La sfida italiana/Contare di più in Europa recuperando i giovani

di Paolo Balduzzi

Mancano pochi giorni alle elezioni europee: difficile prevedere come finiranno e quali conseguenze, soprattutto sugli assetti italiani, potranno avere. Le uniche certezze sono costituite, da un lato, dall’incapacità del nostro Paese di fare squadra a Bruxelles e Strasburgo per difendere innanzitutto gli interessi nazionali e solo secondariamente quella dei gruppi politici di appartenenza; dall’altro, dall’ormai ordinario disinteresse dei partiti rispetto ai giovani. Sono due aspetti strettamente correlati.

Dal primo punto di vista, le candidature di primo piano, ove presenti, sono solitamente specchietti per le allodole (e per acchiappare voti): i grandi leader politici candidati non siederanno mai nel Parlamento europeo, visto che per le regole di incompatibilità in vigore non rinunceranno certo alle loro cariche di Governo o nel Parlamento nazionale. E per quanto riguarda le altre candidature, a parte poche eccezioni, non si ha l’impressione che siano particolarmente motivate o orientate a difendere gli interessi nazionali. Il che è un vero peccato: negli ultimi anni abbiamo privilegiato o la politica strettamente nazionale oppure la nostra presenza in altre istituzioni (la Commissione, la Banca Centrale, e perfino l’European Fiscal Board).

Ma è un dato di fatto il progressivo allontanamento dell’Italia dal nucleo di Paesi che prendono le decisioni strategiche. Questo lo si deve proprio a causa di una nostra presenza storicamente poco incisiva proprio nel Parlamento europeo, con l’eccezione degli ultimi anni a guida italiana. Perché allora non proporre per questa istituzione candidature particolarmente motivate, generazionalmente legate a una presenza europea da rinnovare su nuove basi, nonché orientate al futuro? I giovani avrebbero tutto l’interesse a fare squadra in ambito europeo.

Negli ultimi decenni, infatti, le condizioni economiche e sociali sono costantemente peggiorate. Valgano, a mero titolo di esempio, le peggiori opportunità nel mondo del lavoro, la diminuzione della spesa in istruzione, l’elevato livello di debito pubblico. E proprio una nuova sovranità europea, che sia rispettosa degli stati membri ma più forte di oggi perché in grado di proteggere e tutelare tutti i suoi cittadini, potrebbe essere un’ancora di salvezza. Ma a cosa si deve questo cortocircuito tra politica e nuove generazioni? Una possibilità è che le regole di convivenza civile, vale a dire Costituzione e leggi elettorali, siano mal disegnate o perlomeno anacronistiche. Ricordiamolo: in Italia non si può diventare deputati se non si hanno 25 anni e non si può diventare senatori se non se ne hanno addirittura 40 (cosiddetto elettorato passivo).

In più, se non si hanno 25 anni, per il Senato nemmeno si può votare (cosiddetto elettorato attivo). Certamente qualcuno ribatterà che in una democrazia rappresentativa ogni deputato e ogni senatore dovrebbero fare gli interessi della nazione. Del resto, questo è anche il senso dell’articolo 67 della nostra Costituzione: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ». Ma basta davvero poco a confutare questa argomentazione formale - e anche ingenua. Pensiamo infatti alla popolazione femminile: 70 anni di Repubblica e di suffragio universale hanno solo evidenziato come la democrazia rappresentativa, gestita da una classe politica prevalentemente maschile, non sia stata in grado di soddisfare molte delle istanze più rappresentative del mondo femminile, salvo naturalmente alcune notabili eccezioni. Tanto è vero che, per arginare questo fenomeno, è ormai la norma da qualche anno prevedere quote di genere o altri meccanismi incentivanti per favorire – se non addirittura forzare - la presenza femminile nelle istituzioni.

La legge elettorale per le elezioni europee (legge 18 del 1979), per esempio, è stata recentemente modificata prevedendo che entrambi i generi in lista siano rappresentati al 50% e che, se vengono espresse più preferenze, queste debbano riguardare candidati di sesso diverso. Domanda: che senso avrebbe tutto questo se la democrazia rappresentativa funzionasse come previsto? E le donne non sono mai state formalmente escluse dalla competizione elettorale, come invece accade, lo abbiamo ricordato poco fa, per i giovani; inoltre, la popolazione femminile costituisce una quota rilevante, anzi maggioritaria, del corpo elettorale: al 1° gennaio 2018, le donne maggiorenni erano ben due milioni più degli uomini. I giovani invece sono sia una quota minoritaria e in decrescita della popolazione (siamo il Paese più anziano d’Europa, con una quota di under 40 sulla popolazione inferiore al 40%). E proprio le elezioni per il Parlamento europeo di fine maggio forniscono un’ulteriore prova di una discriminazione tutta italiana.

Solo in Italia e Grecia si può essere eletti al Parlamento europeo a 25 anni; in tutti gli altri Paesi si può essere eletti a 23, 21 o addirittura a 18 anni. In Austria e a Malta si può votare a 16 anni (in Grecia a 17). Questo pone oggettivamente i giovani italiani all’ultimo posto in Europa come capacità di influenza politica e potere politico potenziale. Un altro argomento comune e diffuso è che i giovani sarebbero immaturi per ricoprire certe cariche a assumersi certe responsabilità. Altro argomento debole e fallace, sotto diversi punti di vista. Primo: a 18 anni oggi si può diventare sindaci, anche di una grande città, e consiglieri regionali – e quindi legiferare sul proprio territorio.

Che differenza c’è rispetto a una carica come quella di deputato, nazionale o europeo? Secondo: gli italiani sono geneticamente meno portati alla maturità, visto che all’estero queste cariche sono invece accessibili? Non risulta da alcun studio scientifico. Terzo: i giovani italiani sarebbero immaturi perché il sistema scolastico non li prepara adeguatamente? Ma allora è un cane che si morde la coda: lo Stato da un lato non educa i giovani e dall’altro gli rinfaccia che sono troppo immaturi. Non si tratta, sia chiaro, di riservare loro quote specifiche nelle liste elettorali, né di prevedere esplicite forme di assistenza o giovanilismo spesso controproducente. Si tratta solamente di garantire parità di trattamento alle giovani generazioni, indipendentemente dalla cittadinanza, e di provare a riequilibrare la distribuzione del potere elettorale.

Se cambiare la Costituzione è oggi troppo lungo, difficile e impopolare, modificare una legge ordinaria (l’articolo 4 della legge elettorale sulle elezioni europee) non lo è affatto. Si tratterebbe di un provvedimento dalla forte valenza non solo simbolica ma anche culturale. Non ci si aspetta del resto che cambi nulla, nel breve periodo: ma il breve periodo è la preoccupazione della politica dalla visione limitata e dal fiato corto, della politica che è solo ricerca del consenso elettorale e non di strategia di crescita. Diminuire l’età di elettorato passivo, a partire ma senza limitarsi alle elezioni europee, significa rendere più consapevoli i giovani degli strumenti che hanno a disposizione e delle loro potenzialità, nonché sensibilizzare adulti e anziani rispetto alle aspettative delle generazioni future. Significa anche volere bene alle giovani generazioni e fornire loro uno strumento politico alternativo per poter far valere i propri diritti.

Fossimo provocatori e cercassimo di attirare l’attenzione con i mezzi sbagliati forse scriveremmo che non voteremo né a queste né a future elezioni finché la discriminazione non sarà sanata. O forse dichiareremmo perfino uno sciopero della fame. Ma abbiamo responsabilità superiori, verso il Paese, le nostre famiglie e anche verso noi stessi. Per questo ci auguriamo che il Presidente della Repubblica, faro di ogni italiano, sensibilizzi - se lo ritiene- le Camere; e faccia in modo che quelle del 26 maggio 2019 siano le ultime elezioni dove i giovani non contano nulla.
Mercoledì 22 Maggio 2019, 00:19
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