«Saldi di gennaio a rischio», i Centri commerciali in crisi: già persi oltre 10 miliardi

Lunedì 11 Gennaio 2021 di Francesco Bisozzi
«Saldi di gennaio a rischio», i Centri commerciali in crisi: già persi oltre 10 miliardi

I saldi invernali a macchia di leopardo e le chiusure di gennaio rischiano di mettere definitivamente in ginocchio i circa 1.200 centri commerciali attivi in Italia e soprattutto i 36 mila negozi presenti al loro interno, di cui un quinto a gestione familiare. In tutto occupano, indotto compreso, 780 mila dipendenti. Ma dopo due mesi da incubo come lo sono stati dicembre e novembre, durante i quali i centri commerciali hanno perso più di dieci miliardi di euro di fatturato rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, i posti di lavoro a rischio nel comparto sono più di 100 mila.

Così il numero uno del Consiglio nazionale dei centri commerciali Roberto Zoia: «Prima della seconda ondata stimavamo una perdita di qualche decina di migliaia di posti di lavoro per effetto del virus, mentre adesso l'asticella è salita a quota 150 mila. I centri commerciali fatturavano prima del Covid-19 circa 140 miliardi all'anno, ma nel 2020 si sono dovuti accontentare del 30-35 per cento in meno. Quanto ai ristori, finora hanno coperto poco più dell'un per cento delle perdite».

Sono molte le domande che i titolari dei centri commerciali vorrebbero porre all'esecutivo, ma il governo in questo momento non ha risposte per loro. «Perché si è preferito riempire le strade anziché lasciare aperti i centri commerciali dove il distanziamento può essere garantito dal servizio di vigilanza? Perché non si è tenuto conto degli sforzi che abbiamo fatto dopo la prima ondata per risultare a norma, contingentare gli ingressi, assicurare la corretta sanificazione degli ambienti? Perché nelle bozze del Recovery plan circolate fin qui non si parla mai di commercio e degli investimenti da fare per renderlo un motore della ripartenza?», prosegue il presidente del Centro nazionale dei centri commerciali. Roberto Zoia è un fiume in piena e punta il dito anche contro il cashback: «È un inizio, ma da sola questa misura non basta a rilanciare i consumi sia perché 150 euro di rimborso non sono un'esca sufficientemente attrattiva sia perché troppo generalista».   

Uno in particolare. «Per far ripartire i consumi con decisione e salvare dal baratro gli esercenti più in difficoltà, andrebbe abbassata l'Iva su determinate categorie merceologiche, ovvero quelle che hanno sofferto di più in quest'ultimo anno per effetto della pandemia, com'è stato fatto per esempio in Germania. Di questo passo una buona fetta dei 36 mila negozi attivi nei centri commerciali presto chiuderanno i battenti in via definitiva». I venti miliardi del decreto Ristori 5 per indennizzare le imprese penalizzate dalle chiusure da soli non basteranno a riportare il sereno. Da settimane le aziende finite nelle sabbie mobili della crisi chiedono i cosiddetti ristori alla tedesca, ossia indennizzi pari al 75 per cento del fatturato registrato nel 2019, ma dovranno farsi bastare molto meno. «Tutto dipende da come saranno distribuiti questi venti miliardi, se arriveranno a coprire le spese per i costi fissi sarà già un risultato», sospira il presidente del Cncc.

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E a proposito di costi fissi: molti centri commerciali sono rimasti aperti solo per garantire i servizi essenziali, perché al loro interno ci sono uno o più supermercati, così nonostante un calo degli ingressi a livello giornaliero superiore al 50 per cento hanno continuato a sobbarcarsi i costi per sanificare e vigilare gli ambienti aperti al pubblico. I centri commerciali a dicembre hanno perso 7 miliardi di euro di fatturato rispetto al dicembre del 2019, che sono andati a sommarsi ai 5 miliardi di euro andati in fumo a novembre. Nell'arco del 2020, tra lockdown e chiusure a corrente alternata, il loro fatturato si è contratto invece di circa 40 miliardi di euro, e se il buongiorno si vede dal mattino allora difficilmente nel 2021 rientreranno delle perdite subite. «Ho capito che il governo ci aveva abbandonato al nostro destino a novembre, quando senza nemmeno interpellarci ha imboccato la strada delle chiusure a intermittenza. Noi eravamo chiusi mentre per strada facevano notizia gli assembramenti. Abbassare la curva dei contagi è una priorità ma non c'è un solo modo per farlo», continua il presidente del Cncc. Dalla fine del primo lockdown, insiste, non si sono verificati casi di focolai nei centri commerciali. Il periodo dei saldi invernali doveva aiutare questi ultimi a ripartire, però le chiusure di gennaio e l'assenza di coordinamento tra le Regioni, che hanno deciso di farli partire in momenti diversi, rischia di ridurre clamorosamente l'impatto che i maxi sconti avranno sui consumi. «Andavano uniformate le date e invece ogni Regione si è mossa in una direzione, ciò crea confusione nei cittadini. E poi alcune categorie merceologiche saranno invendibili a gennaio o febbraio», conclude Zoia. 

Ultimo aggiornamento: 12:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA