Tutte le Whirlpool del Sud: 140 vertenze, a rischio il futuro di 80mila operai

Lunedì 3 Giugno 2019 di Francesco Pacifico
Tutte le Whirlpool del Sud: 140 vertenze, a rischio il futuro di 80mila operai

Li chiamano tavoli infiniti. Crisi industriali che si ripetono ciclicamente e sono destinate a risolversi in una chiusura dell'attività e in un utilizzo smodato di cassa integrazione per salvare il salvabile. Cig che a fine anno potrebbe sfiorare il milione di ore autorizzate, con una spesa intorno ai 10 miliardi di euro, per dare un sostentamento soltanto nel Sud a circa 20mila lavoratori destinati a non trovare altra occupazione. Vertenze quasi rituali, soprattutto se a essere coinvolte sono aziende con produzioni non all'avanguardia, in comparti in crisi e di proprietà di azionisti pronti a lasciare il Paese e tentare fortuna altrove. Tutti elementi presenti nella vicenda di Whirlpool, colosso americano e nello stabilimento di Napoli, dove si realizzano lavatrici meno performanti di quelle assemblate nel sito di Comunanza. Tanto che al Mise ammettono che era scontato l'esito, ma si sperava di andare avanti ancora per un anno.
 
Nel Mezzogiorno la lista delle vertenze destinate a procrastinarsi all'infinito è molto lunga ed è trasversale tra settori diversi come la meccanica, l'arredamento, le comunicazioni o il commercio. Soltanto nella grande distribuzione in Campania e in Sicilia sono a casa circa 1.500 ex addetti di grandi catene come Carrefour, Coop e Trony. Sempre nella nostra regione è corsa contro il tempo per trovare entro fine luglio un partner industriale che versi 9 milioni di euro nella Industria Italiana Autobus, la ex Iribus di Flumeri, dove lavorano 290 operai. A poco distanza, ad Arcella, non ci sono molte chance di ripartire per 119 dipendenti della Novalegno. Sul fronte ferroviario, al Mise, si dicono preoccupati anche per il futuro di Firema con quasi duecento operai tra Caserta e Tito Scalo (nel potentino): le future commesse finiscono per interessare soltanto il sito campano. Sempre in Veneto ci s'interroga se il gruppo Natuzzi, la cui governance fa riferimento sempre allo storico patron Pasquale, sarà in grado di riassorbire tutto il migliaio di dipendenti in Cig tra Puglia e Lucania. A Taranto rischiano di restare senza ammortizzatori sociali i 53 dipendenti della ex Marcegaglia di Taranto. In Calabria e in Sicilia sembra in crisi irreversibile il mondo dei call center: soltanto all'Abramo di Crotone, complici anche i paletti del decreto dignità, sono previsti 400 esuberi, mentre a Palermo Almaviva potrebbe tagliare 800 addetti, se perderà la commessa di Alitalia. Se in Sicilia non sembrano esserci sbocchi per 700 ex dipendenti di Fiat a Termini Imerese, idem avviene in Sardegna per altrettanti operai all'Alcoa di Portovesme.

Più in generale, sono circa 140 i tavoli di grandi vertenze industriali aperti al ministero dello Sviluppo: coinvolgono quasi 200mila lavoratori, dei quali 80mila al Sud. Ma all'interno di questo gruppo c'è un numero di vertenze, una sessantina, che difficilmente porterà a un rilancio, per la maggior parte nel Mezzogiorno. Qui tra i 15mila e i 20mila addetti potrebbero rimanere soltanto con gli ammortizzatori e nessuna speranza di trovare un'altra occupazione. «Perché sotto Roma - spiega un funzionario del ministero - mancano le infrastrutture, il mercato e le banche. Quindi è difficile trovare imprenditori disposti a investire. Di conseguenza, non resta che rispondere all'emergenza con la cassa integrazione». Ad aprile la richiesta di Cig è schizzata rispetto all'anno presente di un 30,5 per cento: siamo quasi a 700mila ore autorizzate, che secondo le stime degli esperti - con la crisi della Germania e la recrudescenza della guerra commerciale tra Usa e Cina - potrebbero arrivare a fine anno a un milione. Con lo Stato e le aziende che attraverso l'Inps rischiano di versare su questo versante almeno 10 miliardi di euro, dei quali quasi la metà al Sud.

Nota l'economista Giuliano Cazzola, già segretario confederale della Cgil e vicepresidente della commissione Lavoro della Camera: «Paghiamo la gestione del Mise delle crisi, soprattutto dopo che una struttura collaudata come la task force anticrisi guidata da Giampiero Castano è stata di fatto chiusa per motivi di partito, per mettere al suo posto un fedelissimo di Di Maio. Senza contare che sempre al Mise prima c'era un viceministro come Teresa Bellanova con una lunghissima storia sindacale. In queste vicende è molto importante avere persone con esperienza, professionalità e contatti con aziende e banche e che sappiamo capire gli andamenti del mercato. Quando s'improvvisa, i nodi poi vengono al pettine».

Ultimo aggiornamento: 12:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA