Recovery, via libera dalle Camere. Draghi: «Se sbagliamo addio al fisco comune»

Mercoledì 28 Aprile 2021 di Marco Conti
Recovery, è via libera. Draghi: «Se sbagliamo addio al fisco comune»

Due giorni di dibattito e alla fine il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza passa con una larghissima maggioranza e il voto contrario solo della pattuglia degli ex grillini. Gratta-gratta, al netto delle polemiche, anche Giorgia Meloni schiera FdI per l’astensione e l’unico gruppo anti-Draghi e anti-Recovery proviene dalla galassia pentastellata e vota “no” perché non c’è il superbonus e si apre alla modifica della legge sulla prescrizione varata dal Conte1. Tutti contenti di aver approvato un Piano che in sei anni permette al nostro Paese di poter contare su 248 miliardi ma spicca l’entusiasmo è di Matteo Salvini, che mentre “rogna” sull’orario del coprifuoco, ringrazia Draghi per «il Pnrr ambizioso» e dichiara di essere un alleato «leale». Poi aggiunge, rivolto ai banchi del Pd, che «se qualcuno pensa di buttarci fuori da qua, ha sbagliato. Noi qua siamo e rimaniamo».

La quota

 

Tira un sospiro di sollievo il presidente del Consiglio che per due giorni ha ascoltato, prima alla Camera e poi al Senato, il dibattito. Si difende il premier dall’accusa dei tempi stretti spiegando che la scadenza del 30 aprile «non è mediatica» ma dipende solo dal fatto che «se si arriva prima si avranno i fondi prima». L’obiettivo dell’Italia - Paese che riceve la quota più importante di fondi - era di arrivare insieme a Francia, Germania e Spagna. Missione compiuta come dimostrerà oggi la videoconferenza nella quale i ministri dell’Economia dei quattro Paesi - il francese Le Maire, il tedesco Scholz, lo spagnolo Calvino e il responsabile del Mef Franco - illustreranno i rispettivi piani. Draghi sa di aver costretto deputati e senatori ad una lettura in notturna delle oltre trecento pagine del Pnrr, ma poiché «siamo ben pagati anche per questo», come sottolinea il capogruppo della Lega Riccardo Molinari, l’obiettivo è stato raggiunto. La vera sfida «è ora la sua attuazione» sottolinea il premier che richiama anche gli enti locali ad un coordinamento con il governo centrale perché «non è Stato contro enti locali, esattamente il contrario». «Al centro del piano - ricorda il presidente del Consiglio - c’è l’Italia, con le sue straordinarie qualità e le sue ormai storiche fragilità, su cui credo che tutti siamo d’accordo». Bisogna «affrontarle e risolvere, questo piano ci dà l’occasione per farlo». Ma - sottolinea - i progetti «si possono attuare solo se c’è accordo, volontà di successo non di sconfitta». «Lavorare insieme», «il Parlamento è protagonista» ma attenti perché se falliamo «non sarà più possibile convincere gli altri europei a fare una politica fiscale comune, a mettere i soldi insieme». Nella sua replica Draghi risponde a tutte le osservazioni sollevate durante il dibattito. A cominciare dalle risorse destinate agli asili, al Sud e alle periferie a cui è destinato «il 60% delle risorse». 700 milioni subito per gli asili, pronto a correggere nei bandi successivi «gli eventuali elementi di debolezza».

 

L’inerzia

Draghi dettaglia tutte le risorse destinate al Mezzogiorno, 82 miliardi in tutto, per rispondere alle critiche dei presidenti di regione del Mezzogiorno, ma anche in replica alle osservazioni di molti parlamentari 5S, e ci mette anche il Ponte sullo Stretto. Così come rassicura che l’ecobonus 110% resterà e che verrà semplificato. Alla fine delle giornata il premier è visibilmente soddisfatto e parla di «un giorno positivo per l’Italia». Ora comincia la fase più difficile. Ovvero la messa in atto delle riforme e delle opere contenute nel Pnrr. Dopo le miopie e la corruzione, Draghi elenca un altro ostacolo nell’«inerzia istituzionale». Fare in fretta, quindi, anche perchè in mezzo ai sei anni di vigenza del Recovery l’Italia ha un appuntamento elettorale che potrebbe rallentare l’attuazione delle riforme. Soddisfatti anche i grillini che non si scompongono anche quando Fratoianni (SI) fa loro notare che «il salario minimo legale è scomparso nell’ultima versione del testo. Dopo Salvini, o forse al pari, è un altro Matteo, Renzi, a fare salti di gioia perché «ora il futuro dell’Italia è tornato in buone mani». Il partito della Meloni alla fine si astiene anche è scettico sui progetti e sulla loro attuazione, mentre la capogruppo al Senato dem, Simona Malpezzi, impegna il partito dicendo che «l’agenda Draghi è l’agenda dei democratici», facendo intendere che per i dem l’ex banchiere centrale deve rimanere a palazzo Chigi per tutta la restante durata della legislatura. Forse perchè l’attuazione del Pnrr non sarà cosa facile o forse perché la poltrona del Quirinale è già prenotata. 

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