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Recovery plan, per le opere green mancano 740mila addetti: «A rischio il 2,5% del Pil»

Giovedì 4 Novembre 2021 di Giusy Franzese
Pnrr, per le opere green mancano 740mila addetti. «A rischio il 2,5% del Pil»

La rivoluzione verde legata al Recovery è pronta a partire, ma c’è un rischio enorme che potrebbe mettere in discussione tutto o vanificarne in parte gli effetti positivi: la mancanza di capitale umano, inteso come competenze professionali adeguate. E non parliamo solo dei supertecnici che conoscono ogni meandro e ogni più piccolo segreto delle tecnologie digitali. Mancano anche figure più “classiche”, come l’idraulico ad esempio, oppure il verniciatore o il posatore di tubazioni. Non che in assoluto non ci siano, ma sono troppo pochi rispetto alle richieste che a breve arriveranno dalle aziende alle prese con la trasformazione ecologica e sostenibile che da qui al 2026 riguarderà tutti i settori produttivi, dall’agricoltura alla manifattura, dall’edilizia alla logistica, dai servizi al turismo.  

Censis e Confcooperative si sono cimentate in una stima: da oggi all’intero 2025 per la transizione green serviranno 2 milioni e 375.000 lavoratori con competenze adeguate, ma quasi un terzo (31,2%) sono difficilmente reperibili o mancano del tutto, almeno 148.000 l’anno per un totale nel quinquennio di 741.000 posizioni. Ovviamente più le qualifiche richieste sono di livello elevato più la ricerca è difficoltosa e la percentuale di “posti vacanti” sale al 34%. Un vero paradosso considerando l’alto tasso di disoccupazione di cui soffre l’Italia. E anche un freno non da poco alla crescita economica: nel quinquennio si perderebbe il 2,5% di Pil, pari a 10,2 miliardi di euro all’anno. 

«Le imprese stanno aumentando spesa e investimenti in sostenibilità. Le nostre cooperative nel solo 2020, hanno speso 1 miliardo di euro sul green. E sono pronte a investire di più, ma servono misure di sostegno» dice Maurizio Gardini, presidente Confcooperative, commentando il report presentato ieri durante la prima giornata della Sostenibilità organizzata dall’organizzazione da lui presieduta. 

A sorpresa si scopre che non c’è fame solo di figure iperspecializzate, come gli ingegneri energetici e meccanici o i disegnatori industriali per la cui formazione servono anni e anni di studio e impegno. Anche i “semplici” idraulici o posatori di tubi, che dovranno aiutare ad esempio a installare impianti più efficienti e con minori sprechi per le irrigazioni dei campi, vanno a ruba. E si contendono, in numero assoluto il primato dei posti vacanti proprio con i supertecnici: man mano che si andrà avanti con il Recovery green, secondo le elaborazione Censis, mancheranno infatti circa 25.000 ingegneri e disegnatori industriali all’anno, e quasi 24.000 idraulici e simili. Parliamo quindi di circa 250.000 persone nel quinquennio solo in questi ambiti. Tra le categorie più “ricercate” e meno disponibili attualmente sul mercato, lo studio cita anche oltre 14.000 tecnici dei cantieri edili all’anno e quasi cinquemila verniciatori. In totale sono 35 le figure professionali indispensabili per attuare la rivoluzione green che in questo momento sono carenti. Quale occasione migliore per riconvertirsi e riqualificarsi? C’è da sperare che i centri per l’impiego nei piani di formazione legati al programma Gol (Garanzia di occupabilità dei lavoratori) in partenza proprio con i fondi del Recovery, tengano conto di queste analisi di mercato.  

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La transizione ecologica, nonostante la tipologia di profili ricercati in questo momento avvantaggi di più gli uomini, in realtà potrebbe essere un’occasione importante per le fasce tradizionalmente più deboli del mercato del lavoro, giovani e donne, coinvolti entrambi in circa mezzo milioni di posizioni. «Rispetto al 2020, grazie alla Missione 2 - si legge nel report - l’incremento di occupazione femminile e giovanile sarebbe da un lato di 385mila donne, dall’altro di 201mila giovani». L’occupazione femminile totale supererebbe quindi la soglia dei 10 milioni, mentre gli under 35 occupati si collocherebbero oltre i 5 milioni.

Un vero toccasana, visti anche i dati diffusi ieri dall’Istat che evidenziano un aumento della disoccupazione giovanile a settembre, tale da arrivare a sfiorare il 30%. E questo nonostante si tratti di un mese positivo per l’occupazione, con un recupero di 59.000 nuovi contratti (+0,3%) rispetto al mese precedente e di 273 mila unità (+1,2%) su base annua. Diminuisce quindi il gap con il periodo pre-Covid: ora restano 300.000 posti da recuperare. Il tasso di disoccupazione generale scende al 9,2%, (-0,1 punti sul mese precedente), ma purtroppo aumenta nella fascia d’età 15-24 anni arrivando al 29,8% (+1,8 punti), quasi il doppio rispetto alla media Ue (16%). Si tratta dell’incremento mensile più accentuato in tutta la zona euro, che ci colloca come disoccupazione giovanile dietro soltanto alla Spagna (30,6%).

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