Industria marittima verso un «iceberg finanziario»

Domenica 15 Novembre 2020 di Rita Annunziata

Sapevate che oggi il settore marittimo nel suo complesso consuma quattro milioni di barili di petrolio al giorno, pari al 4% della produzione mondiale e al 33% di quella saudita? E che una nave portacontainer richiede per un viaggio transoceanico una quantità di energia tale da alimentare 50mila abitazioni? Sono solo alcuni dei numeri presentati nel rapporto “Catalysing the fourth propulsion revolution” dell’International chamber of shipping (Ics), che vedono l’industria continuare a boccheggiare nel cammino verso la decarbonizzazione. A rischio, secondo l’organizzazione che rappresenta l’80% della flotta mercantile globale, trilioni di dollari di investimenti che potrebbero disperdersi qualora venissero allocati erroneamente nella lotta contro il cambiamento climatico.

Stando allo studio, infatti, attualmente non esistono sistemi di propulsione a zero emissioni di Co2 nella scala necessaria a guidare l’intero settore verso gli obiettivi green stabiliti dall’Organizzazione marittima internazionale (Imo). Di conseguenza, l’industria si starebbe incamminando verso quello che viene definito un «iceberg finanziario», poiché la pressione per contenere le emissioni si sta rafforzando velocemente e le catene di approvvigionamento faticano a tenerne il passo. «Se si vogliono raggiungere gli attuali obiettivi di riduzione dell’anidride carbonica del trasporto marittimo è necessario un salto di qualità nelle tecnologie per la decarbonizzazione, simile al passaggio dalla vela al vapore compiuto oltre un secolo fa», spiega Guy Platten, segretario generale dell’Ics. Tuttavia, aggiunge, «non godiamo dello stesso lusso del tempo per porre in essere questa trasformazione». Secondo Platten è necessario dunque un fondo centralizzato di almeno cinque miliardi di dollari che garantisca un’intensa «iniezione di investimenti» in ricerca e sviluppo, in quanto «la portata della sfida finanziaria è pari a quella tecnica». «Abbiamo bisogno – conclude – di certezze e di azioni per evitare l’imminente iceberg finanziario, mentre definiamo la rotta verso un futuro a zero emissioni di carbonio». 

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Ma quali sono le proposte e le criticità che intralcerebbero il cammino dell’industria? Secondo lo studio, uno dei combustibili a basse emissioni più promettente è l’ammoniaca “verde” il cui utilizzo, stando alle stime dell’Aie, raggiungerà i 130 milioni di tonnellate entro il 2070, il doppio di quanto sia stato utilizzato a livello globale per la produzione di fertilizzanti nel 2019. Tuttavia, spiega l’Ics, vantando una densità energetica molto più bassa rispetto al petrolio, le imbarcazioni dovrebbero consumare volumi di combustibile cinque volte superiori rispetto ai livelli attuali. Ciò significa che la produzione di ammoniaca dovrebbe aumentare di 440 milioni di tonnellate, richiedendo 750 gigawatt di energia rinnovabile pari al 60% della produzione mondiale. Un’alternativa è rappresentata dall’idrogeno, la cui produzione commerciale emetterebbe tuttavia una tale quantità di gas serra da «annullare le sue credenziali verdi», spiegano i ricercatori. E infine le batterie, che non mancano di celare insidie. Una tipica nave portacontainer, infatti, richiederebbe la potenza di 10mila batterie Tesla S85 al giorno. L’energia eolica, in compenso, potrebbe sostenere le navi elettriche, anche se si ritiene che saranno praticabili unicamente viaggi a breve distanza. Un gap, conclude l’Ics, che potrebbe essere colmato proprio con un’enorme attività di ricerca e sviluppo.

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