Pressione fiscale, il Sud paga di più

Martedì 11 Dicembre 2018 di Marco Esposito
Si pagano più tasse al Sud rispetto al Nord. Lo certifica, con dati ufficiali, il Rapporto Ctp, ribaltando un luogo comune che vuole il Mezzogiorno terra d'evasione, non solo nel senso di svago. E invece le cifre raccontano di una pressione tributaria in proporzione al Pil dell'area in crescita nell'ultimo anno rilevato (il 2016) e di oltre mezzo punto superiore nel Mezzogiorno (34,1% contro 33,5%) per effetto delle imposte locali (Regioni, Province e Comuni) più elevate di oltre un punto e mezzo: 6,6% nel Mezzogiorno contro 4,9% nel Centronord. In tempi di crescente regionalismo e autonomia differenziata appare tempestiva l'uscita del Rapporto 2018 dei Conti pubblici territoriali, l'annuale monitoraggio voluto vent'anni fa da Carlo Azeglio Ciampi per verificare il corretto stanziamento sul territorio della spesa pubblica.
 
La pressione fiscale, secondo la Costituzione, dovrebbe essere ispirata a «criteri di progressività». E cioè crescere in proporzione di più per i redditi elevati e quindi pesare in misura maggiore nelle aree ad elevata capacità fiscale procapite, quindi di sicuro non nel Mezzogiorno. La pressione tributaria delle amministrazioni centrali - rileva il rapporto Ctp - tra il 2014 e il 2016 è aumentata dal 26,9 al 27,3% nel Centronord e dal 25,5 al 26,6% nel Mezzogiorno, mantenendo quindi una piccola forbice in grado di non contraddire la progressività. Però la pressione tributaria delle amministrazioni locali, pur in calo per il taglio dell'Irap, è decisamente più elevata al Sud.

«Il dibattito sul decentramento amministrativo e sul federalismo fiscale - si legge nel Rapporto Ctp - deve essere fondato su evidenze empiriche dettagliate». Il numero base dal quale partire è quello della spesa pubblica complessiva (considerando il settore allargato, comprese quindi le società pubbliche come le Ferrovie dello Stato) che nel 2016 è stata di 14.988 euro procapite per i cittadini del Centronord e di 12.033 euro procapite per quelli del Mezzogiorno. Tali voci comprendono sia la spesa ordinaria (come quella per pagare gli stipendi pubblici o le pensioni) sia quella straordinaria, destinata allo sviluppo. Quest'ultima però, in tempi di crisi, è cresciuta al Centronord del 7% mentre si è ridotta nel Mezzogiorno del 6,6%. Un calo che si spiega con la fine della spesa del ciclo di fondi Ue 2007-2013 che avevano come ultimo anno di utilizzo il 2015. C'è anche una notizia positiva: nel 2016 quasi tutte le società pubbliche hanno rispettato la quota di investimenti nel Mezzogiorno, persino le Ferrovie, tradizionalmente avare verso il Sud. In un anno infatti l'indice è passato dal 19% (2015) al 34,7% (2016). L'eccezione negativa è la Rai, la quale investe nel Mezzogiorno appena il 10,1% delle proprie risorse.
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