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Gap da colmare/ Mezzogiorno e Sanità le riforme che servono

Martedì 9 Febbraio 2021 di Gianfranco Viesti

La questione territoriale è al centro del futuro dell’Italia. Perché fra gli italiani vi sono grandissime disparità (che con il Covid possono accrescersi) nei diritti di cui riescono a godere, dall’istruzione alla salute, all’assistenza, a seconda del luogo in cui vivono: se al Nord o al Sud, nelle città o nelle aree interne, nei centri urbani o nelle periferie. Questo ha conseguenze molto rilevanti non solo sull’equità fra i cittadini, ma anche sulla capacità della nostra società di includere e di offrire opportunità a tutti, evitando sofferenze sociali e fenomeni, sempre possibili, di ribellismo. 

E perché l’Italia non cresce? Perché non crescono tutti i suoi territori: nessun Paese può avere uno sviluppo sostenibile solo grazie ad alcuni luoghi, ad alcune città. La Germania lo dimostra chiaramente. E’ la grande questione dello sviluppo del Sud (impossibile crescere lasciando indietro un terzo del territorio), ma anche del forte arretramento di vaste aree del Centro e del Nord-Ovest; del ruolo misconosciuto di Roma. Molte parti dell’Italia non crescono perché le imprese non hanno a disposizioni le condizioni, dalla disponibilità di strutture e servizi per la mobilità a strutture e strumenti per la ricerca e la diffusione delle tecnologie, per accrescere la produttività e affermarsi sui mercati.

Negli anni Dieci queste disparità sono peggiorate. In un lungo periodo in cui le risorse pubbliche sono state ridotte, i territori e gli interessi economici più forti sono riusciti a condizionare le politiche e ad accaparrarsene la fetta più grande, guardando al proprio specifico tornaconto e non a quello complessivo del paese. Niente lascia pensare che queste pressioni non si faranno adesso ancora più forti, puntando alle disponibilità del Piano di Rilancio. Prima i più forti.

Questa è la sfida per il nuovo governo. Da declinare con una chiara impostazione politica: rilanciando il ruolo dell’esecutivo nazionale nel fissare le linee di indirizzo sui temi di competenza concorrente, a cominciare dalla salute, ridisegnando il regionalismo in maniera più efficace e evitando pericolose differenziazioni; puntando a definire in breve tempo i livelli essenziali delle prestazioni per tutti i cittadini; rilanciando l’istruzione, a partire da asili nido e tempo pieno per tutti, e dai tanti studenti deboli lasciati indietro dalla chiusura della didattica in presenza. Come esortava a fare Mario Draghi il 26 novembre del 2009: “Al Sud come al Nord lo scopo del nostro agire deve essere garantire la funzione pubblica per eccellenza, quella che definisce una cornice, un clima, uniformi nel Paese: scuole, ospedali, uffici pubblici che assicurino standard comuni di servizio da un capo all’altro dell’Italia”.

Ma anche individuando prospettive, di lungo termine, di rilancio economico di tutti i territori: a partire dal Sud, che può essere ad esempio al centro della “transizione verde” e del forte investimento sull’“economia circolare” che ci chiede l’Europa. E per le grandi aree urbane, motori della crescita in questo secolo, a partire dalla mobilità e da un ridisegno di una più sostenibile vita nelle città quando la pandemia finirà.

Non auspici. Ma numeri molto precisi (che daccapo ci chiede l’Europa) da inserire nel Piano di rilancio: precisa allocazione territoriale degli investimenti pubblici, target di spesa mirati a riequilibrare le dotazioni infrastrutturali e di servizi, risultati attesi, cioè effetti che il Governo si impegna a raggiungere, nell’interesse dei cittadini e delle imprese e in ogni luogo, nel 2023 e nel 2026. 
 

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