Obbligati a crescere 2020 in webinar. Gentiloni: «Usare bene le risorse Ue»

Giovedì 17 Settembre 2020
Obbligati a crescere 2020 in webinar. Una spinta al rilancio dell'Italia Live

Obbligati a crescere è l’evento annuale del Gruppo Caltagirone Editore che ha lo scopo di approfondire le tematiche più rilevanti del contesto socio-economico internazionale ed elaborare stimoli allo sviluppo del Paese. Quest’anno Obbligati a crescere assume un significato nuovo, diventando un bisogno essenziale per recuperare il percorso di crescita che la pandemia da Covid-19 ha drammaticamente interrotto. Insomma, l’obiettivo di questo nuovo appuntamento è fornire idee e valutazioni che contribuiscano a dare una spinta più energica a questa sorta di nuovo inizio.
 

 

Il primo intervento all'incontro è stato di Vittorio Colao, presidente della Task Force nominata dal governo per fonteggiare l'emergenza Covid ed ex numero uno di Vodafone. Colao ha sottolineato che per ripartire dopo la crisi è necessario scegliere «misure di significativo impatto e non cento misure che non cambieranno le cose». Obbligati a crescere secondo il manager sono «le due parole giuste» ma, ha aggiunto, «da europei», non è infatti pensabile di farlo da soli in questo contesto globale, neanche per uno Stato come la Germania. 
 

Colao ha poi parlato del ruolo dello Stato: «C'è grande tensione perché lo Stato faccia di più. Non sono contrario a priori ma c'è una gradazione fra fare solo il regolatore e capire dove andarsi a mettere in ogni singolo campo. Lo Stato ha proseguito Colao non ha dimostrato di essere un bravo gestore». Inoltre secondo Colao la pubblica amministrazione, la sanità «non è che funzionino benissimo» quindi «prima di lanciarsi in nuove avventure» lo Stato dovrebbe preoccuparsi «di far funzionare quello che non va». 

 

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Claudio Descalzi, amministratore delegato dell'Eni, si è soffermato sull'economia circolare e la decarbonizzazione. Il manager ha parlato di una transizione energetica graduale ma obbligata e sottolineato che il futuro dell'Eni «non sarà basato sul petrolio». «C'è bisogno di tempo per i cambiamenti, pensando soprattutto alle infrastrutture. Mantenendo quest'ultime senza rottamare tutto ciò in cui hai investito, penso a Venezia e Gela, è possibile avere uno sguardo diverso verso il futuro», ha detto Descalzi. Da qui la necessità di spingere anche sull'energia circolare. Un esempio è il progetto che cattura il CO2 che sarà fatto nell'hub di Ravenna. Come la fissazione della CO2 nelle bioalghe, dalla quale si ricava olio ottimo per le bioraffinerie. Sollecitato inoltre sul progetto di ricavare energia dalle onde del mare ha aggiunto: «E' un progetto che abbiamo sviluppato e presentato con l'università di Torino, può dare energia a prezzi contenuti alle isole e non solo». 
 


Descalzi ha poi affermato che il cambiamento è ormai «irreversibile» e che non si tornerà più alla situazione pre-Covid perché il contesto non sarà più quello pre-Covid. L'emergenza, ha proseguito, «ha accelerato la trasformazione» e anche l'Eni dovrà percorrere strade diverse. «Noi abbiamo accelerato in questo cambiamento ma dopoi che le polveri del covid saranno scese, si vedrà un corpo diverso, una strada diversa. Sarà difficile cambiare pelle, perché si tratta di cambiare anche la struttura mentale e la cultura», ha detto Descalzi, paragonando una società ad un corpo. «Però è un discorso irreversibile, perché di fronte alla sopravvivenza si cambia e il post covid ci darà un nuovo corpo, una nuova mente e un nuovo cuore».

Lavorare ai progetti contenuti nelle linee guida del governo per l'accesso al Recovery Fund «è stato un momento di aggregazione a livello nazionale, con un'ottima connessione tra pubblico e privato. È l'Italia che riceverà i fondi», ha poi sottolineato Descalzi. «Noi ci siamo occupati dei progetti energentici. Gli obiettivi sono diversi, dal creare occupazione, innovazione, ridurre componente carbonica e innovare e formare», ha proseguito.

Infine, parlando della situazione in Libia e nel nord Africa, Descalzi ha evidenziato che «la situazione negli ultimi 10 anni si è complicata nel Nord Africa. Adesso ci sono gli ultimi accordi, quello di Israele con Abu Dhabi, prima con l'Egitto e che porta adesso a fare un nuovo accordo con il Bahrain. E' un'alleanza politica che poi diventa economica, di sicurezza e sugli investimenti energetici. Quanto possa cambiare e essere una soluzione, lo vedremo». «Certo più si arriva a fare alleanze e fare dialogo, più si riesce a individuare strade nuove», ha detto Descalzi, sottolineando che «tutti devono mettere una grande buona fede ed essere ispirati da una pace, senza pensare che uno possa essere egemnone rispetto ad un altro: perché se si vuole una pace essendo egemoni, in embrione si sta pensando alla guerra». 
 

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Carlo Cottarelli, direttore dell'Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell'Università Cattolica di Milano, si è concentrato sugli sprechi e ha sottolineato come la macchina della pubblica amministrazione sia troppo lenta a muoversi e questo perché, ha spiegato l'economista, «l'opinione pubblica italiana non ritiene che sia una priorità».

Per ripartire Cottarelli individa tre priorità: primo la riforma della pubblica amminstrazione, che vuol dire far muovere rapidamente la macchina, sfoltire le leggi e creare un sistema per misurare i risultati e premiare il merito. Secondo la riforma della gustizia, perché il sistema italiano è penalizzato da una giustizia lenta e terzo gli investimenti pubblici «cominciando dalle piccole opere e non dalle grandi opere che consentono ai politici di andare a tagliare i nastri».

Sul Recovery fund Cottarelli ha poi chiarito «che in realtà le risorse Ue a disposizione sono molte di più. Basti pensare agli acquisti di titoli di Stato della Bce: per l'Italia valgono circa 220 miliardi solo nel 2020. L'anno prossimo forse saranno meno, ma parliamo comunque di oltre 100 miliardi. E sarà cruciale fare in modo di investire su fronti che lascino qualcosa alle generazioni future. Di qui il nome del fondo Next generation».

«Di sicuro - ha aggiunto - servono investimenti in infrastrutture e nei piani verdi, fino ad arrivare alla necessaria dote di risorse da impegnare in digitalizzazione, pubblica istruzione, ricerca e miglioramento della giustizia e Pubblica amministrazione. Bisogna far funzionare i servizi pubblici, è evidente. Si tratta di capitoli che andranno dettagliati e comportano tutti una spesa anche elevata, ma sarà una spesa temporanea». E alla domanda: Come evitare gli sprechi? Cottarelli risponde: «Ovviamente questo rischio c'è. Quando arrivano tanti soldi, si sente meno la necessità di risparmiare».

Secondo Cottarelli inoltre ora più che mai non è tempo di spending review. «Proprio così: è difficile immaginare ora - spiega - una revisione della spesa che consenta di risparmiare qualcosa. Sarebbe necessario farlo, ma se non si è riusciti a farlo quando il vincolo di bilancio era stretto, ora che le maglie sono più larghe mi sembra politicamente più difficile farlo. Vedremo». In merito a come evitare esasperazioni sulle spese future, l'ex commissario per la spending review riferisce: «E' un po' lo stesso discorso: bisognerebbe farlo ma, ripeto, quando c'è un'ampia disponibilità di risorse è più alto il rischio di spreco. Va chiarita comunque una cosa: nell'immediato, anche lo spreco risolleva l'attività economica». Alla domanda: nel senso che comunque sono risorse che entrano in circolo e fanno bene all'economia? Risponde invece: «Non tutte. Quando lo Stato regala soldi o, peggio, li spende in progetti improbabili, non risolleva certo la capacità produttiva del Paese. Resta il fatto che quei soldi possono aiutare ad accrescere i consumi. Quindi nell'immediato, qualunque spesa pubblica, anche quella cattiva, può aumentare temporaneamente il reddito. Però quando finisce quella spesa il reddito torna dov'era prima. Accrescere la capacità produttiva del Paese è altra cosa. Ecco perché è così importante selezionare tra progetti buoni e progetti cattivi».   
 

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Matteo Del Fante, amministratore delegato di Poste Italiane, amministratore delegato di Poste Italiane, ha messo al centro del suo intervento il lavoro del gruppo per ridurre il digital divide nel Paese. Del Fante ha ricordato in particolare il «ritorno e la rifocalizzazione dell'azienda nelle aree interne e nei piccoli comuni, che in Italia sono 5mila» e che erano stati vittime in passato di una lenta fuga delle persone più produttive perché non avevano i mezzi per far crescere le loro attività imprenditoriali. Del Fante ha poi affermato che tutti gli uffici sono stati dotati di wi-fi e che sono stati installati 500 distributori automatici di contanti (Atm) nelle zone dove non c'erano più. Per quanto riguarda Spid, le credenziali di accesso ai servizi on line della Pubblica amministrazione, Del Fante ha sottolineato come dei 10 milioni di quelle esistenti 8 milioni sono state gestite dalle Poste.

«Siamo uno dei 10 operatori privati che sono attivi per l'Italia nel fornire l'identità digitale a tutti i cittadini, il famoso Spid - ha detto Del Fante -. Siamo arrivati a settembre a 10 milioni di titoli certificati di identità Spid rilasciate, cioè 10 milioni di italiani hanno lo Spid. Poste di questi 10 milioni si è messa sulle spalle (perché lo facciamo pro bono) 8 milioni, di cui l'87% nell'ufficio postale». «Quando devo accompagnare il cittadino nell'ufficio postale, significa tanti minuti di lavoro che dedico al cittadino e tolgo ad altre attività», ha spiegato Del Fante, sottolineando che di questo «siamo molto fieri e continuamo a dare una mano al Governo».

L'amministratore delegato del gruppo ha detto poi che si sta spingendo anche sulla «arretratezza del pagamento fisico rispetto al digitale»: «Da questo punto di vista stiamo spingendo moltisisimo e cercando di aiutare il passaggio ai pagamenti non fisici. Siamo tornati sul territorio installando 500 Atm nelle zone dove non c'erano più».

«Noi abbiamo un tema molto serio, purtroppo non positivo - ha poi osservato il manager - che è la graduale riduzione tendente, speriamo nel più lungo tempo possibile, ineluttabilmente alla scomparsa della posta. Noi siamo seduti su un'attività che impiega 60 mila dipendenti, che noi oggi sappiamo tra X anni non ci sarà più. Quindi noi per dipendenti nel settore postale siamo la più grande azienda italiana seduta su un business che non ci sarà più. Quindi non è un problemino facilissimo», ha proseguito Del Fante. «Siamo partiti 3 anni fa dicendo riconvertiamo quella presenza territoriale che deve tornare ad essere un asset. In 3 anni oggi Poste è diventato il primo consegnatore a casa business to consumer d'Italia, con gli investimenti fatti in questi 3 anni. Lo sforzo in ambito di fondi per la crescita e la ripartenza va sicuramente fatto nell'ambito dell'e-commerce e nel digitale», ha poi rilevato Del Fante in riferimento alle risorse del Recovery fund.

Le Poste hanno «tenuto botta» con i ritmi di Amazon, ha aggiunto l'amministratore delegato del gruppo. «Sulle percentuali e sulla qualità. Se tu non dai la qualità settimana a settimana, purtroppo queste grandi piattaforme, con tutto il rispetto perché è un mercato, ti trattano non come un dipendente a tempo indeterminato ma come un contratto a ore. Questa settimana hai la merce da consegnare perché la settimana scorsa hai dato il servizio in tempo. È così. Prezzo e servizio. Settimana a settimana», ha spiegato Del Fante: «È l'era del digitale».
 

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Luigi Gubitosi, amministratore delegato di Tim, ha evidenziato come in Italia ci siano milioni di persone che non usano internet o lo usano poco, e che questo vale anche per le imprese e la pubblica amministrazione. «Con la connettività siamo in media con l'Europa. Siamo all'ultimo posto per il capitale umano: milioni di persone usano poco internet. Ci sono tante macchine e autostrade ma non abbiamo la patente», ha detto Gubitosi. «Siamo in ritardo», ha continuato il manager affermando che è estremamente importante riportare l'Italia alla media degli altri paesi europei e per fare questo, ha aggiunto, serve molta formazione. «Fare l'infrastruttura, arrivare alla rete unica, può sembrare paradossale, è la parte più semplice. Più complesso «abituare i cittadini» alla conoscenza digitale e per questo «serve un progetto di lungo periodo a partire dalle scuole», ha continuato Gubitosi, spiegando che «saremo molto attivi nel promuovere la conoscenza digitale a livello di imprese».

«Nel 2021 si chiude il digital divide sostanzialmente», ha poi assicurato Gubitosi. «Dal 2021 inizieremo a chiudere il digital divide regione per regione, anche prima di arrivare alla rete unica. Dal primo trimestre 2021 tutte le regioni chiuderanno il digital divide», ha spiegato Gubitosi, ricordando che «quest'anno è stato fatto un grandissimo lavoro sulle aree bianche. Rete nel lockdown non ha funzionato dove non c'era. Noi siamo al 31 agosto al 65% arriveremo ai tre quarti delle aree bianche entro fine anno».

«Il dibattito nazionale si è molto concentrato sulla rete unica, è stato il tormentone dell'estete, ma la rete unica è una cosa che dovremmo dare per scontata, perché in realtà nel resto mondno si sta parlando quello che segue dopo, cloud, uso dei dati, tecnologie cone Intelligenza artificiale. Il mondo continua a progredire. Questo lavoro sulla formazione sarà assolutamente fondamentale - ha concluso - spero ci saranno fondi adeguati. Mi sembra che nel governo si stia diffondendo la consapevolezza che non è solo questione di hardware ma anche di software».

