Forniture tagliate/ Il mondo in attesa e gli interessi di Big Pharma

Lunedì 1 Febbraio 2021 di Vittorio E. Parsi

Durante la Seconda guerra mondiale il ministero della Guerra degli Stati Uniti richiese la produzione di una vettura leggera da esplorazione a quattro ruote motrici. Il progetto vincitore fu quello della Willys, una piccola industria del comparto automobilistico. La sua Jeep divenne il simbolo degli eserciti alleati. Ne furono costruite milioni di esemplari, fornite anche ai sovietici: in grandissima parte su licenza da General Motors, Chrysler, Ford e così via. Una decisione assunta durante la guerra contro il nazifascismo, e una decisione analoga che doveva – e può ancora – essere presa per la produzione dei vaccini durante la “guerra” contro il Covid-19. 

À la guerre comme à la guerre. E sì che in Europa – purtroppo – di guerra siamo esperti: siamo la porzione di mondo che ne ha fatte di più, da sempre, dai tempi di Sparta e Atene su, su fino a quelle mondiali. Ora siamo in guerra contro la pandemia: è questa una delle immagini che è stata e continua a essere più impiegata nella lotta al Covid-19. I vaccini sono l’arma risolutiva, il cui impiego dovrebbe porre fine alle centinaia di migliaia di perdite che fin qui abbiamo sostenuto. Ma d’un tratto scopriamo che lo stato d’emergenza può essere invocato per chiudere in casa gli esseri umani e imporre le doverose misure di distanziamento, ma cessa di esistere di fronte ai corposi interessi di Big Pharma.

Nel disastro dell’acquisto di vaccini da parte della Commissione Europea sono coinvolte due questioni: la prima riguarda la scarsità delle produzioni – ed era nota da tempo – la seconda le inadempienze contrattuali. Paradossalmente in questi giorni si parla molto della seconda – e di come i contratti sono stati mal scritti – e meno della prima che, a mio avviso, è “la questione”. Mi chiedo, infatti, per quale motivo non si è pensato fin da subito a imporre la condivisione delle licenze e il subappalto delle produzioni vaccinali alle società titolari dei brevetti. 

Eppure, la necessità di tutelare la salute pubblica di fronte a una pandemia globale lo avrebbe giustificato. Agitarla invece come una sorta di punizione, di extrema ratio, di fronte a inadempienze contrattuali confonde solo le acque e contribuisce ad allontanare la soluzione del problema. 

Dal punto di vista legale, la Commissione avrebbe potuto far valere lo stato di necessità, per imporre ai detentori dei brevetti la produzione su licenza presso gli stabilimenti di altre industrie farmaceutiche europee delle dosi necessarie ad attuare una tempestiva campagna vaccinale. È grave che si sia scelto di non fare ricorso a una misura possibile e quanto mai necessaria. Implica la mancanza di una chiara gerarchia tra l’interesse generale e quelli particolari, di un’etica forte della “salus rei publicae” – intesa in senso metaforico e reale – della consapevolezza che la “sovranità”, pur se condivisa tra Stati membri e Unione Europea, resta sempre in capo a un soggetto politico.

«Sovrano è chi decide nello stato d’eccezione», sosteneva Carl Schmitt, un politologo tra i più influenti del Novecento europeo. Bene: ora sappiamo chi è il “sovrano” tra la Commissione e le multinazionali del farmaco. Perché nello stato d’eccezione generato dalla pandemia, decidono Pfizer, AstraZeneca e Moderna quanto produrre, quando e soprattutto a chi consegnare. Questo non è ammissibile ed è purtroppo rivelatore di come l’Unione post-Maastricht sia stata costruita in maniera sbilanciata, senza correttivi tali da impedire che le quote di sovranità delegate dagli Stati membri, invece di essere esercitate dal nuovo soggetto pubblico comunitario, “svanissero”, o divenissero prerogativa di pochi, poderosi, interessi privati.

La scandalosa gestione delle forniture dei vaccini anti Covid-19 rimette al centro il tema di quanto sia pericoloso affidarsi esclusivamente al mercato, come se questo fosse l’unico strumento in grado di operare scelte razionali, efficienti ed efficaci. Ci ricorda che gli interessi privati mirano – com’è lecito – a massimizzare i profitti anche a scapito dell’interesse pubblico e generale, se noi non glielo impediamo. Quello che si è verificato dimostra ancora una volta la debolezza delle protezioni dell’interesse generale stabilite per via meramente contrattuale. Se l’Unione Europea può essere bellamente “gabbata” da AstraZeneca, Pfizer o Moderna nella fornitura dei vaccini, è perché rinuncia innanzitutto a “pensarsi” come titolare di un bene – quello comune – per definizione superiore a qualunque bene particolare.

 

Ultimo aggiornamento: 09:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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