MARIO DRAGHI

Manovra, taglio delle tasse a rischio rinvio. Pensioni, uscita in tre quote

Lunedì 25 Ottobre 2021 di Luca Cifoni e Alberto Gentili
Manovra, taglio delle tasse a rischio rinvio. Pensioni, uscita in tre quote

«Non si può parlate di trattativa arenata, ma di certo la partita è molto complessa». Chi lavora al dossier della legge di bilancio non trascorre ore tranquille. Tant’è, che il Consiglio dei ministri chiamato a varare la manovra economica da 23,4 miliardi slitterà a mercoledì pomeriggio o forse a giovedì. E, di conseguenza, si va verso un rinvio a martedì dell’incontro tra Mario Draghi, il ministro dell’Economia Daniele Franco e i sindacati. La cabina di regia di maggioranza invece non ci sarebbe: «Abbiamo già discusso della manovra», dice una fonte vicina al premier, deciso a tirare dritto e a non farsi impantanare in una nuova trattativa politica. I nodi sono quelli, irrisolti, dei giorni scorsi. L’uscita «graduale» da quota 100, come spendere gli 8 miliardi stanziati per tagliare le tasse e i bonus nel settore dell’edilizia. «Siamo in una guerra di posizione con Lega e Pd armati», dice un alto esponente di governo. Così, vista la situazione, monta la tentazione di Draghi di dribblare lo scontro, destinando le risorse per sforbiciata fiscale in un fondo ad hoc. 

Per trovare una via di uscita almeno sul fronte previdenziale, al Mef stanno tentando di rastrellare risorse aggiuntive (si arriverebbe comunque a meno di 1 miliardo), in modo da poter individuare delle soluzioni che riescano ad avere l’okay di Matteo Salvini e degli altri soci di maggioranza. Per ora - dopo che è stata bocciata dalla Lega e dai sindacati l’idea di fissare quota 102 per il 2022 (64 anni più 38 di contributi) e 104 per il 2023 (66 anni più 38 di contributi) - si continua a lavorare su «uno schema di mediazione ragionevole», come dice una fonte di governo, che spalma l’uscita da quota 100 in tre anni garantendo (appunto) maggiore gradualità: 102 per il 2022, 103 per il 2023 e 104 per il 2024, con possibile età fissata a 64 anni e aumento del requisito contributivo. E verrà «data attenzione ai lavori usuranti indicati dalla commissione Damiano», dice chi ha parlato con Draghi nelle ultime ore.

Bocciata la proposta di uscita quota 102 sia nell’anno prossimo che nel 2023, la Lega tratta ed esplora un’altra ipotesi. «Si può lavorare a una vera riforma strutturale delle pensioni», spiega Claudio Durigon che per Salvini segue il dossier-previdenza, «con quota 41, che permetterebbe a chi ha 41 anni di contributi e 62 anni di età di andare in pensione. I costi dovrebbero essere pari a quelli preventivati. E per le donne si potrebbero prevedere agevolazioni, tra i 6 mesi e un anno, per ogni figlio». Si vedrà. Difficile che la controproposta leghista possa passare.

Va forse peggio, si diceva, sul fronte del taglio alle tasse. Dopo che Draghi e Franco hanno respinto la richiesta (in primis di Salvini, ma anche di Forza Italia e Italia Viva) di aumentare lo stanziamento destinato al taglio fiscale («Abbiamo indicato 8 miliardi e 8 miliardi resteranno»), il braccio di ferro è su come operare la sforbiciata e a favore di chi. Draghi e Franco, con la sponda di Enrico Letta che spara duro contro le proposte leghiste, vogliono investire il “tesoretto” interamente sul taglio del cuneo fiscale a favore dei lavoratori. Leghisti, forzisti e renziani invece spingono per aiutare anche le imprese avviando la cancellazione dell’Irap. «E se lo stallo non verrà superato», dicono al Mef, «non è da escludere che alla fine si decida di istituire un fondo dove convogliare gli 8 miliardi e definire successivamente il tipo di intervento. Non è la soluzione preferita, ma se non si riesce ad arrivare a una sintesi non c’è altra strada».

Draghi, insomma, non intende farsi frenare dalla rincorsa dei partiti a piantare bandierine. Vuole assolutamente il via libera alla manovra. L’ipotesi del fondo però non piace ai soci di maggioranza che, in caso di rinvio alla legge delega fiscale, temono di veder slittare l’intervento sulle tasse al 2023. Più realistico ipotizzare che le risorse siano impegnate con un successivo provvedimento (come avvenne ad esempio con l’intervento sul costo del lavoro del 2020), facendo scattare il taglio delle tasse non a gennaio ma dopo qualche mese. Questa soluzione avrebbe il vantaggio di ampliare la portata iniziale dell’intervento, perché gli 8 miliardi servirebbero per un periodo più breve. Ma resta comunque una subordinata rispetto a quella di introdurre le misure direttamente in manovra, magari con un emendamento alle Camere. «Con 23 miliardi di legge di bilancio abbiamo la possibilità di un intervento strutturale sul fisco», dice il renziano Luigi Marattin, «perdere questa occasione, rinviando l’intervento sull’Irpef e sull’Irap o limitandoci a misure spot, sarebbe un errore». 

Si tratta in queste ore anche sul destino dei vari bonus edilizi. La richiesta di (quasi) tutti i partiti di mantenere il bonus del 110% nel 2023 anche per le ville e villette unifamiliari è destinata a essere bocciata: «È stato detto no e il no resterà», dice chi segue le trattativa per conto di palazzo Chigi. Si apre invece più di uno spiraglio per confermare il bonus facciate, come richiesto in primis dal Pd. Ma con una percentuale ridotta, tra il 70 e l’80%. 

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Le misure

Imposte

Come già accaduto più volte in passato quando sono stati messi in cantiere interventi di riduzione delle tasse sul lavoro, la prima decisione da prendere riguarda la suddivisione dei benefici tra le imprese e i lavoratori. Il governo vorrebbe dare sollievo ad entrambe queste componenti ma con gli 8 miliardi a disposizione per il prossimo anno, che pure non sono pochissimi, c’è il rischio di un intervento frammentato e dunque poco visibile. Dal lato dei lavoratori si guarda all’Irpef: il taglio di un paio di punti dell’aliquota del 30 per cento, sarebbe in linea con le indicazioni delle commissioni parlamentari ma lascerebbe a bocca asciutta i redditi fino a 28 mila euro. D’altra parte un potenziamento degli attuali bonus e detrazioni rischia di andare in controtendenza all’auspicata semplificazione del tributo. Per le imprese la cancellazione dell’Irap potrebbe riguardare inizialmente solo i soggetti più piccoli.

Ammortizzatori

Il Documento programmatico di bilancio, inviato nei giorni scorsi a Bruxelles, indica nelle sue tabelle riassuntive che alla riforma degli ammortizzatori sociali saranno destinati con la manovra 1,5 miliardi. Risorse che sommate a quelle di importo analogo già disponibili (ottenute tramite il definanziamento dei premi cashback a chi usa le carte di credito) portano il totale a 3 miliardi. Con questa dotazione ci sarebbero serie difficoltà a raggiungere gli obiettivi originari della riforma, quindi l’estensione delle tutele contro la disoccupazione a tutti i lavoratori, compresi quelli delle piccolissime imprese e gli autonomi. In questo contesto una parte più consistente dei costi dovrebbe ricadere sulle imprese attraverso la contribuzione. Possibile che alla fine si proceda ad un riassetto più limitato che parta dalla revisione dell’attuale Naspi.

Incentivi

La proroga del superbonus 110 per cento e degli altri incentivi alle ristrutturazioni edilizie è un altro dossier caldo della manovra di bilancio. Il dettaglio delle misure arriverà con l’articolato della legge di Bilancio ma l’intenzione dell’esecutivo è confermare la super-detrazione del 110 per cento per efficientamento energetico e prevenzione anti-sismica fino al 2023, ma con l’esclusione delle villette unifamiliari che invece attualmente sono incluse. Sarebbero poi prorogate anche le misure relative in particolare a ristrutturazioni edilizie, riqualificazione energetica, acquisto mobili, sistemazione aree verdi e sismabonus nella versione precedente a quella del 110%. Ancora da decidere il destino del cosiddetto “bonus facciate” usato in particolare nei centri storici, la cui percentuale di detrazione potrebbe però essere ridotta dal 90 al 70-75.

Sanità

Anche nel 2022 alla sanità saranno destinate consistenti risorse aggiuntive. Lo stanziamento preannunciato nel Documento programmatico di bilancio è superiore ai 4 miliardi, mentre importi minori sono destinati al 2022 e al 2023 (circa 750 milioni per ciascun anno). Soldi che serviranno per l’incremento del Fondo sanitario nazionale di 2 miliardi l’anno fino al 2024, rispetto al livello del 2021, per il finanziamento del fondo per l’acquisto di farmaci innovativi, per l’acquisto di vaccini per il Covid 19 e di farmaci. Nel 2020 e nel 2021 con i vari decreti di emergenza sono affluite alla sanità consistenti risorse da impegnare nel contrasto al coronavirus; ma va ricordato che il sistema sanitario nazionale aveva evidenziato già negli anni precedenti problemi di sottofinanziamento, anche in relazione all’evoluzione demografica che fa aumentare la popolazione anziana.

Ultimo aggiornamento: 16:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA