Guglielmo Mollicone, quando venne portato in caserma durante la veglia funebre della figlia Serena Le pagine dall'archivio de Il Messaggero

Lunedì 1 Giugno 2020 di Pierfederico Pernarella
Guglielmo nel giorno dei funerali di Serena

Se la storia del delitto di Serena Mollicone è anche e sopratutto una storia senza fine di depistaggi, allora è doppiamente agghiacciante ricordare ora, in un momento così triste, che il primo, primissimo, a farrne le spese  fu proprio colui che più di ogni altro si sarebbe battuto come un leone per dare una verità alla morte della figlia. Proprio lui, Guglielmo Mollicone. Ricordarlo ora, 19 anni dopo il giorno in cui Serena sparì di casa, all'indomani della sua morte, fa ancora venire i brividi lungo la schiena.

Perché no, non bastava il dolore, innominabile, per una figlia uccisa e abbandonata come un sacco dell’immondizia in un bosco. No, non bastava. In quei giorni, quando Guglielmo stava piangendo sul corpo di Serena e non poteva minimamente sapere dove l’avrebbe portato quella tragedia, su di lui si allungò anche l’ombra dei sospetti, delle chiacchiere.

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È il 9 giugno 2001, dalla notte prima è in corso la veglia funebre. A mezzogiorno c'è un colpo di scena: un parente si avvicina a Guglielmo e gli dice che i carabinieri agli ordini dell'allora comandante della Stazione di Arce, Franco Mottola, lo stanno aspettando fuori perché lo devono portare in caserma. Non fu un blitz, ma poco ci mancò. Il tutto a beneficio delle telecamere che immortalarono la scena facendola rimbalzare da un Tg all’altro.


L'inviata dell'epoca de Il Messaggero Rita Di Giovacchino annotava: «Semplici accertamenti, liquidano sbrigativamente gli inquirenti. Tanto urgenti da dover interrompere la veglia funebre, tre ore prima del funerale, tanto urgenti da andare a prelevare il padre in chiesa in un momento così doloroso?».

Già, cosa c'era di così urgente? L'interrogatorio riguardava il ritrovamento del cellullare di Serena, un Ericsson, che lo stesso Guglielmo la notte prima aveva ritrovato in un cassetto e fatto consegnare ai carabinieri da un parente. C'era però un giallo. Il cellullare, da controlli precedenti negli stessi punti, non era stato trovato. Non c'era. Come mai era riapparso solo quella notte? Chi ce lo aveva messo? I carabinieri avevano urgenza di approfondire questo dettaglio a poche ore dall'inizio del funerale. E soprattutto dovevano far sapere a tutti che Guglielmo doveva essere interrogato.

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«Mi ha molto indignato il fatto che in un giorno così drammatico, durante la veglia funebre, sia stato chiamato in caserma...spero solo che sia stato utile a far luce sulla morte di Serena», disse al Il Messaggero il fratello di Guglielmo, Antonio Mollicone.

Quell’episodio, in quei giorni, bastò a far soffiare il venticello del sospetto. E se fosse stato il padre? Sì, proprio così, le voci incontrollabili in paese dissero anche questo. Tanto è vero che Luigi Germani, anche allora sindaco di Arce, in quei giorni a Il Messaggero dovette dire: «Conosco da sempre l’amico Guglielmo. Sono stato suo compagno di scuola. Guglielmo è stato esemplare maestro di mio figlio Dario per cinque anni. Guglielmo non farebbe male neanche ad una mosca».

L'episodio del cellulare fu tra i primi a suggerire a Guglielmo che sulla morte della figlia stavano succedendo cose strane. Troppo strane. «Il telefono cellulare - disse il papà di Serena - è stato portato in casa sicuramente durante la veglia notturna, non ci sono altre spiegazioni». Il padre di Serena ordinò il cambio della serratura della sua casa.

E poi  aggiunse: «Quel telefono lo avevamo cercato sia io che mio cognato più volte. Sicuramente lo ha riportato l’assassino durante la mia assenza. Deve essere qualcuno che conosce bene le nostre abitudini e la casa. Adesso ho davvero paura».

Nell'informativa finale sul delitto di Arce, i carabinieri indicano l'episodio del cellulare come uno dei possibili depistaggi e scrivono che non può essere escluso che possa essere stato lo stesso maresciallo Mottola a mettere il telefonino trovato da Guglielmo, utilizzando le chiavi di casa di Serena e mai più trovate.

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Diciannove anni dopo la persona che con i suoi uomini prelevò Guglielmo nel giorno dei funerali della figlia per portarlo in caserma - il maresciallo Franco Mottola - oggi è uno dei principali indiziati per l’omicidio di quella ragazza. È davvero colpevole come sostiene l’accusa? Dovrebbe esserci un processo per stabilirlo. Quello che Guglielmo ha atteso per 19 anni, ma di cui non potrà più conoscere la fine. Semmai ce ne sarà una.

Ultimo aggiornamento: 2 Giugno, 16:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA