Recovery fund, Scannapieco (Bei): «Il Sud non ceda al declino, è una grande occasione»

Sabato 1 Agosto 2020 di Nando Santonastaso

Dottor Scannapieco, partiamo dalla strettissima attualità: la BEI ha annunciato un'operazione da 2 miliardi di euro per la sanità italiana. Cosa finanzierete?
«È il maggiore prestito nella storia della Bei per un progetto risponde Dario Scannapieco, vicepresidente della Banca europea per gli investimenti, incontrato nel paesino sulla costiera amalfitana in cui trascorre abitualmente le sue vacanze -. E mira a rafforzare le strutture della nostra sanità, in particolare la rete ospedaliera: 3.500 nuovi posti letto in terapia intensiva, 4.225 in semi-intensiva, quattro strutture mobili per 300 posti di terapia intensiva, ristrutturazione di 651 pronto soccorso, materiali di consumo e attrezzature sanitarie, ambulanze e personale, anche temporaneo, per 9.600 unità».

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Un prestito che si aggiunge alle altre iniziative della banca a livello globale e in Italia per arginare gli effetti del Covid, è così?
«La Bei ha reagito alla crisi del Covid con strumenti che potevano essere attivati immediatamente, per esempio moratorie sul rimborso dei prestiti e incrementi sui finanziamenti già concessi o altre misure per facilitare l'accesso alla liquidità, soprattutto per le Pmi. In più ha promosso la nascita di un nuovo strumento, l'European Guarantee Fund: sarà finanziato dagli Stati membri e consentirà al gruppo Bei di rafforzare il sostegno all'economia, in primo luogo a Pmi e società quotate».

L'Ue vi ha insomma affidato un ruolo chiave nella disponibilità di risorse per la ripresa.
«La Bei è il braccio finanziario della Ue. Questa crisi, a differenza di quelle degli ultimi dieci anni, è una crisi di domanda e non di liquidità. E questo grazie ai massicci programmi delle banche centrali. Inoltre l'incertezza penalizza la realizzazione di investimenti. Noi vogliamo agire su due fronti: finanziare il capitale circolante delle imprese, ovvero offrire loro liquidità per sopravvivere mantenendo un adeguato livello di occupazione. E contestualmente rilanciare gli investimenti per modernizzare l'economia europea. In questa missione il ruolo della Pubblica amministrazione è essenziale».

Proviamo a tracciare un bilancio a fine luglio dell'attività Bei in Italia?
«L'Italia resta il maggiore prenditore della finanza Bei. Abbiamo raggiunto 7,3 miliardi di nuovi finanziamenti, con un incremento del 45% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Molte di queste operazioni sono finalizzate a fronteggiare l'emergenza Covid».

Ma è ancora lenta la risposta del Mezzogiorno alle vostre sollecitazioni?
«Il Mezzogiorno soffre di molti mali: un uso storicamente non ottimale dei fondi strutturali, un tessuto industriale debole e spesso una finanza poco innovativa. Ma offre anche cluster industriali di livello mondiale. E startup di eccellenza. Nella mia attività ho incontrato giovani straordinari, con visione e competenze fuori dal comune. Da questi dobbiamo ripartire, vincendo la pessima tendenza di molti a lamentarsi e a non fare. L'Italia non può rischiare che approccio remissivo e rassegnazione al declino divengano una caratteristica culturale del Mezzogiorno, che invece, deve valorizzare le sue eccellenze e costruire un sistema intorno ad esse».

All'Italia sono state assegnate più risorse di tutti gli altri Paesi con il Recovery Fund. In che modo dobbiamo spenderle? Ed è giusto sottolineare che per il Mezzogiorno questa è un'occasione irripetibile?
«Le risorse dovranno essere spese in tempi rapidissimi, lo prevedono le regole europee. E questo per me è un elemento di forte preoccupazione perché i nostri tempi, la burocrazia, la stratificazione normativa, la litigiosità rischiano di farci perdere tempo e quindi risorse. Ma dovranno anche essere spese bene. E questo richiede un approccio nuovo: priorità agli investimenti e introduzione di figure che abbiamo i poteri per velocizzare i processi autorizzativi e realizzativi dei progetti. È una chance unica per il Paese e in particolare per il Mezzogiorno».

Quanto sarà difficile per un Paese come l'Italia recuperare credibilità con un debito pubblico alto e in ulteriore crescita?
«Ha utilizzato la parola giusta: credibilità. Vede, quando si ricorda il whatever it takes di Mario Draghi, a mio avviso si dimentica la parte più' importante di quella frase: and, believe me, it will be enough: e credetemi sarà sufficiente. Tutti possiamo dire che faremo quanto necessario, ma solo chi ha una storia personale e come istituzione di raggiungimento di obiettivi precisi e dispone di strumenti adeguati può essere creduto dai mercati. Negli ultimi anni il debito pubblico è cresciuto solo in Francia e in Italia. Altrove è calato in modo significativo. Dobbiamo rassicurare, con i fatti, il mercato che c'è uno sforzo collettivo e credibile per la ripresa. Occorrono profonde riforme, non solo economiche, per liberare il potenziale del Paese e fare crescere il denominatore del rapporto debito/pil. Non solo politiche assistenziali di corto respiro. La classe politica deve mirare a un'Italia forte e competitiva tra 10 anni, con la consapevolezza che i risanamenti non sono indolori. Ma dopo si starà meglio. I casi di Paesi come il Portogallo, la Spagna l'Irlanda e tanti altri ce lo insegnano».

Ambiente, digitale e infrastrutture saranno gli asset strategici per consentire all'Ue di recuperare competitività nel mondo? E come incideranno sulle prospettive di ripresa dopo la pandemia?
«La Bei ha deciso di diventare la Banca del Clima della Ue. Non finanziamo più progetti che prevedono lo sviluppo delle fonti fossili e vogliamo portare entro il 2030 i nostri finanziamenti green al 50% del totale. Possiamo dare un contributo essenziale per colmare il gap dall'Europa con altre aree geografiche avanzate. Ambiente, innovazione e infrastrutture sono complementari. Molti progetti che finanziamo sostengono nuove tecnologie per ridurre le emissioni e migliorare l'impatto ambientale. La smart mobility, le reti digitali, l'efficienza energetica, l'uso ottimale delle risorse naturali, a iniziare dalle reti idriche, l'innovazione di prodotto e di progetto: tutto ciò richiede una finanza attenta, con competenze tecniche elevate, rigorosa ma paziente. Le risorse del recovery fund sono un'opportunità storica».

Rischi?
«Occorre mettere mano all'organizzazione dello Stato e delle procedure, con riforme anche a livello costituzionale, per rendere l'Italia un Paese più semplice e moderno, altrimenti si rischia di perdere questa opportunità. Uno scenario che ci condannerebbe a una lunga crisi. Con volontà, concretezza e determinazione possiamo vincere la sfida».

Ultimo aggiornamento: 20:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA