Statali, Renato Brunetta: «Nella Pa compensi più alti, pronto il nuovo contratto»

Domenica 28 Novembre 2021 di Andrea Bassi
Statali, Renato Brunetta: «Nella Pa compensi più alti, pronto il nuovo contratto»

Ministro Renato Brunetta, venerdì le Borse sono crollate. In tutto il mondo c’è allarme per la variante Omicron. Il governo è preoccupato? 
«Calma e gesso. Siamo nella condizione migliore dal punto di vista sanitario per prendere tutte le decisioni necessarie. Il governo, in accordo con tutti gli Stati europei, ha già bloccato per precauzione i voli da diversi Stati africani. Ma della variante Omicron si sa ancora poco, non si può già dire che è più pericolosa o che buca i vaccini. In Italia, comunque, abbiamo tassi di vaccinazione altissimi e abbiamo appena introdotto il “Super green pass”. Siamo, lo ribadisco, nella condizione migliore per affrontare il virus e le sue varianti».

Il “Super green pass” basterà a mettere in sicurezza l’Italia e salvare il Natale?
«Partiamo da un dato di fatto».

Quale?
«Il Green pass in Italia è una storia di successo, riconosciuta da tutti a livello internazionale. Con il Green pass - il passaporto dei guariti, dei vaccinati e di chi ha fatto un tampone negativo (rapido, valido per 48 ore, o molecolare, valido per 72 ore) - il governo ha garantito il mantenimento della mobilità dei cittadini, l’apertura delle attività economiche, la sicurezza dei trasporti e della vita associata. Questa storia di successo ci ha permesso di ottenere il massimo livello di sicurezza sanitaria in Europa con il massimo livello di apertura delle attività economiche e sociali. Ora lo strumento del Green pass sta naturalmente evolvendo in ragione dell’evoluzione della pandemia».

Ma il “Super green pass” sarà sufficiente a evitare nuovi lockdown?
«Abbiamo diviso il Green pass in due: lo standard, obbligatorio per lavorare e per viaggiare; il rafforzato, limitato ai vaccinati e ai guariti. Chi ha operato una scelta di responsabilità viene premiato con il massimo della mobilità e dell’accessibilità ai luoghi della socialità o del tempo libero, chi ha fatto una scelta individualista ed egoista ne paga le conseguenze limitando la propria vita nella semplice interazione casa-lavoro. Sono convinto che, seguendo questa logica di buon senso che premia i vaccinati, avremo un Natale aperto, libero e sicuro». 

Con la pandemia ancora in atto e la fine dell’anno che si avvicina, sarà possibile mettere fine allo stato di emergenza?
«L’istituto giuridico dello stato di emergenza è stato prezioso nei momenti più drammatici della pandemia. Ora credo occorra un nuovo paradigma. Penso all’attribuzione di tutti i poteri straordinari a una struttura di missione a Palazzo Chigi, come atto di responsabilità dall’enorme potere simbolico. Lo stesso Draghi, in conferenza stampa dopo l’ultimo Consiglio dei ministri, ha domandato se ci interessa prolungare l’emergenza o avere a disposizione tutta la struttura di mobilitazione sanitaria che ci ha permesso sinora di combattere l’epidemia. Per me, come per Draghi, la risposta è la seconda».

Un’ombra si allunga sul Recovery Plan: la mancanza di personale specializzato. Le imprese hanno problemi a trovare tecnici e operai specializzati. Anche nella Pa, che si prepara a una massiccia campagna di assunzioni per il Pnrr, ci sono analoghe preoccupazioni?
«È un problema non solo italiano, ma globale, indotto dalla pandemia e figlio, tra l’altro, di un cambiamento psicologico delle famiglie e dei lavoratori, legato allo shock che abbiamo vissuto». 

Un cambiamento psicologico?
«Sì, un fenomeno, quello delle persone che lasciano il lavoro, che il Financial Times per la situazione americana ha definito “grande dimissione”. In tutto il mondo è aumentato il mismatch tra la domanda crescente di lavoro delle imprese e l’offerta dei lavoratori che è, invece, rimasta stabile. Il mancato incontro tra domanda e offerta provoca un oggettivo squilibrio, fatto di posti di lavoro vacanti, alta disoccupazione e salari e stipendi tendenzialmente in aumento. Lo stesso fenomeno che si sta osservando sul mercato delle materie prime».

 In Italia le imprese iniziano ad avere difficoltà a coprire i posti. Solo per il Pnrr si è stimato manchino 200mila persone…
«Tanto per dare una dimensione quantitativa al fenomeno, un recente rapporto del Sistema informativo Excelsior per Unioncamere stima per il periodo 2021-2025 un fabbisogno complessivo di lavoratori, pubblici e privati, tra 3,5 e 3,9 milioni, di cui fino a 1,3 milioni dovuti alla maggior crescita economica indotta anche dal Pnrr. Nei prossimi cinque anni, dunque, avremo a che fare con una bolla di maggior domanda di lavoro che ha tre componenti: una legata alla crescita tendenziale; una all’impatto degli investimenti previsti dal Pnrr, che vale circa 150-200mila posti a termine ogni anno per cinque anni; un’altra legata allo sblocco del turnover nella Pa, pari a circa 100mila posti all’anno a tempo indeterminato».

Pubblico e privato si litigheranno i dipendenti?
«È chiaro che finora la Pa non è stata attrattiva, soprattutto per le figure ad alta specializzazione che, invece, saranno le più richieste, ed è altrettanto chiaro che la competizione con il privato sarà altissima». 

