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Inflazione record in Usa, crolli a catena in Borsa. Franco: «Cautela sui tassi»

Sabato 11 Giugno 2022 di Roberta Amoruso
Inflazione record in Usa, crolli a catena in Borsa. Franco: «Cautela sui tassi»

I timori sull’inflazione e la bussola oscillante delle banche centrali tra la fretta di fermare la catena prezzi-salari e il rischio di tagliare le gambe alla crescita. C’è un po’ tutto questo dietro il venerdì nero delle Borse del Vecchio Continente e di Wall Street. L’indice paneuropeo Stoxx 600 ha perso il 2,7%: in fumo sono andati più di 265 miliardi di valore in un colpo solo. Francoforte ha ceduto il 3,1%, Parigi il 2,8%. Milano, la peggiore, ha ceduto invece il 5,1% toccando il minimo a tre mesi, con 39 miliardi di capitalizzazione bruciati in poche ore.

Mentre il differenziale di rendimento tra Btp e Bund ha archiviato la seduta a quota 224,1 otto punti in più rispetto ai 216 della vigilia. Il rendimento del decennale ha invece toccato quota 3,75%, aggiornando i massimi da ottobre 2014. Del resto, senza uno scudo anti-spread i paesi più appesantiti dal debito - come Italia e Spagna - rischiano di pagare più degli altri il cambio di prospettiva della politica monetaria. Infine per Wall Street lo scivolone è del 2,7% e del 3,5% per rispettivamente per Dow Jones e Nasdaq, con il rendimento del T-bond a due anni salito di 21 punti al 3,032% e tornato ai livelli del giugno 2008. 

Gli analisti sono ormai convinti che molto debba ancora essere scritto sullo spettro inflazione. La narrazione della Bce potrebbe infatti non essere conclusiva. E Francoforte potrebbe essere ancora più aggressiva di quanto dichiarato due giorni fa con il doppio intervento sui tassi, a luglio e settembre. Insomma, un ritmo di stretta monetaria modello Fed ora non si può escludere anche in Europa. Colpa di un’inflazione galoppante che se negli Stati Uniti a maggio ha raggiunto l’8,6%, il top da oltre 40 anni per effetto del caro-benzina, con il dato annuale previsto al 5,4%. In Italia potrebbe toccare a fine anno al 6,2% secondo le previsioni di Bankitalia, mentre per l’Europa l’ultima fotografia della Bce vedeva il dato annuale al 6,8%. Ecco perché ora gli economisti per la Fed vedono all’orizzonte anche tre rialzi dei tassi da 75 punti base a giugno e da 50 punti base a luglio e settembre. Più difficile azzardare previsioni sulle mosse della Bce: inasprire la politica senza innescare una crisi del debito nell’Europa più debole rimane la sfida dell’Eurotower. A buttare acqua sul fuoco in una giornata di marosi ci ha provato ieri il ministro dell’Economia, Daniele Franco.

Questi aumenti «non hanno molto effetto sullo scenario macroeconomico» ha detto il ministro dell’Economia nel corso della conferenza stampa conclusiva del consiglio dell’Ocse a Parigi, presieduto quest’anno dall’Italia. Dunque, ben venga un aumento «prevedibile» dopo un periodo di tassi bassi quando non negativi che riporta a «una situazione di normalità», ha precisato il ministro. Altra cosa e guardare alla «traiettoria» dell’aumento e alla «tempistica». Il rialzo dei tassi «deve avvenire senza tensioni e choc. Occorre evitare di introdurre in questo contesto tensioni non necessarie e si tratta di selezionare le traiettorie di incremento dei tassi considerando i fattori sottostanti l’aumento dell’inflazione», ha continuato Franco dinanzi alla stampa europea assieme al segretario generale dell’Ocse, Mathias Cormann. E dunque, se l’inflazione «è dalla parte della domanda, l’aumento dei tassi è appropriato per contenere l’inflazione, se invece dipende ampiamente da shock dell’offerta l’aumento dei tassi è meno pertinente». 

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Intanto, però, i primi effetti del cambio di rotta delle banche centrali si sono visti ieri sui mercati. E in particolare sul settore bancario che più di tutti teme le turbolenze sugli spread. Lo stesso settore che secondo la fotografia della Fabi ormai conta più sulle commissioni da negozio finanziario (il 53,6% dei ricavi nel 2021) che sui prestiti (il 46,4% del totale dei proventi). Così mentre l’indice Ue dei titoli bancari perdeva il 4,9%, a Milano a guidare il tonfo è stata Bper (-12,9%) insieme a Banco Bpm (-12%). Unicredit ha ceduto il 9,1%, con Intesa Sanpaolo a -7,3% e Mediobanca a -6,6%. Anche il risparmio gestito ha pagato il suo tributo con Fineco (-9,4%), Azimut (-9%), Banca Generali (-8,3%) e Unipol (-8,2%). Più o meno in linea il bilancio dei cugini bancari europei, a partire da Deutsche Bank (-5,8%), a Societè Generale (-6,1%) fino al Bbva (-9,1%). I timori da spread, recessione e stagflazione valgono decisamente più dell’inversione sui tassi. 

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