Pensione flessibile, si tratta sulle penalità per chi esce: le ipotesi per superare quota 100

Martedì 11 Febbraio 2020 di Luca Cifoni
Pensioni più flessibili con penalizzazioni: duello sul contributivo

Tutti d’accordo, almeno sulla carta, sulla necessità di definire un “atteraggio morbido” da Quota 100, quando nel 2022 verrà meno il canale di uscita voluto dal precedente governo e basato sul doppio requisito di 38 anni di età e 62 di contributi. Ma l’incontro di ieri tra esecutivo e sindacati - il terzo nell’ambito del cosiddetto “cantiere” sulla previdenza - non ha prodotto per ora nemmeno una bozza su cui trattare.

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I rappresentanti di Cgil, Cisl e Uil hanno esposto il proprio progetto, che prevede la possibilità di lasciare il lavoro a 62 anni di età, oppure con 41 di contributi indipendentemente dall’età. Una formula più generosa della stessa Quota 100 che sarebbe chiaramente troppo costosa per le casse pubbliche; soprattutto in un contesto politico in cui non trova sostegno, nemmeno a livello politico, l’ipotesi di chiudere anticipatamente o quanto meno limitare il meccanismo introdotto nel 2019 insieme al reddito di cittadinanza. In ogni caso i rappresentanti del governo hanno preso tempo, riservandosi di fornire in seguito una risposta più articolata e valutazioni quantitative.

OBIETTIVO DEF
La scadenza è fissata grosso modo tra due mesi: a metà aprile infatti il governo dovrà quanto meno abbozzare, nel Documento di economia finanza, le linee di politica economica per il 2021, da concretizzare poi con la legge di Bilancio. Le scelte più importanti da fare saranno tre: la gestione della ormai consueta ipoteca rappresentata dalle clausole di salvaguardia, la riforma fiscale e il riassetto delle regole previdenziali. Obiettivi che sono sicuramente collegati tra loro sotto il profilo finanziario, nel senso che comportano tutti e tre dei costi in qualche modo da compensare. E che forse inquqlche misura si escludono tra di loro.

Per quanto riguarda le pensioni, oltre alla nuova forma di uscita flessibile ci sarebbero da finanziare anche il potenziamento di rivalutazione e quattordicesima (a beneficio di chi ha già lasciato l’attività lavorativa) e in prospettiva la pensione di garanzia per i giovani. In realtà la stessa soluzione a cui potrebbe guardare il governo, ovvero l’uscita a partire dai 64 anni con la pensione calcolata interamente nel sistema contributivo, non è del tutto indolore per la finanza pubblica, perché se è vero che nel medio periodo le maggiori uscite sono compensate dal minor importo degli assegni, nell’immediato lo Stato dovrebbe comunque pagare più pensioni di quelle previste.

Proprio sul contributivo però ha fatto muro il sindacato, mettendo in chiaro di non voler accettare questa opzione. La Cgil ha accompagnato la propria posizione con simulazioni dalle quali risulta che il ricalcolo può comportare una decurtazione del trattamento previdenziale fino al 30 per cento (anche se l’entità effettiva dipende molto dalla carriera lavorativa dei singoli lavoratori coinvolti). Il nodo non è stato affrontato nei dettagli al tavolo, ma i sindacati avrebbero fatto capire di poter accettare qualche forma più blanda di penalizzazione. Un’ipotesi da verificare è ad esempio della vecchia proposta di Pier Paolo Baretta e Cesare Damiano di un’uscita flessibile da 62-63 anni con un 2 per cento di riduzione del 2 per cento per ogni anno di anticipo.

LE COPERTURE
Sul fronte delle coperture finanziarie, in alternativa alla cancellazione anticipata di Quota 100 c’è l’idea di ripristinare l’aggancio all’aspettativa di vita per le pensioni anticipate, sospeso fino al 2026 dal governo Conte 1. Su questo punto però resiste però il Movimento Cinque Stelle.

Ultimo aggiornamento: 12 Febbraio, 08:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA