, e i 4 supplementari, appena annunciati). Di fatto, ben più di un terzo del gas immesso nella rete nazionale arriverà dal Paese nordafricano, attraverso l'impianto siciliano gestito da Snam il cui import ha ormai superato quello dai punti d'ingresso del gas di Mosca nel Nord Italia (prima della guerra, la Russia forniva 29 miliardi di metri cubi all'anno a Roma). Nel solo mese di maggio, secondo i dati forniti dal ministero della Transizione ecologica, sono giunti da questa via ben 2.050 milioni di metri cubi di gas, con un balzo del 9,3% rispetto allo stesso mese del 2021. Il terminale di Mazara riceve infatti ogni giorno circa 65 milioni di metri cubi di gas ed è in grado di aumentarne la capacità fino a circa 100 milioni (l'Italia nel 2021 ha consumato 71 miliardi di metri cubi di gas). In un giorno, in questo periodo dell'anno, vengono utilizzati circa 300 milioni di metri cubi di gas per usi industriale, termoelettrico e domestico.

Naturalmente, le nuove forniture algerine non saranno un regalo. Ad accogliere la visita di domani di Draghi e dei ministri Di Maio e Cingolani non è infatti solo la decisione del produttore statale di petrolio Sonatrach di iniziare ad aumentare le forniture di gas naturale già dalla prossima settimana (e non solo all'Italia: ai vari clienti, anche orientali, della società arrivano ormai ben 54 miliardi di metri cubi) ma anche di rivederne i prezzi. Di quanto in più scatteranno gli aumenti non è semplice prevederlo anche perché gli ultimi accordi italo-algerini non riguardano solo le forniture di gas. Si parla infatti anche di energie rinnovabili e idrogeno verde, pilastri determinanti per il futuro energetico del Paese, con un ruolo strategico affidato ad Eni.

Di sicuro, le relazioni commerciali tra i due Paesi sono molto solide e tali da incoraggiare nuovi sviluppi: nel 2021 il valore dell'interscambio è stato pari a 7,34 miliardi di euro, di cui 5,58 miliardi (+77,6 per cento) per le nostre importazioni (quasi tutto gas) e 1,76 miliardi le esportazioni (macchinari, prodotti petroliferi raffinati, prodotti chimici e siderurgici).

Basterà l'Algeria a non farci temere inverni più rigidi, produzioni industriali a scartamento ridotto e bollette sempre più care? Evidentemente no. Per staccarci dal gas russo occorrerà anche altro: il gas naturale liquefatto, ad esempio, che nel 2023 porterà all'Italia 5 miliardi di metri cubi da Qatar ed Egitto via nave; e il metano che attraverso le tempestive missioni africane del governo dei mesi scorsi, corroborate dalle successive visite ufficiali del Capo dello Stato Mattarella, ci consentirà di ricevere forniture per 4,5 miliardi di Gnl dal Congo, dal Mozambico e dall'Angola: una quota di 5 miliardi nel 2023. Per non parlare dei 9,5 miliardi di metri cubi previsti a tutto il 2022 dall'Azerbaigian, secondo esportatore dopo Mosca. Anche il gas proveniente da quest'ultimo Paese arriva in Italia dal Sud, dal Tap di Melendugno, in provincia di Lecce, al centro per mesi di una forte polemica ambientalista, risultata a conti fatti esagerata: il gasdotto, entrato in funzione nell'ottobre del 2020, ha raddoppiato la portata nell'ultimo anno passando da 2 a 4 miliardi di metri cubi annui.

Non passerà per il Mezzogiorno invece, a quanto pare, ed almeno per ora, la strada dei nuovi rigassificatori che dovranno trasformare il gas liquefatto proveniente via mare. Nonostante il forte pressing di questi mesi, partito dalla Regione Calabra e sostenuto negli ultimi giorni anche dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi, l'impianto di Gioia Tauro non sembra in cima alle priorità del ministro Cingolani. Sbloccato il rigassificatore di Piombino, il governo conferma l'orientamento verso soluzioni galleggianti anche se in prospettiva le legittime disponibilità manifestate dalla Calabria (e dalla Sicilia per l'impianto mai aperto di Porto Empedocle) non potranno essere escluse per sempre dalla partita energetica.

E lo stesso vale soprattutto per le fonti rinnovabili, il cardine vero del futuro energetico del Paese, di cui il Sud dispone in maniera massiccia per l'eolico e il solare. Qui i nodi da sciogliere sono essenzialmente due: i ritardi che ancora accompagnano l'esame delle tantissime richieste di autorizzazioni allo sfruttamento di queste fonti, provenienti quasi per intero dal Mezzogiorno; e le scelte di politica industriale per sostenere gli investimenti sull'energia in quest'area. «Non basta candidare il Sud a hub energetico dell'area del Mediterraneo allargato dice l'industriale del settore Marco Zigon -: bisogna rimuovere in fretta un quadro regolatorio che al momento vede 8,5 miliardi di investimenti bloccati ogni anno in Italia pari a 1000 megawatt. Perdiamo cioè un effetto moltiplicatore degli investimenti in infrastrutture che è di circa 3 volte e non ce lo possiamo più permettere. Anche perché un miliardo in infrastrutture ne genera fra 2 e 3 miliardi in Pil e circa 1000 posti di lavoro».
 

Ultimo aggiornamento: 18 Luglio, 07:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA