Statali, rischio stipendio più basso dal 2019 per 300 mila dipendenti

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di Luca Cifoni

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ROMA Il rischio è concreto: dal prossimo mese di gennaio, circa trecentomila dipendenti pubblici consultando il proprio cedolino potrebbero ritrovarsi uno stipendio un po’ più leggero di quello ricevuto nel 2018. Non di moltissimo, una manciata di euro al mese; ma l’effetto sarebbe comunque fastidioso visto che tra l’altro dal 2019 scatta il nuovo triennio contrattuale, che sulla carta dovrebbe invece portare un aumento.

GLI ACCORDI
Tutto nasce dai contratti tuttora in vigore, che coprono il periodo 2016-2018 ma che in realtà sono scattati per gli interessati solo da pochi mesi, ovviamente con il riconoscimento dei dovuti arretrati. Quegli accordi raggiunti durante gli ultimi mesi del governo Gentiloni si basavano su un’intesa più generale tra i sindacati e l’esecutivo ancora precedente (guidato da Matteo Renzi) che prevedeva per i lavoratori pubblici dei vari comparti un incremento medio garantito di 85 euro lordi al mese. Proprio la necessità di partire dall’importo in euro invece che dalla percentuale di aumento, come avviene di solito, aveva creato una serie di problemi tecnici: primo fra tutti la necessità di evitare che per i dipendenti con imponibile fiscale annuo fino a 24 mila l’agognato incremento retributivo andasse a decurtare il bonus 80 euro attribuito a tutti i lavoratori dipendenti. Questo credito di imposta come è noto si riduce e poi viene meno del tutto al raggiungimento di un certo tetto di reddito, posto appunto a 24 mila euro. Così i tecnici governativi erano dovuti correre ai ripari, prima ritoccando leggermente la soglia in questione a 24.600 euro, poi facendo in modo che nei contratti in discussione venisse inserito un “elemento perequativo” variabile e tale da compensare il calo del bonus. Si tratta di somma che mediamente vale circa 20 euro lordi al mese e può arrivare fino a 30, mentre i dipendenti con retribuzioni più alte (ad esempio nella scuola i docenti con maggiore anzianità) non ricevono nulla in quanto non toccati. Questa voce non fa parte dello stipendio vero e proprio (anche se conta ai fini della pensione) e i contratti prevedono che sia erogata solo fino al 2018.

LE POSSIBILI SOLUZIONI
Naturalmente l’attuale governo non ha interesse a penalizzare una fascia così consistente di dipendenti pubblici, ma correre ai ripari non è facile. Intanto c’è da trovare la somma necessaria per rifinanziare questi importi, che non è gigantesca ma nemmeno troppo esigua; sono circa 500 milioni per tutto il settore pubblico, comprese sanità ed enti territoriali: la posta da inserire nella legge di Bilancio perché direttamente a carico del bilancio statale è pari a poco meno della metà. Siccome però l’elemento perequativo è stato previsto dai contratti, sarebbe necessario in teoria sottoscriverne altri, magari in anticipo rispetto ai rinnovi veri e propri (per i quali servono importi ben più consistenti). Un’ipotesi che molto difficilmente si può concretizzare in tempo per le retribuzioni di gennaio. In alternativa il governo potrebbe sfruttare una norma inserita nella riforma Brunetta del 2009 che permette a certe condizioni, in caso di mancata intesa con le parti sociali, di anticipare una parte degli aumenti. Allo stesso tempo però in assenza di contratti la legge impone anche di riconoscere, in questo caso a tutti i dipendenti, l’indennità di vacanza contrattuale, che si andrebbe a intrecciare in modo complicato con la reiterazione dell’elemento perequativo. Insomma un bel rebus che dovrà essere inserito tra i dossier della legge di bilancio.
Domenica 16 Settembre 2018, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 17 Settembre, 09:19
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1 di 1 commenti presenti
2018-09-16 13:48:02
siamo in "italia",ho detto tutto !!.....

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