Sulla ricostruzione dopo il virus va in frantumi l’Europa solidale

Lunedì 20 Luglio 2020 di Mario Ajello

ROMA Prima di entrare in uno degli ultimi mini-summit che hanno punteggiato l’ardua trattativa, si racconta che Emmanuel Macron, che si fa vanto di essere un gran letterato, abbia detto ai suoi interlocutori che per lui l’Europa è quella che Albert Camus sintetizzava così: «Il Continente dove Parigi, Roma, Berlino e Atene saranno i centri di un impero di mezzo, l’unico che può svolgere il suo ruolo nel mondo di domani». E non c’è dubbio che sia così.

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Ma la partita di Bruxelles si è giocata fino alla fine sul filo dell’incertezza e con una dolente convinzione nei partecipanti più consapevoli e lungimiranti: comunque fosse andata a finire, sia in modalità benino, sia malino con l’accordo separato senza Olanda, sia male ossia senza patto finale, sia malissimo con l’ingiusta umiliazione dell’Italia, di certo l’«Europa finalmente» (per dirla ancora con il premio Nobel, Camus), quella creativa, solidale, più forte sia sotto il profilo istituzionale che politico, davvero consapevole in questo caso di un bisogno urgente di discontinuità rispetto alla storia pre-Covid, non ha colto l’occasione per concretizzarsi.

Anzi, di fronte alla sfida del futuro, farsi più forti cogliendo l’occasione della pandemia come ricominciamento, i balbetti, le divisioni, le gelosie e le ripicche, gli egoismi vetero-nazionalisti conditi di stereotipi anti-Paesi del Sud da parte dei nordici e via dicendo con i fatti e con le immagini di questi giorni difficili e di queste notti infinite al Consiglio europeo, hanno dato l’impressione che tutto possa ancora essere normale quando invece niente lo deve essere più. 

Ed è come se una Cecità - questo guarda caso è il libro di Saramago che il premier portoghese Costa l’altro giorno ha regalato alla Merkel per il suo sessantaseiesimo compleanno e lei lo ha giustamente accolto così: «Hai ragione, serve sguardo lungo e tanto coraggio» - abbia aleggiato durante questo vertice e rischia, almeno presso chi la pensa come Rutte, di frenare ancora la ricostruzione necessaria a tutti e non soltanto all’Italia. Quella che ovviamente non si può far commissariare dal premier olandese («Controllo io come gli italiani spendono i soldi»). 

L’Europa discontinua e creativa non può essere quella in cui un Paese membro con altri al seguito - si pensi alla socialdemocrazia svedese che fa tandem “frugale” con la nazione dei tulipani: «Ma gli olandesi i tulipani a chi li vendono se non c’è più l’Europa?», ha detto giustamente Prodi - pretende di avere potere di veto sulle richieste di fondi di ricostruzione da parte di chi ne ha bisogno. Altro che progetto comune!

IL FAI DA TE
L’ideologia del fai da te è quella che ha reso movimentato e impervio questo vertice dei bracci di ferro. In cui i Paesi nordici, di ogni tendenza, anche a guida di sinistra, hanno dimostrato di non ricordarsi più - come ha detto lo spagnolo Sanchez - che «la Ue è stata fatta perché affrontare i problemi insieme era meglio che farlo da soli». Se questo concetto viene meno, l’Europa rischia di morire, lentamente. E non di imboccare quel percorso virtuoso che aveva pensato per lei uno dei padri fondatori, Robert Schuman: «L’Europa non verrà creata tutta in una volta e secondo un unico progetto generale, ma sarà costruita attraverso realizzazioni concrete dirette a creare solidarietà reali». Non è questo lo spettacolo andato in scena. E soltanto un compromesso non di facciata e capace di farsi subito operativo può garantire la sopravvivenza di interi Paesi. E parliamo di un piano di aiuti che vale 750 miliardi per 500 milioni di persone. Decisamente più ridotto rispetto a quello americano, che poggia su migliaia di miliardi a sostegno di una popolazione che è due terzi di quella della Ue. 

Un’Europa intergovernativa, cioè un’associazione di Stati, o una istituzione comunitaria vera e propria: di questo si è parlato, su questo ci si è dati battaglia a Bruxelles. Già il solo dividersi su queste due opzioni risulta un insuccesso, che poi le tecnicalità degli accordi e degli accordicchi possono attenuare e più o meno nascondere ma il nocciolo della questione non cambia. Non può essere che il 7 per cento dell’Europa - quei “frugali” che prendono dal mercato comune molto più di ciò che danno alla Ue - faccia ballare il resto del Continente. Perché ballando ballando sul Recovery Fund, si finisce a fondo.

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