Vizi italiani/ Soccorrere i vincitori e infierire sugli sconfitti

Lunedì 9 Settembre 2019 di Loris Zanatta
Mai vista una luna di miele simile. Addirittura prima del matrimonio. Il governo rosso-giallo ha appena giurato e la festa già infuria: l’Europa sventola le bandiere, i mercati stappano champagne, la Chiesa ringrazia Dio, le televisioni intonano marce trionfali. Tale è il clima, così contagioso l’entusiasmo, che viene voglia di salire sul carro.

Stando ai sondaggi, rimane il nostro sport preferito: molti italiani hanno tardato un giorno a scambiare gli osanna per Salvini con le genuflessioni dinanzi a Conte, a lasciare la scialuppa che colava a picco per salire su quella che prendeva il largo. Potrà anche far piacere, essere “un male a fin di bene”; ma suona sospetto.
Sarà che di mestiere faccio lo storico, ma non darei più peso di quello che meritano agli umori odierni: sono cambiati in fretta ieri, possono cambiare in fretta domani. Per questo non mi tranquillizza affatto l’eloquio enfatico dei nuovi timonieri: «svolta storica», «trasformeremo l’Italia», «governo coraggioso». 
Starei più sereno e mi sentirei più fiducioso se invece ci dicessero: «siamo messi male», «faremo quel che si potrà», «collaborate con noi». Ancor di più se nel programma, invece di ripetere «occorre questo» e «occorre quello», avessero scritto «faremo» questo e «come».

Invece no: così com’è, è la lista dei desideri, scritta a tavolino per tenere insieme capra e cavoli, democratici e grillini. Ma quali sono le garanzie per la crescita? Ci vogliono trasmettere la sensazione della “rinascita”, della “rigenerazione” - ma qui al massimo siamo al sollievo, speriamo non fugace, per mercati e spread - e parlano di Conte come fosse San Giorgio contro il Drago, Pablito Rossi ai Mondiali di Spagna dell’82; De Gasperi, chi era costui?

Tanti si comportano come fosse il 25 luglio, non resistono alla tentazione di chiedere dov’è Piazzale Loreto per sputare sul corpo del caduto. La Rai si prepara a cambiare musica, la magistratura parte già all’attacco: è ora di consumare vendetta. Sarà prudente? Sarà saggio? Ci sono le condizioni? C’è un mandato popolare in tal senso? Non mi pare vi sia stata alcuna rivoluzione; nemmeno una vittoria elettorale: ci andrei cauto, starei a navigare un po’ più sotto costa, onde evitare il rischio di schianti. 

Gli italiani, che pochi mesi fa hanno investito la Lega nelle urne, chiedono di invertire la rotta? Su immigrazione, fisco, sicurezza, vogliono fare oggi l’opposto di ieri con lo stesso capo di governo? Attenzione: lo sputatore d’oggi rischia, se imprudente, d’essere poi lo sputato di domani. 

Grazie alla lungimiranza tattica di taluni politici avveduti, sento dire, stiamo uscendo dalla tenaglia dei due populismi. Su un cosa sono d’accordo: a tattica ce la caviamo assai meglio che a strategia; lo stato del Paese ne è la miglior prova: non affondiamo mai, ma nemmeno dispieghiamo mai le vele. Sul resto dubitiamo: non si capisce come abbracciare un populismo contro un altro serva a sradicarli entrambi. 

Ci lasciano interdetti l’autoritarismo di Salvini e il suo antieuropeismo a prescindere; ma non crediamo che i Cinquestelle siano meno ostili al sistema liberal democratico: è vero che hanno tante anime e che il volto democristiano del premier rassicura tutti; e che questa, in fondo, è la scommessa non dichiarata: “normalizzarli”. Ma sono i parenti ricchi dei chavismi e dei peronismi, antiliberali, plebiscitari e pauperisti. Oppure, da ieri, non lo sono più? Il brutto anatroccolo è diventato cigno? 

Una menzione merita la destinazione di Luigi Di Maio: il ministero degli Esteri. Che male c’è, si dirà: il suo partito ha appena proclamato la fedeltà atlantica, qualsiasi cosa ciò significhi nell’era di Donald Trump. Ma il suo partito ha anche appena sostenuto che «sul Venezuela avevamo ragione noi»; dopo che il rapporto delle Nazioni Unite ha contato i morti per fame, malattia e repressione: oltre 20.000 negli ultimi due anni; al cospetto di Chavez, Pinochet era un dilettante in confronto.

A tal proposito, consiglieri un ripasso: il Cile è quel Paese lungo e stretto che sta in fondo al Sudamerica; ha una solida democrazia rappresentativa e una florida economia di mercato; il Venezuela s’affaccia sui Caraibi e per un decennio ci ha cantato l’antica solfa della democrazia diretta e della “giustizia sociale”: oggi è uno Stato ormai fallito, ha espulso quattro milioni di abitanti, la democrazia non ce l’ha più e il salario minimo vale due dollari al mese. Meglio non confonderli.
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