 

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Infine il commissario europeo, Paolo Gentiloni, ha parlato dei fondi del Recovery fund per fronteggiare la crisi provocata dall'emergenza Coronavirus. Gentiloni ha detto che l'Italia «è certamente osservata» perché è il Paese che riceverà più risorse dall'Europa, circa un quarto del totale. «Lavoreremo affinché queste risorse vengano utilizzate a fin di bene e anche utilizzate perché quando si parla di centinaia di miliardi di euro l'utilizzo non è scontato», ha affermato Gentiloni.

Il commissario ha sottolineato poi che occorre essere «prudenti e realisti» nell'indicare tempi e obiettivi da raggiungere con l'utilizzo dei fondi Ue. «L'invito che faccio ai Paesi, soprattutto a quelli che hanno fatto più fatica in questi anni ad assorbire le risorse europee, è di essere prudenti e realisti nell'indicare i tempi e gli obiettivi da raggiungere, perché se sono irrealistici alla fine la Commissione Ue avrà difficoltà nelle erogazioni biennali di queste risorse», ha rilevato Gentiloni. Il Recovery, «oltre a ad essere l'ultimo treno è anche il primo. Un treno così non c'è stato mai. Qui stiamo parlando di un treno per il futuro», ha detto Gentiloni, spiegando che è il primo treno «con queste dimensioni e che apre questi spazi di bilancio. 

Sul Mes «ci sono 5 o 6 paesi tra cui l'Italia che si stanno interrogando. Non sono ancora arrivate richieste formali da parte di nessuno», ha quindi puntualizzzato il commissario, aggiungendo che il Sure invece «ha avuto l'adesione di 16 paesi».

Gentiloni ha quindi ribadito che non è possibile usare i soldi degli aiuti europei per abbassare le tasse. «Condivido totalmente quello che ha detto il ministro Gualtieri: non possiamo usare le risorse del Recovery fund per interventi generali di riduzione delle tasse». «Emettere debito comune e vedere che il paese maggiormente beneficiario invece di investire sul futuro lo usa in altro modo sarebbe stato un segnale negativo e qualcuno percepito come tale», ha affermato ancora Gentiloni, aggiungendo di essere convinto che il governo italiano sia «sulla stessa linea». In riferimento ad articoli di oggi secondo cui queste risorse verranno usati per ridurre le tasse ai ceti medi, Gentiloni ha risposto: «Faccio fatica a commentare cose che noi non abbiamo ricevuto. Noi diciamo una cosa molto semplice che questi piani devono venire da un equilibrio difficile tra l'autonomia delle scelte del governo e le priorità comuni».

Sul vaccino per il Covid «il lavoro dell'Ue sarà di garantire che quando uno o più vaccini saranno verificati e validati siano messi in circolazione in modo equo a livello globale», ha rilevato Gentiloni. «Trattandosi di una pandemia o noi siamo in grado di distribuirlo anche in Paesi come l'India che oggi ha numeri esponenziali di contagio oppure quetse epidemie ci ritornano da altre parti. È fondamentale, ma la Commissione lo dice da mesi, che la distribuzione riguardi tutto il mondo e non solo quei paesi o peggio quelle famiglie che possono permetterselo», ha aggiunto. 

«Le decisioni» per l'Agenzia europea contro le crisi sanitarie annunciata ieri dalla presidente della commissione Ue «non si prendono certamente in queste settimane. È difficile fare previsioni su queste cose, certamente l'Italia non è un paese con un sovraccarico di sedi a livello europeo; ne ha alcune e importanti, ma è un grande paese e potrebbe aspirare ad averne altre», ha poi sottolineato Gentiloni interrpellato sulla possibilità che la nuova
agenzia abbia sede a Roma. «Penso che la candidatura di Roma sia molto autorevole - ha aggiunto -. Se si riuscisse ad avere questa istituzione sarebbe molto importante». «Al momento l'agenzia non c'è. Finché non c'è è prematuro dire dove avrà sede ma è assolutamente legittimo per una città come Roma aspirare» ad averla, ha proseguito Gentiloni, evidenziando che «sul piano sanitario l'Italia è un paese all'avanguardia e sul piano dell'industria farmaceutica siamo uno dei 3-4 paesi europei più avanzati».
 

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Questa edizione dell'evento - che di necessità ha abbandonato il tradizionale format e si è svolto on line - è dedicata al riavvio dei cantieri, ai progetti e alle condizioni necessarie per realizzarli attraverso il ricorso ai fondi europei. Il webinar è stato on line dalle 9.30 su tutte le testate online del Gruppo Caltagirone Editore, oltre che sul Messaggero, ilgazzettino.it, ilmattino.it corriereadriatico.it e quotidianodipuglia.it.

 

Ultimo aggiornamento: 18 Settembre, 00:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA