I dossier aperti/ Dopo le urne si torni in fretta ai problemi reali del Paese

Domenica 20 Settembre 2020 di Romano Prodi
Fra poche ore il dibattito politico si concentrerà totalmente sui risultati del referendum e delle elezioni regionali. Prima che cominci questo doveroso, ma non eccitante esercizio, vorrei brevemente riflettere su alcuni problemi che sono riesplosi in questi giorni sui quali, qualsiasi siano i risultati che usciranno dalle urne, si dovrà ritornare in futuro.
La prima riflessione riguarda il reddito di cittadinanza. I mutamenti del welfare e il Covid-19 lo hanno rimesso al centro del dibattito ed è giusto che sia così: il problema dell’aiuto ai più deboli rimarrà infatti sempre con noi. A parte la meritata ironia sui “navigator”, il problema della sua regolamentazione si è riacceso solo quando è apparso che alcuni attori di tristi episodi di cronaca nera, lo percepivano nonostante l’ostentazione di un tenore di vita con esso incompatibile. 

Bene lo sdegno, ma proprio perché il problema di un reddito minimo si porrà anche in futuro, avremmo invece bisogno di raccogliere dati certi dai quali partire per regolarlo meglio in avvenire. Non limitiamoci quindi, come purtroppo è avvenuto, a deplorare i singoli scandali, ma chiediamo alla Guardia di Finanza (o a chi altro il governo voglia delegare) di compiere un’indagine accurata su quanti abbiano debitamente o indebitamente percepito questo sussidio.

Non occorre neppure riesaminare tutti i casi, ma possedere un campione accurato e sufficiente per legiferare meglio. È infatti poco produttivo sollevare polveroni che poi rapidamente si depositano. Costruiamo invece le conoscenze necessarie per disciplinare questo aspetto delicato, ma necessario, del futuro welfare.
Una seconda riflessione riguarda il dibattito sui giovani. Un dibattito opportunamente riportato all’attenzione generale dal discorso di Draghi proprio un mese fa. 

Tutti hanno segnalato l’urgenza di riformare integralmente il sistema scolastico, di rafforzare gli insegnamenti tecnici relegati in un angolo negli scorsi anni, di includere finalmente nei programmi l’uso delle nuove tecnologie. Poi tutto si è trasformato in una rissa sulle distanze, le mascherine e i termometri. Tutti aspetti rilevanti, ma affrontati da troppe parti in modo puramente strumentale e appiattito sulla quotidianità. Ci aspettavamo, e ci aspettiamo invece, che si mobiliti al più presto un gruppo di esperti, il più qualificato possibile, per rifare non solo i tetti e le pareti delle nostre aule, ma tutti i programmi e i metodi di insegnamento con i quali formare la nuova generazione di italiani. E sia, allo stesso tempo, messo a frutto il contributo delle commissioni di esperti che in questi mesi hanno lavorato su iniziativa del governo.

La nuova generazione ha il diritto di essere portata agli stessi livelli degli altri Paesi europei, ma ad essa bisogna anche presentare un quadro di doveri, senza i quali i diritti non possono essere esercitati. 
Mi chiedo se non sia ora di riprendere la proposta di introdurre finalmente qualche mese di servizio civile obbligatorio a servizio della comunità. Si lamenta giustamente la scarsa conoscenza del Paese da parte delle nuove generazioni, ma nulla si propone ad esse. Capisco le difficoltà di questo progetto che deve coinvolgere uomini e donne, deve avere un’applicazione progressiva e richiede nuove risorse etiche, materiali ed intellettuali. Non possiamo tuttavia continuare a ripetere che con il Covid-19 tutto cambia, senza avere poi il coraggio di proporre le novità necessarie per portare avanti i progressi etici ed intellettuali indispensabili anche per preparare il progresso materiale.

È vero che la politica si fonda prevalentemente sulla mediazione, ma vi sono passaggi storici nei quali una mediazione senza fine sfibra le energie vitali di un Paese. Ed è ormai troppo tempo che ci accontentiamo di mediazioni.
Un’ultima riflessione riguarda il dibattito sempre più acceso sul fatto che i partiti politici sono svuotati al loro interno, non elaborano una linea per il futuro e, con sistemi elettorali su misura, lavorano per disporre di un parlamento di nominati e non di eletti. Non essendo ormai in grado di coinvolgere gli elettori, si limitano a scegliere coloro che dovranno entrare al Senato e alla Camera i quali non avranno quindi alcun bisogno di avere contatto con gli elettori, nei confronti dei quali saranno a loro volta degli sconosciuti. 

Ad una simile situazione può essere posto rimedio solo con un sistema elettorale maggioritario. Esso obbliga i partiti a proporre candidati che, per il loro prestigio e per la loro preparazione, siano in grado di prevalere nel loro particolare collegio elettorale, dove debbono essere riconosciuti, stimati e preferiti dagli elettori. Solo in questo modo si può restituire credibilità e forza al parlamento e al governo.
Ci si va invece orientando verso una replica del proporzionale con una sola incredibile disputa sulla soglia minima che un partito deve raggiungere per entrare in parlamento. Tutto questo in modo che il controllo sul parlamento e il suo conseguente degrado possano proseguire e i governi, fondati su alleanze decise solo dopo le elezioni, abbiano la minore durata possibile.

Eppure tutti sono consapevoli che le straordinarie sfide che siamo chiamati ad affrontare non possono essere vinte con strumenti così logorati. 
Andiamo quindi a votare per il referendum e per il rinnovamento dei consigli regionali, ma con la consapevolezza di dovere affrontare subito i problemi che il confronto elettorale ha ancora una volta permesso di rinviare.

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