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Stirpe (Confindustria): «Gli stipendi possono salire se aumenta la produttività»

Domenica 5 Giugno 2022 di Jacopo Orsini
Stirpe (Confindustria): «Gli stipendi possono salire se aumenta la produttività»

dal nostro inviato

Tagliare il cuneo fiscale di almeno cinque punti per riportarlo nella media europea. Lo chiede il vice presidente di Confindustria con delega al lavoro e alle relazioni industriali, Maurizio Stirpe. Alla terza giornata del Festival dell’Economia di Trento imprese e sindacati discutono di lavoro e salari. Gli imprenditori insistono perché il governo intervenga per ridurre il costo del lavoro, senza fare nuovo deficit ma razionalizzando la spesa pubblica. E a certe condizioni si dicono favorevoli al salario minimo, a patto che non serva ad aggirare i contratti collettivi. «Se le parti sociali facessero tutto ciò che ci siamo impegnati a fare attraverso la contrattazione collettiva probabilmente non avremmo bisogno del salario minimo perché ci sarebbe una strumentazione che lo renderebbe superfluo - sottolinea Stirpe -. Detto questo, fino a quando non si riuscirà a raggiungere quell’obiettivo, il problema del salario minimo non è un tema che riguarda Confindustria o che deve riscontrare la contrarietà degli imprenditori perché noi siamo ben al di sopra».

Giorgetti: «Tagliare il cuneo razionalizzando la spesa pubblica»

Stirpe, che cosa intende?
«I nostri contratti, almeno per quanto riguarda i minimi, tranne 3 o 4 livelli retributivi di ingresso, sono ben al di sopra della soglia di 9 euro lordi l’ora che viene di norma indicata per il salario minimo in Italia. Quindi non è un tema su cui le aziende di Confindustria possono avere un qualunque interesse».

Cosa temete, quindi?
«Qualora si dovesse introdurre in Italia il salario minimo dobbiamo avere anzitutto un criterio oggettivo di riferimento: noi riteniamo che una quota compresa tra il 40-60% del salario mediano possa essere un criterio valido».

Che altro?
«Il secondo aspetto da considerare è che il salario minimo non deve essere confuso con la retribuzione proporzionale prevista dall’articolo 36 della Costituzione. Sono due cose distinte. Il salario minimo inoltre dovrebbe essere introdotto non solo nei settori non coperti dalla contrattazione collettiva, ma in tutti i settori. Altrimenti sarebbe un modo indiretto per aggirare i contratti collettivi».
Venendo al cuneo fiscale, di quanto dovrebbe essere tagliato in Italia?
«Almeno cinque punti per avvicinarlo alla media europea o dei nostri competitori principali». 

Come dovrebbe essere finanziato? Il ministro Giorgetti in una intervista al Messaggero dice che deve essere fatto razionalizzando la spesa.
«Si è parlato tanto di 38 miliardi di extra-gettito, 21 miliardi dal punto di vista fiscale e 17 dal punto di vista contributivo. Per esempio, potrebbero essere utilizzate quelle risorse oppure si potrebbero rimodulare i 900 miliardi di spesa pubblica. Non necessariamente bisogna farlo in deficit, anzi siamo contrari a farlo in deficit. Penso che trovare l’1,6% sul totale della spesa pubblica, perché a tanto equivalgono i 16 miliardi che servono su 900 di spesa. Non la vedo un’operazione difficile».

Secondo lei, c’è un problema di salari bassi in Italia?
«Esiste un problema di livello dei salari, ma esiste anche un grosso problema di livello di produttività».

È però un fatto che i salari in Italia sono rimasti indietro rispetto agli altri paesi.
«Il nostro Paese è rimasto indietro in tante cose, anche nel potere d’acquisto dei salari. Dipende dal fatto che il Pil non è cresciuto in questi trent’anni come doveva. La produttività non è cresciuta ed evidentemente il Paese, anche se lentamente, va verso una condizione di declino. Se le riforme che oggi si stanno facendo relative al Pnrr fossero state fatte trent’anni fa, probabilmente noi oggi ci saremmo trovati nella stessa condizione della Germania, che all’inizio degli anni 2000 era a un livello più basso dell’Italia. Poi il cancelliere Schröder ebbe la forza, pagandola politicamente, di fare delle riforme molto impopolari e la Germania è volata mentre noi siamo rimasti indietro».

Quindi in cambio di un aumento di produttività ci può essere un aumento dei salari?
«Sicuro. Il potere d’acquisto può crescere solamente a parità di costo del lavoro. E se cresce la produttività possono crescere anche i salari, senza che aumenti il costo del lavoro».

Lei pensa che il governo abbia distribuito troppi incentivi?
«Si poteva fare qualche bonus in meno e qualche riforma strutturale in più, come per esempio il taglio del cuneo fiscale».

C’è chi paventa una spirale tra prezzi e salari.
«Io penso che se il governo ritiene che il problema dell’inflazione sia di carattere congiunturale, quindi limitato nel tempo, fa bene ad intervenire con dei bonus per farvi fronte per un periodo limitato. Qualora ritenesse che sia un problema di tipo strutturale dovrebbe intervenire con la riduzione del cuneo. Perché questo è l’unico modo per garantire un accrescimento del potere d’acquisto dei salari a parità di costo del lavoro. Tenuto conto che in Italia noi abbiamo un cuneo al 45,6%, contro una media del 34% nel resto dei Paesi Ocse, e che sulle imprese grava l’84% del totale del costo del cuneo a fronte del 77% sempre nei paesi Ocse. Ciò significa che a un lavoratore va il 70% del netto rispetto al 75% degli altri paesi. Confindustria ha proposto un taglio del cuneo per 16 miliardi, distribuito per due terzi sui lavoratori e per un terzo sulle imprese. In questo modo si metterebbe nelle tasche dei lavoratori, in via strutturale, almeno una mensilità in più».

Pensa che la crescita dell’inflazione sia un fenomeno temporaneo o destinato a durare?
«Molto dipenderà dalla guerra in Ucraina, da quanto durerà e da come finirà. Il costo dell’energia comunque stava già salendo prima del conflitto quindi non ritengo che possa essere un fenomeno di breve durata».
 

Ultimo aggiornamento: 10:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA