Quirinale, quell’amaro in aula per far “digerire” la sconfitta a Scelba: complotti e accordi
segreti

Ci sono stati anche sfottò come il Cynar di Pajetta al rivale dc. E quando venne proclamato Segni Cossiga cadde svenuto

Sabato 22 Gennaio 2022 di Alberto Gentili
Quirinale, quell amaro in aula per far digerire la sconfitta a Scelba

L’elezione del Capo dello Stato non è mai stata una passeggiata. Agguati, sgambetti, ripicche, intrighi, lotte intestine, fin dall’alba della Repubblica hanno segnato l’ascesa al Quirinale


Fu il conte Carlo Sforza la prima vittima illustre dei franchi tiratori. Nel 1948, terminato l’incarico provvisorio di Enrico De Nicola, Alcide De Gasperi indicò Sforza come candidato ideale per la presidenza. Antifascista della prima ora, ministro degli Esteri assai stimato fuori dall’Italia, Sforza aveva il consenso dei partiti laici (era repubblicano e refrattario ai suggerimenti del Vaticano) e naturalmente quello di De Gasperi, quindi della Dc.

Al primo scrutinio, però, si fermò a 353 voti, 130 meno di quelli che parevano garantiti. I voti mancanti erano, in sostanza, quelli della sinistra democristiana di Fanfani e Dossetti che, enfatizzando l’indole libertina e anticlericale di Sforza, nel segreto dell’urna si appellarono all’alibi del «caso di coscienza» per disobbedire alle indicazioni di partito. In realtà, il sabotaggio altro non era che un modo per ridimensionare lo strapotere di De Gasperi, il quale dopo un’altra votazione andata a vuoto capì l’antifona e spedì Andreotti da Luigi Einaudi: «Sarà lei il nostro candidato». Alla quarta votazione Einaudi venne eletto sotto lo sguardo compiaciuto e beffardo di Fanfani.


I TEMPI
I tempi, lunghi ed estenuanti, o al contrario le elezioni-lampo, sono un capitolo a sé della storia quirinalizia. Nel 1971 ci vollero ventitré chiamate per eleggere Giovanni Leone. Nel 1964 per trovare una convergenza su Giuseppe Saragat occorsero ventuno votazioni, una delle quali avvenuta il giorno di Natale.

Sedici invece gli scrutini necessari per l’elezione di Sandro Pertini (1978) e di Oscar Luigi Scalfaro (1992). Del resto quando i grandi elettori fanno il loro ingresso a Montecitorio, entrano in campo non solo le strategie politiche, ma anche rancori personali, vendette private. Nel 1978 il più tenace oppositore di Pertini fu il suo segretario di partito, Bettino Craxi, che per un certo tempo parve disposto a rinunciare all’ipotesi di eleggere il primo Presidente socialista della storia italiana pur di sbarrare la strada al compagno di partito che lui detestava: «I vecchi devono andare a casa, non al Quirinale» si lasciò scappare.


Ma per comprendere cosa succede davvero dietro le quinte di un’elezione presidenziale bisogna prendere spunto da ciò che accadde nel 1955. La Dc di Fanfani (De Gasperi era morto da poco) era ufficialmente orientata su Cesare Merzagora, ma l’ala destra del partito – a cui per altro Merzagora faceva riferimento – pur di intralciare il progetto fanfaniano si mise d’accordo con il Pci per puntare su un altro cavallo: Giovanni Gronchi, esponente della sinistra del partito.

Merzagora al primo scrutinio fece flop. D’accordo con Fanfani, il capo del governo Scelba pur di rimettere in corsa il candidato ufficiale della Dc si precipitò da Gronchi implorando una sua rinuncia al Colle. Ma questi, ingolosito dal prestigio della carica, respinse sdegnato l’invito. E così anche i fanfaniani, pur di evitare che il nuovo presidente venisse eletto grazie a un accordo fra minoranza Dc e sinistre che li tagliava fuori, ripiegarono su Gronchi. A Scelba, imbufalito alla fine dello scrutinio, un commesso della Camera portò un digestivo che lui rifiutò indispettito e guardando dall’altra parte dell’emiciclo scorse il comunista Pajetta che, osservandolo, sghignazzava divertito: il Cynar glielo aveva ordinato lui.

Più che di un amaro, Francesco Cossiga ebbe bisogno dei sali minerali nel 1962, quando al Quirinale andò Antonio Segni, di cui era assistente. Malgrado la giovane età, Cossiga si muoveva a proprio agio nel sottobosco della Dc ed era venuto a sapere che in vista dello voto decisivo, il settimo, la corrente che faceva capo ad Aldo Moro pur di allontanare dal Colle lo spettro «del conservatore Segni» si era accordata con il Pci di Togliatti per dare sostegno all’outsider Leone.

Cossiga era certo che il blitz nemico sarebbe andato a segno, e quando invece gli riferirono che Segni - grazie a voti missini - ce l’aveva fatta, cadde come un sacco di patate, svenuto.
Ventitré anni più tardi (1985) le porte del Quirinale si spalancarono proprio per Cossiga. Ed è stata l’unica volta in tutta la storia della Prima Repubblica in cui è bastata una sola votazione per scegliere il Capo dello Stato, per di più con una larga maggioranza (74,5 per cento, seconda solo a quella di Pertini, 83,6 per cento). 


SECONDA REPUBBLICA
La Seconda Repubblica pareva aver cominciato col piede giusto, cioè con un altro capolavoro: Carlo Azeglio Ciampi nominato al primo colpo (1999) grazie a un accordo fra maggioranza e opposizione (D’Alema e Berlusconi), capaci di scongiurare fin dall’inizio estenuanti guerre di posizione.

Poi però le cose sono peggiorate. Quattro votazioni nel 2006 per eleggere Giorgio Napolitano al primo mandato, sei nel 2013 per la rielezione. Che è giunta dopo giorni di fuoco in cui i franchi tiratori – in sonno da una ventina d’anni – sono ridiscesi in campo trasformando Montecitorio in un campo di battaglia e lasciando sul terreno una vittima importante: Romano Prodi.


Ma i franchi tiratori avevano dato il peggio di sé nel 1992. A mettere tragicamente fine a quel balletto mediocre e decadente in piena Tangentopoli, fu l’attentato a Giovanni Falcone che costrinse anche i più accaniti giocatori d’azzardo del Palazzo a darsi una calmata. Venne eletto, al sedicesimo scrutinio, Oscar Luigi Scalfaro, il presidente dell’emergenza, che poi descrisse così il ruolo di Capo dello Stato: «La vita al Quirinale è una spaventosa e solitaria traversata». Salire al Colle lo è anche di più.

Ultimo aggiornamento: 13:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA