MARIO DRAGHI

Pensione anticipata con il contributivo, ma tagli fino al 13%. Il governo spinge per “Opzione Tutti”

Oggi l’incontro tra Draghi e i sindacati che insistono per l’anticipo senza penalità

Martedì 16 Novembre 2021 di Luca Cifoni
Pensione anticipata con il contributivo, ma tagli fino al 13%

Parte in salita la trattativa tra governo e sindacati sul futuro delle pensioni. Il tavolo a cui parteciperà il presidente del Consiglio è convocato per oggi pomeriggio alle 16,30. Sul dossier più delicato, quello relativo alla nuova forma di anticipo che potrebbe sostituire in via strutturale Quota 100, la carta del governo è l’estensione a tutti i lavoratori della possibilità di lasciare il lavoro anticipatamente in cambio di un assegno interamente calcolato con il metodo contributivo.

Una generalizzazione della formula “Opzione donna” (appena prorogata per un altro anno), che è già stato ribattezzato “Opzione tutti” e potrebbe scattare da un’età minima di 62-63 anni. La soluzione non piace a Cgil, Cisl e Uil ma per l’esecutivo è l’unica possibilità di conciliare le esigenze dei pensionandi con quelle del bilancio pubblico. Questo meccanismo infatti pur provocando nell’immediato un maggior numero di uscite, concorre nel medio-lungo periodo a ridurre la spesa previdenziale, proprio perché gli importi degli assegni risultano ridotti a causa del calcolo meno favorevole.

 

 

LE VARIAZIONI

A quanto ammonta la decurtazione? La percentuale è estremamente variabile perché dipende in modo essenziale dalla storia contributiva del singolo lavoratore. In base allo sviluppo della carriera, la penalizzazione può essere molto limitata o invece particolarmente consistente. Un valore medio è quello fornito dallo stesso governo nella relazione tecnica della legge di Bilancio, con cui viene appunto estesa di un altro anno Opzione donna. La stima è di una riduzione degli importi medi pari al 6 per cento per le lavoratrici dipendenti e al 13 per le autonome. L’impatto sarebbe meno pesante di quanto risulta da altre simulazioni: è verosimile che questa valutazione risenta del quadro effettivo delle uscite in questi ultimi tre anni, in cui le lavoratrici più penalizzate potrebbero aver escluso il ricorso all’opzione.

Cgil, Cisl e Uil vogliono invece un canale di uscita che non preveda decurtazioni dell’assegno. Una soluzione intermedia che resta in campo, meno onerosa per i conti pubblici, è quella elaborata dall’Inps che prevede la liquidazione della sola quota contributiva dell’assegno fino alla maturazione della pensione piena all’età della vecchiaia. In questo caso l’aspetto da verificare riguarda l’importo effettivo di questo trattamento, che potrebbe essere troppo esiguo essendo riferito ai soli anni di versamenti contributivi.

L’AGENDA

In realtà il tema flessibilità non sarà probabilmente il primo ad essere affrontato. Le parti dovranno in prima battuta definire il formato del confronto e l’orizzonte temporale che potrebbe essere quello del prossimo Documento di economia e finanza a primavera, anche se i sindacati intendono intanto definire in tempi rapidi alcuni correttivi alla legge di Bilancio, ad esempio sul tema dei lavoratori “precoci” e sulla tabella delle categorie ammesse alla nuova versione dell’Ape sociale (il trattamento-ponte riservato a disoccupati e lavoratori impegnati in mansioni faticose). In agenda ci sono altri temi molto importanti. A partire dal destino previdenziale dei giovani, con la possibilità di definire una pensione di garanzia destinata a tutelare chi - avendo avuto carriere lavorative intermittenti - rischia di risultare particolarmente penalizzato dal metodo contributivo. Anche per le lavoratrici dovrebbero essere definite ulteriori misure correlate alla particolarità delle loro storie contributive.


 

 

Ultimo aggiornamento: 11:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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