Tempo pieno, mense e bus: al Sud meno fondi fino al 70%

Lunedì 24 Agosto 2020 di Andrea Bassi e Francesco Bisozzi

Mario Draghi lo ha detto. «Privare i giovani del futuro è una delle più gravi forme di diseguaglianza». Ma per dare un futuro ai giovani serve dare una istruzione di livello. E una istruzione di livello non può prescindere dai servizi che ad essa sono legati: tempo pieno e mense scolastiche per tutti, trasporti dignitosi, aule capienti, centri estivi e servizi post scuola. Ma è proprio in questi servizi che la frattura tra le ricche regioni settentrionali e il meridione, è ampia. Le regioni del Sud possono contare su risorse per i servizi collegati all’istruzione del 70% in meno rispetto a quelle del Nord. Se un bambino nasce in Emilia Romagna, ha diritto a una spesa per questi servizi di 1.071 euro, se nasce in Campania potrà contare solo su 303. Questi dati sono contenuti nella ricognizione condotta dalla Sose, la società partecipata dal ministero dell’Economia e dalla Banca d’Italia, e che si occupa tra le altre cose di calcolare i fabbisogni standard. Il monitoraggio ha riguardato le prestazioni effettivamente erogate da tutti i governi locali e dei relativi costi sostenuti per i servizi sociali e i servizi complementari di istruzione.

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La buona notizia è che tra le intenzioni del governo c’è quella di spendere una parte dei soldi del Recovery Fund per colmare questo gap. Che, tuttavia, resta profondo. La ricognizione a livello regionale (escluse le regioni a statuto speciale) delle prestazioni effettivamente erogate da tutti i governi locali e dei relativi costi sostenuti per i servizi sociali e dei servizi complementari di istruzione, è stata condotta dal Sose in collaborazione con l’Istat e il Centro interregionale studi e documentazione. In Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana e Lazio la spesa per i servizi legati all’istruzione comunale supera gli 800 euro per bambino tra i 3 e i 14 anni. In Veneto, Umbria e Marche è di poco superiore a 600 euro per bambino. In Molise, Abruzzo e Basilicata è compresa tra 400 e 600 euro. In Campania, Puglia e Calabria invece scende sotto quota 400 euro.
 

I SETTORI

Per quanto riguarda il settore dell’istruzione, a fronte di una spesa pubblica complessiva di 40,7 miliardi di euro per il 2016, l’analisi ha investito una spesa complessiva di 6,1 miliardi, di cui 4,1 miliardi connessi ai servizi complementari (quindi refezione, trasporto, assistenza disabili e gestione delle scuole) offerti dai comuni nella scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado, 628 milioni di euro di competenza delle province e delle città metropolitane spesi per le scuole secondarie di secondo grado prevalentemente per l’assistenza agli alunni con disabilità e alla gestione degli edifici, 1,4 miliardi di euro di competenza dei governi regionali per i servizi relativi alla formazione professionale. Nell’analisi dunque non è stata inclusa la spesa di competenza diretta dello Stato centrale per la didattica. La Sose, nel suo documento, fa una osservazione. «Il deficit di servizi che si registra nel Mezzogiorno, che si riflette poi in livelli di spesa più bassi rispetto a quelli medi del centro-nord», si legge nel documento, «pone molti interrogativi in merito a come il decisore politico potrà agire per giungere alla determinazione dei Lep soprattutto in relazione alla risorse necessarie per il loro finanziamento».

I Lep sono i livelli essenziali delle prestazioni. Lo Stato cioè, attraverso i Lep deve dire, nel caso dell’istruzione, a cosa ha diritto ciascun bambino: quanti metri quadri nell’aula, la mensa, lo scuolabus, il tempo pieno. I Lep, in altre parole, servirebbero ad eliminare il gap tra Nord e Sud. Ma se ne parla da anni senza mai calcolarli. Il motivo lo spiega bene la Sose. Se lo Stato stabilisce che in tutta Italia ci devono essere gli stessi servizi, poi bisogna trovare i soldi da dare al Sud per poter finanziare quei servizi. Ed è qui, che fino ad oggi, il discorso si è interrotto. 

Ultimo aggiornamento: 12:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA