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Lavoro: la Campania assorbe l’urto della crisi

Domenica 24 Gennaio 2021 di Rita Annunziata
Lavoro: la Campania assorbe l’urto della crisi

Malgrado nell’ultimo anno il mercato del lavoro abbia subito un rapido deterioramento sulla scia della crisi pandemica, la Campania sembrerebbe averne in qualche modo assorbito l’urto. Almeno rispetto al settentrione. Secondo una recente nota della Banca d’Italia realizzata in collaborazione con il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, il numero dei contratti di lavoro attivati nel settore privato non agricolo ha superato quello dei contratti cessati di 22mila unità. Un dato lievemente in calo rispetto al 2019, quando si parlava di circa 29mila posti di lavoro in più, per attivazioni nette pari dunque a -7mila unità. Secondo i ricercatori, infatti, la perdita occupazionale si sarebbe concentrata prevalentemente nel nord della Penisola, in particolare in Lombardia (-87mila rispetto al 2019), Veneto (-43mila), Emilia-Romagna (-29mila) e nelle province autonome di Trento e Bolzano (rispettivamente -26mila e -17mila unità), che hanno contribuito per quasi due terzi ai minori flussi rilevati a livello nazionale.

Complessivamente, in Italia il numero di contratti di lavoro cessati nel settore privato non agricolo ha superato quello dei contratti attivati di 42mila unità, in controtendenza rispetto al 2019, quando si parlava di 300mila posti di lavoro in più. Le assunzioni, infatti, sono crollate di circa 1,9 milioni di unità (per un totale di 4,78 milioni), mentre le cessazioni di oltre 1,5 milioni. Un andamento condizionato fin dal principio dall’emergere dei primi contagi, con un saldo negativo tra attivazioni e cessazioni di 595mila unità già verso la metà del mese di giugno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, per poi recuperare tra giugno e ottobre e interrompersi nuovamente a novembre «in concomitanza con il nuovo aumento dei contagi e con l’adozione delle necessarie misure restrittive», si legge nel rapporto.

Considerando l’andamento delle diverse tipologie contrattuali, i contratti di lavoro a tempo determinato hanno «assorbito gran parte della contrazione della domanda di lavoro durante la prima fase dell’emergenza sanitaria, per poi alimentare la ripresa occupazionale nei mesi estivi e azzerare, alla fine di novembre, il divario rispetto al 2019», continuano i ricercatori. Alla fine di dicembre, infatti, il saldo risultava negativo per circa 250mila unità, 157mila posizioni perse in più rispetto al 2019. Le stabilizzazioni di contratti temporanei, invece, hanno raggiunto le 427mila unità, di cui 80mila solo nel mese di dicembre, «verosimilmente per effetto degli sgravi contributivi in scadenza introdotti dal decreto agosto».

Sul versante settoriale, a percepire maggiormente i contraccolpi della crisi è stato il terziario. I servizi, infatti, hanno registrato una crescita a ritmi significativi solo nel mese di luglio (per le costruzioni si parla di maggio), per poi rallentare in autunno e tornare fortemente negativa nel mese di dicembre. Fa da traino il turismo, con un saldo annuale complessivo pari a -140mila unità (230mila posizioni in meno rispetto al 2019). In questo contesto, inoltre, l’occupazione femminile ha riportato la più elevata contrazione delle attivazioni nette, tenendo anche conto del fatto che la componente maschile ha invece beneficiato della più rapida ripresa dell’industria e delle costruzioni nel dettaglio.

Intanto, le politiche governative dispiegate per contrastare l’emergenza epidemiologica hanno determinato parallelamente un’impennata del lavoro da remoto («una modalità di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, entro limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva», secondo la Legge 22 maggio 2017, n.81), che nel settore privato non agricolo ha superato il 14,4% nel secondo trimestre del 2020 (dall’1,4% del 2019). Secondo un’analisi di Bankitalia, il boost del lavoro da remoto ha riguardato principalmente proprio le donne, oltre ai lavoratori impiegati nelle imprese di maggiori dimensioni e ai settori dell’informazione, della comunicazione e delle attività finanziarie e assicurative.

Nel dettaglio, per l’occupazione femminile si parla di un incremento dello smart working del 15,4% (4,1 punti percentuali in più rispetto agli uomini). Per i comparti dell’informazione e della comunicazione e delle attività finanziarie e assicurative, invece, i dipendenti in lavoro agile hanno toccato rispettivamente il 58,6% e il 51,1% del totale (dal 5,9 e dall’1,9% del 2019). Inoltre, la retribuzione dei lavoratori da remoto ha superato quella della controparte del 6%, «riflettendo in larga parte il maggior numero di ore lavorate (in media due ore alla settimana)», si legge nello studio. Tra l’altro, stando ai ricercatori, lo smart working ridurrebbe anche la possibilità di ricorso alla Cassa integrazione di circa 10 punti percentuali, di cercare un nuovo lavoro (-2,3 punti percentuali) o di perdere il lavoro attuale entro sei mesi (-3 punti percentuali).

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