Lavoro, cosa chiedono le aziende e cosa dovrebbero fare i giovani: i consigli e come difendersi

Lavoro, cosa chiedono le aziende e cosa dovrebbero fare i giovani: i consigli e come difendersi
Sabato 17 Febbraio 2024, 23:19 - Ultimo agg. 20 Febbraio, 07:01
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Avvocato Paolo de Berardinis, lei ha una grande esperienza nel campo giuslavoristico, ha lavorato come legale in grandi aziende e ora guida un grande studio che si occupa di Diritto del Lavoro. Ha quindi un punto di osservazione privilegiato. Cosa chiedono le aziende in questa fase e cosa dovrebbero fare oggi i giovani per intercettare la domanda?
Mi è rimasto impresso l'episodio di una ragazza, estremamente intuitiva, che per candidarsi in una selezione di una grande azienda multinazionale della settore pubblicitario, propose una rivisitazione dei bigliettini contenuti dai cioccolatini di una famosa marca, inviando insieme al suo curriculum una scatola di cioccolatini "rivisitata”. La fanciulla fu assunta, poi ha fatto molta carriera. Cosa voglio dire:, bisogna evidenziare ciò che si vorrebbe fare mostrando anche di saper fare, quantomeno di saper proporre.

Qualche settimana fa è diventato virale il video di una ragazza che pur avendo due lauree e conoscendo diverse lingue si trova di fronte solo porte chiuse.

Esiste la necessità di acquisire competenze più mirate e di orientare il proprio corso di studi verso precise direzioni?

Non conosco questa vicenda, in particolare non mi sono noti i titoli della persona, in ogni caso ritengo che si tratti un palese errore di valutazione, che come tale non possa costituire un punto di riferimento. Piuttosto, il suggerimento potrebbe essere quello di coniugare le proprie aspirazioni, che devono restare un elemento centrale, con quanto il mercato richiede. Questo mix porta da un lato a non snaturare le proprie tendenze culturali e lavorative, e, dall'altro lato, consente un approccio concreto, il tutto senza mettere da parte la propria visione che a sua volta dovrà essere rigorosa.

Secondo lei è vero che è cambiato il paradigma stesso del lavoro e i giovani non mettono più il lavoro in cima alle loro priorità?

Questo è un dato evidente, non sta a me dire se si tratta di un errore ovvero se è corretta questa propensione, comunque esiste. Sospetto però che sia andato perduto un elemento molto importante, il lavoro non è solo fonte di guadagni per sé stessi ma costituisce anche un'occasione per gli altri: questa dovrebbe essere una priorità, dico dovrebbe perché non vedo molti esempi in giro.

Tanti imprenditori denunciano la difficoltà di individuare giovani disposti a sacrificarsi. Altri ribattono che gli imprenditori non riescono a uscire da un’ottica predatoria e di corto respiro e non vogliono investire sui nuovi assunti, con retribuzioni adeguate. Dove sta la verità?

Per una volta la verità non sta nel mezzo ma nella visione. Ciò che ho detto prima per quanto attiene alla concezione del lavoro come opportunità diffusa per la comunità, vale anche per gli imprenditori, diciamo meno illuminati. Poi il problema sta nel numero, nel senso che se questi ultimi sono la maggioranza allora non vi sarà quella visione, con ogni relativa conseguenza.

È vero che i ragazzi chiedono un rapporto diverso con il luogo fisico del posto di lavoro e garanzie per una certa quota di smart working oppure al contrario, essendo all’inizio del loro percorso, ricercano la presenza, lo scambio e il confronto sul posto di lavoro?

Questa differenziazione su come prestare l'attività lavorativa non dovrebbe essere lasciata ai giovani, ma va spiegata agli stessi. Per forza di cose un giovane non ha un'esperienza di lavoro tale che gli consenta di comprendere quali sono le conseguenze di determinate modalità di disimpegno del lavoro. Faccio un esempio per spiegare meglio il mio pensiero: a volte il confronto fra le persone avviene in modo accidentale, quello telematico invece non potrà mai esserlo, in quanto la riunione da remoto va stabilita, programmata, vanno precisati i contenuti e via dicendo, invece è proprio il confronto accidentale che fa sorgere nelle persone delle idee.

Quali politiche mette in campo nel suo studio a favore dei giovani?

Fondamentalmente: la formazione non solo quella tecnica ma anche quella cosiddetta del saper essere, la necessità di comprendere da subito che il proprio lavoro, e la qualità dello stesso, consentono di crescere, di affermarsi e di guadagnare meglio. In questo modo, il giovane professionista viene messo subito di fronte ad una scelta precisa e duratura ma principalmente auto responsabilizzante.

7)    Nelle aziende sembra esserci una corsa alla ricerca di lavoratori con competenze Stem, tecnologiche e scientifiche, anche in vista dell’avvento dell’Intelligenza Artificiale. I posti utili non vengono però coperti dai nostri laureati. Sarebbe utile rafforzare l’orientamento alle lauree scientifiche già nelle scuole superiori e, su un altro fronte, una formazione mirata post-diploma?

Mi risulta che anche i laureati in materie umanistiche vengano anch'essi ricercati dalle aziende, credo che il modello al quale puntare sia quello, da anni utilizzato dalla Normale di Pisa; se si vanno a scorrere i programmi dell’Ateneo si noterà una miscellanea di saperi che abbracciano più e più discipline sia scientifiche che umanistiche.

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