La Pa come farà a competere? Non gioca con le mani legate?
«La strategia che abbiamo messo in campo è molto articolata: reclutamenti più veloci, progressioni di carriera più fluide, nuovi contratti, vaste campagne di formazione, retribuzioni più alte. E un portale, inPA, che rende molto più facile il matching tra domanda e offerta nella Pa, grazie a una mappa digitale e continuamente aggiornata delle opportunità nelle singole amministrazioni italiane, e che garantisce una modalità più efficiente per le candidature. Io sono ottimista, in cinque anni faremo un cambio del sangue della Pa».

Un cambio del sangue?
«Dopo il Pnrr, tutti quelli che avranno fatto un’esperienza di lavoro a termine nell’ambito del Pnrr avranno una riserva del 40% dei posti nei concorsi pubblici. Già da oggi un giovane che partecipa a un concorso si rende conto che l’aria è cambiata: tutto digitale, via carta e penna. E l’assunzione arriva in meno di 100 giorni. Anche questo sarà un fattore di attrazione, al pari del ruolo di garanzia che sta assumendo lo Stato in questa fase».

Lei parla di retribuzioni più alte. Per attirare i primi mille professionisti del Pnrr è stato offerto un compenso fino a 100mila euro l’anno. Basterà?
«Con il Pnrr il paradigma è cambiato: sulla Pa, e sul suo capitale umano, finalmente si investe. La Pa viene vista per quello che è: un formidabile fattore di competitività del Paese. Avere a disposizione servizi pubblici più produttivi, moderni e semplici significa migliorare la qualità della vita dei cittadini e delle imprese. Questo cambia la percezione del passato della Pa come settore rifugio, bassi salari e bassa produttività. Perché se la produttività aumenta, i servizi migliorano e, dunque, le retribuzioni possono salire. Per questo abbiamo sbloccato, dopo anni, i fondi per il salario accessorio (per compensare proprio la produttività)». 

La carenza di manodopera per le opere previste dal Pnrr potrebbe incidere sulle politiche per l’immigrazione?
«Da qui ai prossimi anni dobbiamo sempre di più contare su un’immigrazione da domanda, quella che risponde ai fabbisogni dei settori economici e produttivi di mercato. Sono d’accordo con chi sollecita di riaprire il decreto flussi, una modalità strutturale di reclutamento per forza lavoro straniera indispensabile per tante attività, soprattutto nel mondo delle infrastrutture». 

Una domanda all’economista più che al ministro. In una fase di risveglio dell’inflazione l’aumento dei salari per attrarre manodopera potrebbe portare a una spirale salari-prezzi?
«Certamente l’aumento dell’inflazione può alimentare una spirale salari-prezzi, ma questa spirale potrebbe essere vista come una soluzione al fenomeno patologico osservato negli ultimi anni e caratterizzato da inflazione e crescita dei salari pari a zero o negativa e tassi di interesse altrettanto pari a zero o perfino negativi. Come abbiamo già visto, il vero punto è capire se l’aumento dei salari sarà accompagnato da un parallelo aumento della produttività del fattore lavoro conseguente alle riforme strutturali del Pnrr. Se questo avverrà, l’eventuale spirale salari-prezzi assumerà una connotazione fisiologica tipica di ogni ciclo espansivo dell’economia, altrimenti si connoterà come un fenomeno patologico».

 Siamo alla fine del 2021, e il contratto del pubblico impiego che copre il triennio che finisce con quest’anno ancora non è stato firmato. A che punto siamo?
«Ho sempre detto che entro l’anno si sarebbe chiuso, e così sarà. Entro la prima decade di dicembre all’Aran si concluderà la trattativa per il rinnovo del comparto delle funzioni centrali, tradizionalmente apripista per tutti gli altri comparti. Il confronto è in pieno svolgimento per la sanità e per gli enti locali. Lo stesso vale per sicurezza, difesa e soccorso pubblico, il cui contratto è negoziato direttamente dalla Funzione pubblica».

 Dal 15 ottobre tutti i dipendenti pubblici sono tornati in presenza, come è andato il rientro?
«Ordinato, tranquillo e flessibile, come previsto, con buona pace dei profeti di sventura. La Pa ha dato prova di grande responsabilità, intelligenza e buon senso. Al momento, più del privato». 

Martedì incontrerà i sindacati per illustrare le nuove linee guida sullo smart working. Che ne sarà di questo strumento?
«Lo smart working nella Pa è la prova che una tragedia può trasformarsi in un’opportunità. La pandemia ha costretto i dipendenti pubblici a una sperimentazione di massa di lavoro da casa, senza regole, ma con tanta buona volontà e spirito di servizio. Grazie alla straordinaria campagna vaccinale del generale Figliuolo e al Green pass, abbiamo riaperto tutto: cinema, teatri, tempo libero, sport, stadi. Perché non avremmo dovuto riaprire anche tutti gli uffici pubblici, soprattutto il front office? Per questo il lavoro in presenza è tornato a essere la modalità ordinaria per la Pa. Abbiamo abbandonato lo smart working fai-da-te e stiamo disegnando un vero lavoro agile, con regole contrattuali, organizzative e di customer satisfaction». 

Quali saranno le regole?
«Niente più device personali, solo piattaforme sicure. E da gennaio, quando le amministrazioni adotteranno i Piani integrati di attività e organizzazione (Piao), piena autonomia ai singoli enti che potranno fare tutto lo smart working che vorranno, per la piena soddisfazione di cittadini e imprese. Con l’orgoglio di lavorare per il bene di tutti. Il lavoro pubblico, come anche il Paese, ha bisogno di una nuova normalità». 

Ultimo aggiornamento: 29 Novembre, 09:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA