Rivoluzione digitale, il monito di Nicolais: «Servono competenze guai a tagliare la ricerca»

Giovedì 18 Novembre 2021 di Lorenzo Calò
Rivoluzione digitale, il monito di Nicolais: «Servono competenze guai a tagliare la ricerca»

«Chi ha detto che per reggere la sfida della competitività serve soltanto l'avanzamento tecnologico? Esiste un valore economico enorme, che è quello immateriale, e riguarda il capitale umano, la conoscenza, l'aspetto intellettuale, relazionale, organizzativo di un'impresa. È l'economia della conoscenza, più dipendente dal capitale umano e dalle competenze e meno dal processo di produzione».

A dirlo è Luigi Nicolais, ex ministro, consulente dell'attuale ministro dell'Università Maria Cristina Messa, presidente della Fondazione Cotec Italia. Cotec è una fondazione costituita dai tre capi di Stato di Italia, Spagna e Portogallo che sta celebrando a Malaga il XIV Simposio alla presenza del Re di Spagna, Filippo VI, del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella e del presidente della Repubblica portoghese, Marcelo Rebelo de Sousa.

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Professor Nicolais, perché puntare sul capitale immateriale?
«Perché la vera sfida in termini di innovazione è incentrata proprio sul valore immateriale, sul know how, sulla capacità di elaborare idee innovative e vincenti e da queste trarre linfa per realizzare prodotti. Insomma, non bastano soltanto asset tecnologici e finanziari per valutare la proiezione di un'impresa sui mercati. Ne è convinta anche la Bei. I tre Paesi aderenti a Cotec stanno investendo molte energie in questo settore che guiderà i processi di trasformazione in campo digitale, energetico e della ricerca applicata all'intelligenza artificiale, nella medicina, nell'industria».

Italia, Spagna, Portogallo: è la rivincita del blocco europeo-mediterraneo rispetto all'asse del Nord guidato dalla Germania?
«Non parliamo di contrapposizioni, semmai di contributi. Ma certamente la creatività tipica del Sud Europa rappresenta un vantaggio competitivo. Va però sostenuto da specifici investimenti in ricerca avanzata e nuove tecnologie perché un'altra sfida imprescindibile consiste nella capacità e nella competenza nell'usare le opportunità aperte dall'evoluzione tecnologica. È la grande rivoluzione dell'intelligenza artificiale».

Cambia il rapporto uomo-robot?
«Si evolve. La vecchia concezione del robot-macchina tuttofare assistita da un operaio che muove solo un braccio o un dito va del tutto capovolta. Il tecnico specializzato, l'operatore umano deve saper usare altrettanto bene il cervello. Ecco perché oggi insistiamo sul valore immateriale ponendolo al centro di una sfida ambiziosa sulla quale si misurerà la capacità delle imprese di investire, aggiornarsi e stare sul mercato».

Come arriva l'Italia a questo appuntamento e cosa manca ancora?
«Il tessuto italiano, ma anche in Spagna e Portogallo la filiera è simile, è costituito prevalentemente da piccole e medie imprese che per stare al passo dovranno necessariamente modificare la loro struttura di produzione, innovarsi e cogliere anche le opportunità che questa trasformazione avrà sull'impatto ambientale».

Ma anche la trasformazione energetica non sarà a impatto zero...
«Nulla è a costo zero ma oggi abbiamo sistemi tali che se un'impresa produce Co2 in eccesso esistono le contromisure conseguenti per ridurre questo impatto. Il lavoro da fare è rendere efficiente il nostro sistema investendo sul solare, sull'eolico, sul fotovoltaico. Le città d'Europa sono piene di verde, oggi l'ecosostenibilità è un valore ma anche una pre-condizione per essere competitivi».

La ricerca in Italia è in grado di sostenere questo nuovo corso?
«Le faccio un esempio: pensi a un albero. Il tronco è la ricerca di base, i rami sono le innovazioni che da questa derivano e che determinano i frutti, cioè le produzioni sul mercato. Se manca la ricerca di base manca tutto. Ecco perché le competenze, il valore immateriale, sono fondamentali».

E la tanto sbandierata rivoluzione digitale della Pa?
«Il processo è ancora incompiuto. Ma il problema non è la dotazione tecnologica, quella c'è, piuttosto la mentalità. Se le figure professionali reclutate non sono in grado di utilizzare i nuovi sistemi, la colpa non è degli allievi ma del sistema di formazione e reclutamento. Serve un cambio di passo, generazionale e di mentalità. Altrimenti resteremo ancora indietro».

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