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Serena Mollicone, tutti assolti: e la folla inferocita cerca di linciare i Mottola. Dopo 21 anni l’omicidio è ancora senza un colpevole

Caos fuori dal tribunale. Lo sfogo del maresciallo imputato: «Hanno tentato di mettermi in mezzo»

Venerdì 15 Luglio 2022 di Valeria Di Corrado
Serena Mollicone, la sentenza: assolta la famiglia Mottola

dal nostro inviato

CASSINO -  Per la giustizia italiana a uccidere Serena Mollicone non è stata la famiglia Mottola, ma per la “piazza”: «Gli assassini sono loro». E quando i tre imputati sono usciti dal tribunale di Cassino hanno rischiato un vero e proprio linciaggio da parte di una folla di circa 200 persone, di tutte le età, arrivate anche dai paesi vicini. Non sono bastati 150 testimoni, 52 udienze e 21 anni di indagini per venire a capo dell’omicidio della 18enne di Arce, trovata il 3 giugno 2001 senza vita in un boschetto della zona con un sacchetto sulla testa, mani e piedi legati con il nastro adesivo. Alle 19,30 precise di ieri, la Corte d’assise è uscita da una camera consiglio durata circa 8 ore con un verdetto che ha scatenato urla di rabbia dentro l’aula e un inseguimento degli imputati all’esterno del palazzo di giustizia. 

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L’ex maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, la moglie Annamaria e il figlio Marco sono stati assolti con la formula: «per non avere commesso il fatto». Erano accusati di omicidio volontario in concorso. La Procura aveva chiesto 30 anni di reclusione per il padre, 24 per il figlio e 21 per la madre. Assolti, «perché il fatto non sussiste», anche l’ex luogotenente Vincenzo Quatrale, imputato per concorso morale nell’omicidio, e l’appuntato Francesco Suprano, accusato di favoreggiamento. Nei loro confronti il pm aveva sollecitato, rispettivamente, una condanna a 15 anni e 4 anni.


LA GIOIA E POI GLI INSULTI
I Mottola, che prima della lettura della sentenza non sembravano affatto preoccupati (anzi, non lesinavano sorrisi), dopo il verdetto si sono stretti in un abbraccio liberatorio, urlando di gioia, con gli avvocati che gli facevano le “feste” come se avessero vinto i mondiali di calcio. Il maresciallo in pensione, abbronzato in volto e vestito in modo sportivo con jeans e camicia a righe, ha detto tra i denti: «C’hanno provato a metterci in mezzo sti st...». Poi, ai microfoni, ha dichiarato più diplomatico: «Oggi è uscita fuori la verità, lo abbiamo sempre detto che eravamo innocenti». La madre è scoppiata a piangere, ripetendo tra sé: «è finita». Il figlio, con gli occhiali da sole sulla testa e un laccio rosso con dei ciondoli legato alla mano sinistra a mo’ di portafortuna, per un attimo (ma solo per un attimo) è sembrato pensieroso e assente davanti alle congratulazioni di qualche conoscente presente in aula.

Ma il peggio è arrivato dopo. Quando sono usciti dal Tribunale, i Mottola sono stati letteralmente inseguiti da una folla inferocita, composta anche da insospettabili signore e anziani, che urlavano: «Assassini! Me...! Bastardi! Vergogna!». All’inizio non c’erano nemmeno i carabinieri a scortarli. Sono stati spintonati e insultati, solo gli avvocati facevano da scudo. Si sono dovuti rifugiare in un bar per scampare a un tentativo di linciaggio. Un uomo sulla cinquantina ha urlato: «La certezza della pena dov’è? Vergognatevi voi e chi vi ha difeso. Hanno pure gioito questi st... Questo Paese mi fa schifo». Un’altra ragazza, mentre scuoteva la testa, ha detto: «Io studio giurisprudenza, ma dopo questa sentenza non credo più nella giustizia».
«È triste vivere in Paese che non rispetta le sentenze e dover essere scortati dalle forze dell’ordine per fare una conferenza stampa», ha poi commentato l’avvocato Francesco Germani, storico difensore della famiglia Mottola. «Siamo feriti dalle calunnie - ha aggiunto Annamaria, la moglie di Mottola - Mi dispiace per Serena, se potessi prenderei io stessa l’assassino».

IL TESTE A SORPRESA
Forse la Procura aveva intuito, già prima del verdetto, che le sue accuse vacillavano. Ieri mattina, infatti, il pm Beatrice Siravo aveva chiesto a sorpresa alla Corte d’assise di poter ascoltare il parrucchiere di Arce, Ramon Ionmi, che in risposta a un post su Facebook pubblicato dal criminologo Carmelo Lavorino, il 13 luglio scorso, aveva scritto di aver fatto le meches a Marco Mottola a maggio del 2001 e di avergli poi tagliato i capelli due giorni prima del funerale di Serena Mollicone. Ma i giudici, dopo essersi ritirati per deliberare sulla richiesta, l’hanno respinta ritenendo la testimonianza «non rilevante».

Resta quindi senza un colpevole il brutale assassinio di Serena Mollicone, uccisa mentre frequentava l’ultimo anno del liceo socio-psico-pedagogico di Sora. Era una studentessa modello e suonava il clarinetto nella banda del paese. La madre era scomparsa per una grave malattia quando lei aveva 6 anni. Il padre era un insegnante delle elementari che gestiva una cartolibreria ad Arce: è deceduto due anni e mezzo fa senza sapere come è morta la figlia. Aspettava questa sentenza da sempre, ma - dato l’epilogo - alcuni hanno commentato: «È meglio che non abbia assistito a tutto ciò».

 

Ultimo aggiornamento: 18 Luglio, 16:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA