Sud punito nel 2018 per le classifiche del 2014

Lunedì 11 Dicembre 2017 di Marco Esposito
Sud punito nel 2018 per le classifiche del 2014

Si può essere premiati nel 2018 per un buon risultato del 2014? Nello sport no, nella ricerca italiana sì. E visto che la classifica del 2014 è nota - con il Sud mediamente in coda - ecco che sia i premi ai «dipartimenti eccellenti» e sia i bonus per assumere 1.600 giovani ricercatori finiranno, con poche eccezioni, soprattutto al Centronord. Alimentando le differenze di opportunità tra territori nel campo più delicato di tutti: l'alta formazione.

Le formule utilizzate per premiare chi ha già di più sono talmente complesse che persino i professori universitari faticano a interpretarle. Tuttavia non c'è nulla di così difficile che non possa esser compreso con un esempio. Non si sa come finirà il campionato di calcio in corso, ma si sa che le venti squadre di serie A sono tutte partite da zero punti e che alla fine vincerà chi ne totalizza di più. Se, all'inizio del campionato, si desse un bonus alle squadre meglio classificate nei campionati dal 2011 al 2014, non ci sarebbe dubbio sulla vincitrice del 2018: la Juventus. La quale in quei quattro anni ha collezionato altrettanti scudetti, che verrebbero tradotti in un premio in punti tale da rendere impossibile ogni rincorsa e rimonta da parte delle formazioni sfidanti.

Il metodo di far valere i vecchi campionati per le gare future è molto poco sportivo ma nell'università è la regola. Esiste una classifica chiamata Vqr (Valutazione qualità ricerca) che ha come riferimento gli anni dal 2011 al 2014. Tutti i dipartimenti delle università italiane sono stati valutati e classificati in base alla qualità della ricerca, cioè in sostanza alle citazioni che riceve ogni lavoro. Anche se il metodo Vqr è spesso criticato, è preferibile avere un sistema di valutazione approssimativo piuttosto che nessun sistema e quindi ben vengano le classifiche. Le quali hanno anche effetti economici. Gli atenei migliori, infatti, ricevono ogni anno più risorse dall'Ffo (Fondo finanziamento ordinario) nella quota premiale rispetto agli atenei con risultati inferiori. Si potrebbe discutere che se il fondo è «ordinario» non si vede cosa c'entri la premialità, che dovrebbe essere aggiuntiva. Osservazione legittima, ma in tempi di risorse magre, l'unica premialità possibile è quella che si paga sottraendo un po' di fondi ordinari ai non premiati. L'obiettivo del sistema - secondo quanto affermato dall'Anvur, l'Agenzia nazionale di valutazione dell'università e della ricerca - è che chi ha fatto peggio nel 2011-2014 trovi la strada per migliorarsi.

Però la Vqr è stata utilizzata anche per selezionare i 350 dipartimenti che nei mesi scorsi hanno preso parte al concorso per i finanziamenti aggiuntivi del 2018-2022. Ben 1,3 miliardi di euro, destinati ai migliori 180 dipartimenti tra i 350 preselezionati, per i quali la classifica si basa al 70% del punteggio su quanto già ottenuto nel 2011-2014. Per esempio già si sa prima ancora del fischio d'inizio del campionato che l'Università della Basilicata, qualunque cosa abbia fatto dal 2015 in poi, è del tutto tagliata fuori fino al 2022 perché nessuno dei suoi dipartimenti tre anni fa era nei primi 350. Quella di Bari deve accontentarsi di poche chance mentre va meglio alla Federico II. Il Sud nel suo insieme perderà una trentina di dipartimenti rispetto a quanto sarebbe stato prevedibile in una classifica in cui tutti partono alla pari.

I progetti per i dipartimenti di eccellenza sono stati consegnati il 10 ottobre scorso e la valutazione per quell'ulteriore 30% di punteggio è ancora in corso; tuttavia con le classifiche in gran parte precompilate in base a un indicatore chiamato Ispd è facile scommettere che oltre l'80% delle risorse (da Roars è stato stimato l'87%) finirà agli atenei del Centronord, alimentando quindi il divario già esistente. E per un periodo non breve: cinque anni.
E non è finita. Con la manovra di bilancio in corso si è trovato spazio per assumere 1.300 ricercatori nel sistema universitario italiano e altri 300 negli enti di ricerca. Un'ottima iniziativa - che costa 14 milioni nel 2018 e 90 milioni a partire dal 2019 - se non fosse che la ripartizione tra gli atenei tiene conto per legge ancora una volta della classifica Vqr del 2011-2014, la quale è stata pubblicata dall'Anvur nel febbraio 2017.

 

In pratica il Mezzogiorno, che pesa un terzo del Paese, si vedrà assegnato meno di un quinto delle risorse. Gli atenei e i centri di ricerca del Sud perderanno 200-250 giovani cervelli, i cui contratti sono finanziati con soldi pubblici ma che li vedranno costretti per legge a migrare altrove. Meno giovani che restano nel Mezzogiorno ma soprattutto minori energie economiche ed intellettuali per costruire qualcosa che consenta di ridurre le differenze e di crescere tutti, ovunque si sia residenti. La scelta di offrire opportunità ai ricercatori premiando sempre i medesimi atenei (per i medesimi, vecchi, risultati) alimenta le differenze in base a scelte discrezionali, cioè a classifiche elaborate su dati già noti in precedenza. Nulla vieterebbe, per esempio, di utilizzare (come si fa) le classifiche Vqr in funzione premiale al momento del riparto delle risorse dell'Ffo, e come indicatore di riequilibrio per l'assegnazione di nuovi ricercatori, magari considerando il trend positivo nel confronto fra la Vqr del 2011-2014 e quella precedente, relativa al 2004-2010. Nulla vieterebbe; ma intanto gli emendamenti presentati alla Camera per correggere il tiro sono stati tutti bocciati e il comma 347 della legge di bilancio 2018 contiene al suo interno, integro, l'elemento discriminatorio. La legge lascia però al Miur un certo margine di discrezionalità, per cui al momento di scrivere il decreto è possibile introdurre un qualche criterio di riequilibrio, per esempio bilanciando gli atenei che più hanno sofferto in questi anni per il blocco del turnover, realizzato con formule che favorivano le università con sedi in aree ricche, perché consideravano fattore positivo le rette pagate dagli studenti per l'iscrizione, rette che dipendono dai livelli di reddito Isee delle famiglie. Le strade per l'equità, insomma, sono infinite. Tutto sta a volerle percorrere.
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