Whirlpool, il manager La Morgia in trincea: «Niente bluff, la Prs ha un piano serio»

Domenica 22 Settembre 2019 di Valerio Iuliano

«Su Napoli si è abbattuta una tempesta perfetta, a causa del quadro macroeconomico globale. Ma il piano di riconversione è solido e così garantiremo la salvezza dei 410 lavoratori». Luigi La Morgia, amministratore delegato di Whirlpool Italia, ribadisce che il futuro del sito di via Argine dipenderà dalla cessione del ramo d'azienda alla società svizzera Prs.

La Morgia, lei oggi parla ancora di riconversione, mentre nell'accordo con il governo di undici mesi fa erano previsti investimenti per 17 milioni, per il rilancio del sito di Napoli. Non le sembra un clamoroso voltafaccia?
«Da ottobre 2018 al primo trimestre del 2019 sono cambiate moltissimo le condizioni macroeconomiche. Ci sono stati fenomeni non prevedibili. Mi riferisco ai dazi nordamericani sui prodotti europei e ai dazi indiani. E poi c'è stata la crisi argentina. E, nello stesso tempo, è crollato il mercato europeo. Si tratta di un contesto macroeconomico generale di crisi che ha investito alcuni dei mercati più rilevanti. Tutto questo ha determinato la crisi della produzione a Napoli. Abbiamo provato tutte le soluzioni e alla fine ci siamo resi conto che l'unica possibilità per garantire la salvezza dei lavoratori era la riconversione».
 
Il contesto macroeconomico incide solo su Napoli? A molti sembra solo un pretesto.
«A Napoli c'è una produzione di lavatrici di alta gamma, per due terzi verso il mercato europeo e per un terzo verso quello internazionale. E il contesto globale ha determinato una situazione tale che è diventato sempre più difficile commercializzare prodotti di alta gamma. Non è assolutamente una questione geografica. Se questi prodotti, anziché a Napoli, fossero stati realizzati a Milano o in un'altra città europea sarebbe stata la stessa cosa. I prodotti di questo tipo, in un quadro macroeconomico come quello attuale, sono crollati».

Ma una situazione di questo tipo avreste dovuto prevederla già ad ottobre.
«Si tratta di fenomeni non prevedibili. La seconda ondata dei dazi nordamericani è arrivata a novembre 2018. E quella dei dazi indiani a dicembre. Mentre la crisi argentina è arrivata negli ultimi mesi. A Napoli abbiamo investito circa 100 milioni negli ultimi 10 anni. Dal 2009 ad oggi i volumi di produzione del sito si sono ridotti da circa 700.000 a circa 250.000 pezzi annui. E, in particolare nel primo semestre del 2019, il calo della produzione è stato del 36% per l'export internazionale e del 19% nella sola area Emea. Con questi numeri, il sito di Napoli non è più sostenibile. Quando ci siamo resi conto della situazione, abbiamo valutato tutte le opzioni e alla fine abbiamo capito che l'unica strada, per garantire i lavoratori, è la riconversione. Di questo abbiamo avvisato subito il governo a fine maggio e agli inizi di giugno abbiamo incontrato il governo».

Le garanzie per i lavoratori sembrano del tutto insufficienti. Sulla società svizzera ci sono tante perplessità.
«Le garanzie partono innanzitutto da un volto importante del settore di riferimento, che è Giovanni Battista Ferrario. Ci sono tre elementi importanti che per noi costituiscono altrettante garanzie. Innanzitutto, c'è un prodotto su un mercato in forte espansione. Poi una squadra manageriale di alta caratura e una notevole copertura finanziaria. L'imprenditore di riferimento ci ha spiegato la loro copertura finanziaria. Ma non posso dire di più. Noi vogliamo aprire una concertazione e spiegare a tutti le garanzie che ci hanno dato. È opportuno che Prs presenti il suo piano industriale, che non può essere giudicato senza essere conosciuto. Abbiamo fatto un'azione per garantire i 410 colleghi di Napoli. Speriamo che nei prossimi giorni ci si possa sedere con tutte le parti coinvolte per illustrare il progetto di riconversione».

La cessione del sito è già stata ultimata?
«Non ancora. Abbiamo tutti gli elementi per firmare l'accordo con Prs e la consultazione serve anche a valorizzare il confronto per dare alla persone garanzie di un futuro sostenibile».

Restano le incognite sul futuro dei dipendenti ed anche l'amarezza per una fabbrica gloriosa, che sarà riconvertita.
«Sono stato direttore dello stabilimento di Napoli e perciò conosco molto bene il valore di quelle persone. Mi sento coinvolto emotivamente. La nostra scelta è legata proprio al fatto che vogliamo difendere 410 posti di lavoro. L'unica possibilità di salvarli è quella di dare la possibilità a Prs di illustrare il loro piano industriale».

Il governo vi ha messo a disposizione tanti incentivi. Le soluzioni messe in campo non vi hanno mai soddisfatto?
«Abbiamo sempre apprezzato gli sforzi del governo. Ma, in questo caso, non credo che il loro supporto avrebbe potuto cambiare la situazione. Non è una questione di incentivi. Per quanto riguarda quello di 17 milioni, previsto dal decreto sulle crisi aziendali, lo abbiamo preso in considerazione e abbiamo capito che non era sostenibile. Il decreto prevede allocazioni in due anni di circa 17 milioni, ma la condizione è che Whirlpool metta in solidarietà tutti i 5500 colleghi. Ovvero la quasi totalità dei lavoratori di tutte le sedi italiane. Non possiamo mettere in solidarietà 5500 persone. Non è in linea con il piano industriale 2019-2021, che per l'Italia è confermato. Investiremo in tutte le sedi sempre per 250 milioni. Inoltre, il potenziale beneficio sarebbe distribuito su tutti i siti italiani e non rappresenterebbe un intervento strutturale per il futuro a lungo termine di Napoli. Quello che ci sta a cuore è che i colleghi di Napoli continuino a lavorare».

Lei li chiama colleghi ma quei colleghi si sentono traditi da Whirlpool.
«Ripeto che noi dobbiamo dialogare tutti insieme per arrivare a garantire il lavoro dei colleghi di Napoli. Stiamo parlando di 410 famiglie da difendere a tutti i costi. Per farlo è necessario sedersi al tavolo ed attuare la riconversione».

Ultimo aggiornamento: 17:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA