Paradisi fiscali, l'Ue vara la nuova black list: ci sono anche gli Emirati Arabi

Martedì 12 Marzo 2019
Aumentano i paradisi fiscali nel mondo secondo la Ue che ha aggiornato la lista nera pubblicata nel 2017, portandola da cinque a quindici. Ci sono anche gli Emirati Arabi, nonostante l'iniziale resistenza dell'Italia, propensa a concedere più tempo come chiedevano. Invece dalla lista grigia, cioè quella dei Paesi sotto monitoraggio, ne
scompaiono ben 25, tra cui Andorra, Jersey e Panama, sebbene al centro di scandali ancora recenti. E sempre sul fronte fisco, l'Ue deve fare i conti con quella che in molti definiscono una 'sconfittà: la web tax Ue non si farà, perché i Paesi sono divisi. L'Unione si affida quindi all'Ocse, che sta studiando una misura da attuare a livello globale entro il 2020. E nel frattempo, gli Stati Ue procederanno divisi, introducendo ognuno una propria tassa come accaduto già in Italia, Spagna e Francia.

La revisione della lista 2017 dei paradisi fiscali è stata un'operazione durata un anno. Nel 2018 la Commissione ha
valutato 92 Paesi sulla base di tre criteri: trasparenza fiscale, buona governance e attività economica reale, nonché un indicatore, cioè l'esistenza di un'aliquota dell'imposta sulle società pari a zero. Per Bruxelles si tratta di un successo perché 60 Paesi che nel 2017 erano considerati a rischio, hanno preso provvedimenti eliminando più di 100 regimi fiscali dannosi.

Nella nuova blacklist ci sono i cinque già presenti dal 2017, gli unici che non hanno mai cooperato, cioè le Samoa
americane, Guam, Samoa, Trinidad e Tobago e le Isole Vergini. Ora vengono aggiunte Aruba, Barbados, Belize, le Bermuda, Dominica, Fiji, Isole Marshall, Oman, Emirati Arabi e Vanuatu. Tutte giurisdizioni che non hanno attuato gli impegni annunciati entro la scadenza data dalla Ue. Altri 34 Paesi restano sulla lista 'grigià per essere monitorati: tra questi le isole Cayman, Turchia, Svizzera, Capo Verde, Marocco, Montenegro. Mentre 25 sono stati rimossi, come Taiwan, Macao, Malesia, San Marino.

Intanto c'è lo stop, di fatto definitivo, all'idea di creare una web tax europea. La proposta di compromesso della presidenza romena, sebbene molto annacquata rispetto alle intenzioni iniziali, è stata bocciata con il voto di quattro Paesi (Svezia, Danimarca, Estonia e Irlanda), rafforzato dallo scetticismo di tanti altri. Ora bisognerà aspettare che sia l'Ocse a muoversi, con una misura globale che certamente richiederà più tempo. Il ministro Giovanni Tria era tra chi avrebbe preferito un segnale europeo subito, anche con una proposta in formato ridotto. La trasformazione dell'economia verso il digitale ha «un impatto forte all'interno di ogni Stato» ad esempio sulle «disuguaglianze», quindi «c'è un costo per gli Stati che devono accompagnare questa trasformazione economica e rafforzare le protezioni sociali. Ed è un »paradosso che chi è tra i principali attori si sottragga a contribuire ai costi che accompagnano la trasformazione dell'economia che sono sostenuti dagli Stati nazionali«, ha detto Tria.


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