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Salario minimo, in Italia la legge ferma in Commissione dal 2018. Da Conte a Letta, da Brunetta a Meloni: favorevoli e contrari

Martedì 7 Giugno 2022 di Andrea Bulleri
Salario minimo, in Italia la legge ferma in Commissione dal 2018. Da Conte a Letta, da Brunetta a Meloni: favorevoli e contrari

Imporre ai datori di lavoro di retribuire i propri dipendenti con una paga di (almeno) 9 euro all’ora. È quello che chiedono i sostenitori del salario minimo, l’ipotesi su cui da giorni si è acceso il dibattito tra i partiti aprendo un nuovo fronte di scontro all’interno della maggioranza di governo. Da una parte Movimento 5 stelle, Pd e Leu, convinti che l’unica strada per garantire a tutti i lavoratori una retribuzione dignitosa sia quella di fissare un livello orario di base per legge. Dall’altra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, che ribadiscono come la priorità sia il taglio del cuneo fiscale, ossia abbattere le tasse che pesano sulle buste paga dei lavoratori dipendenti. Anche se non mancano i distinguo: «Il salario minimo non è un tabù - si è smarcato nei giorni scorsi il ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti - ma attenti a cosa si fa».

Salario minimo, la proposta sul tavolo

Una proposta sul tavolo, in ogni caso, già c’è. È quella presentata dalla senatrice M5s Nunzia Catalfo, ex ministra del lavoro del governo Conte I, nel 2018. Ma il testo, quattro anni dopo, è ancora fermo in commissione Lavoro al Senato, proprio per via delle divisioni tra le forze di maggioranza. E solo nelle ultime settimane il tema (oggetto da inizio legislatura di altri cinque disegni di legge depositati da parlamentari) è tornato d’attualità. Il punto centrale della proposta, quello che rinfocola lo scontro tra centrodestra e centrosinistra, è l’importo del salario di base: 9 euro netti come base oraria, a cui non è possibile derogare. Un tetto minimo attualmente non riconosciuto, secondo l’Inps, a circa 4,5 milioni di lavoratori, quasi il 30 per cento del totale.

La posizione dei partiti

In prima linea a spingere per un’accelerazione c’è l’ex premier Giuseppe Conte. «Se per alcuni politici è normale che si prendano paghe da fame, di 3-4 euro lordi l'ora, allora diciamo che la politica del Movimento 5 Stelle non è questa – la linea del presidente pentastellato – Non saremo soddisfatti fino a quando non approveremo il salario minimo». Seguito, con toni forse meno perentori, da Enrico Letta: «Una scelta che anche noi dovremmo fare, sull’esempio di Paesi come la Germania. L’ideale – chiarisce il segretario del Pd – sarebbe portarlo a casa entro questa legislatura: se non ci riusciremo, sarà dentro al nostro progetto per le prossime elezioni». A favore dell’istituzione di un minimo retributivo si dichiara anche Carlo Calenda: «Purché – premette il leader di Azione – non sia fatto per legge, ma con criteri di determinazione fissati da tecnici indipendenti. Non dalla politica».

I critici

Sul fronte opposto, tra i più critici sulla misura si schiera Renato Brunetta, ministro della pubblica amministrazione e autorevole esponente di Forza Italia. «Va contro la nostra storia di relazioni industriali. Il salario – mette in chiaro Brunetta – deve corrispondere alla produttività». Contraria, anche se possibilista, la Lega. Per Matteo Salvini la priorità è «la flat tax al 15 per cento per le imprese», e solo dopo si potrà capire come «intervenire per adeguare gli stipendi. Ogni proposta – chiosa il leader del Carroccio – è da analizzare». Si spinge più in là Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico: il salario minimo «non deve essere un tabù, ma bisogna capire cosa si fa. La priorità – avverte Giorgetti – è il recupero del potere di acquisto: in Italia i salari sono bassi e questo è un dato oggettivo».

E se Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia chiude in modo netto, bollando la proposta come «arma di distrazione di massa», tiepida sul punto si mostra anche una parte del sindacato. In particolare la Cisl e il suo segretario Luigi Sbarra, secondo cui la strada maestra per alzare le retribuzioni deve restare quella della contrattazione collettiva.

La mediazione

Alla fine, non è escluso che il ruolo di mediatore tra le diverse posizioni possa toccare al governo, proprio come successo nella partita del dl concorrenza. Ma per il momento, messe a verbale anche le dichiarazioni di segno opposto dei ministri (favorevole il responsabile delle Infrastrutture Enrico Giovannini, contrario Brunetta) l’esecutivo guidato da Mario Draghi non pare intenzionato a scendere nella contesa. Il rischio, stando a quanto filtra da Palazzo Chigi, sarebbe quello di inasprire ancora di più lo scontro tra i partiti che reggono la maggioranza.

 

Ultimo aggiornamento: 12:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA