Gigi Proietti, l’ottavo re che incarnava la civiltà bella della Capitale

Martedì 3 Novembre 2020 di Mario Ajello
Gigi Proietti, l’ottavo re che incarnava la civiltà bella della Capitale

«Oggi è morta Roma, ciao Gigi». C’è chi scrive così sui social. E c’è chi lancia l’idea di fargli una statua equestre, da piazzare accanto a quella di Garibaldi sul Gianicolo anche se Proietti diceva: «Io un monumento? Ma non so manco anda’ a cavallo!». Era innamoratodi Roma. E Roma era innamorata di lui. L'ultima mandrakata di Gigi è andarsene così, di botto. Proprio mentre la sua città, in un momento difficile, ha particolarmente bisogno di figure come lui, presenti e rassicuranti.

 

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«Roma gli viveva dentro («Di questa meraviglia amo anche la muffa delle fontane quando sono a secco») e per Roma s'è speso, essendo privo dello scetticismo del Belli o del cinismo o di quella mortifera indifferenza che viene attribuita a volte non a torto ai romani, con generosità e passione civica. Ha fondato scuole di recitazione, s'è impegnato nel sociale e nella vita dei quartieri popolari («Nacqui dietro a via Giulia, e poi il Tufello mi ha dato tutto») senza mai far mancare la sua voce, ha aperto tre teatri: dal Brancaccio, dove prima c'erano solo le ragnatele, al Brancaccino e fino al Globe Theatre a Villa Borghese. E quanto Roma è stata forte, riconosciuta, invidiata quando Proietti faceva tandem con Carmelo Bene al Sistina, quando lui era il grande mattatore al Teatro Tenda di Piazza Mancini e Federico Fellini lo andava ad ammirare e lo chiamava Giggiaccio?

Lui che ha puntato su Roma e ha investito su Roma da questa città ha avuto tanto ma non tutto. Meritava di diventare il direttore del Teatro di Roma, l'Argentina, la massima istituzione nel suo campo, e ha sofferto per questa mancata consacrazione. Che si è rivelata più che altro un'occasione persa per la Capitale, la quale avrebbe avuto un grande personaggio colto e popolare - il più scespiriano dei nostri giullari, il più chansonnier dei nostri artisti, il più brechtian-petroliniano dei nostri mattatori - come simbolo e come richiamo. Ma niente. Pur essendo Proietti romano e di sinistra, a quel progressismo da terrazza radical-quirita, a quel mainstream progressista con la puzza al naso non piaceva veramente, era geloso del suo successo pop e si sentiva di fatto oltraggiato dalla capacità di Gigi di entrare in empatia con le masse. Non è stato amato da certa sinistra perché non coltivava l'aristocratico disprezzo per il pubblico incolto al quale il genio doveva imporre il proprio ego e la propria sapienza. Mentre Proietti era uno che beffardamente diceva: «Signore, preservami dai contenuti, salvami dal significato, fulminami all'istante qualora fossi preso dalla tentazione del messaggio».

E pensare che un civis romanus com'è stato lui, senza boria, senza retorica, con la bonarietà del dire «a questa città dobbiamo tutti volere più bene anche quando sbaglia, e sbaglia spesso», aveva lo scrupolo non sbandierato di rappresentare Roma al meglio agli occhi del resto d'Italia. Proietti è stato un artista capace di parlare a tutti, di trasmettere ai romani quel senso di forza e di futuro che dovrebbe appartenere loro e non intendeva gli spettatori come pubblico ma come persone. Anche se questo non gli bastò per conservare la direzione artistica del Brancaccio da cui fu rimosso brutalmente («Devo aver dato fastidio a qualcuno») e impiegò molto a smaltire quella delusione.

 

Passato, futuro

 

Convivevano millenni di civiltà in Proietti e questo suo respiro largo - che evidentemente gli faceva male al cuore - lo ha reso, ma senza pretendere la corona, un po' una sorta di sovrano numero otto, dopo «I sette re di Roma» che interpretò in teatro. E adesso non è morto nel suo amatissimo Globe ma ha avuto comunque una morte scespiriana. Se n'è andato nel giorno del suo compleanno: così come il grande autore inglese che nacque il 23 aprile del 1564 e scomparve il 23 aprile del 1616 secondo le datazioni più accreditate.

Il suo respiro era il respiro di Roma e ora - diceva già da tempo - «il nostro comune battito si è fatto troppo affannoso». Il 21 aprile, giorno del Natale di Roma che quest'anno non si è potuto celebrare, confidava: «Gli aggettivi su Roma in lockdown non mi sono piaciuti. La Roma spettrale, la Roma moribonda. No, è solo che Roma se riposa, ne ha diritto perché è stanca. Questo compleanno festeggiamolo rispettandola». Il rispetto per Roma e il bisogno intimo e civico di vederla o di crederla sempre grande sono stati i tratti più ammirevoli dell'arte di Proietti. Perciò, ora che è appena andato nell'aldilà, da quaggiù gli vengono inviate raccomandazioni social come questa: «Gigi, in cielo avrai di certo già conosciuto San Pietro. Da laico, chiedi una mano pure a lui perché Roma torni ad essere Roma».
 

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Gigi Proietti è morto a 80 anni lasciando un vuoto immenso accanto a sé. Nonostante fosse ricoverato da giorni, nella clinica romana di Villa Margherita non aveva perso lo humour che lo ha sempre contraddistinto. Fabrizio Lucherini è medico radiologo della clinica: "Quando gli ho fatto la tac, pochi giorni fa, ironizzava sulle sue condizioni: "Come vado?


 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 07:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA