Smart working ai tempi del Covid19. Si può fare! Ma non è così

Mercoledì 22 Luglio 2020

Ecco la terza “puntata” della riflessione che Luca Pesenti (*) e Giovanni Scansani (**) hanno dedicato all’evoluzione dello smart working. Quello che doveva essere. E quello che sta diventando

Come abbiamo provato a spiegare nelle due puntate precedenti, il lockdown ha generato un mostro, un piccolo “Frankenstein”, per riprendere il riferimento al film di Mel Brooks con cui avevamo concluso la prima puntata di questa mini-serie di articoli. Mentre era a tutti chiaro che il lavoro da casa (coatto ed imposto dall’emergenza sanitaria) era unicamente una misura di distanziamento sociale di massa (benedetta e necessaria), gli apostoli dello Smart Working (SW) hanno colto la palla balzo per festeggiare l’arrivo del “Messia”, annunciando il compimento di una rivoluzione che avrebbe per sempre cambiato il lavoro e le nostre vite. “Si può fareee!” è il grido liberatorio che si alza in queste settimane, proprio come accadde al grande Gene Wilder nel film di cui sopra. Perché ciò che la tecnologia permette, va sempre bene.

Si tratta, forse inavvertitamente, della conferma di un processo culturale che abbiamo ormai imparato a conoscere. Come acutamente osservava il sociologo dell’Università Cattolica Mauro Magatti nel suo importante “Libertà immaginarie” (Feltrinelli, 2009), il capitalismo contemporaneo ha definitivamente consegnato alla tecnica (dunque anche alle “tecniche organizzative”) il problema della definizione dei significati. E dunque, se qualcosa è permesso dalla tecnica, allora (per l’appunto) si può fare. Senza la necessità di porsi particolari problemi aggiuntivi. Proprio per questo Magatti ha coniato il termine di “capitalismo tecno-nichilista”: da un lato consegna alla tecnica il problema di decidere ciò che si può o non si può fare, dall’altro apre la strada a una nuova “grande trasformazione” sociale ed economica, nella quale la logica della frammentazione (delle identità, dei luoghi, delle carriere, dei legami) impone un “immaginario della libertà” che è però anche una “libertà immaginaria”.

Da quegli apostoli dello SW, per la verità, hanno preso le distanze alcuni tra i commentatori più attenti, opportunamente distinguendo tra un fenomeno di prevenzione epidemiologica e l’illusione dell’avverarsi di una svolta epocale nell’organizzazione delle imprese e del lavoro. Ricordiamo qui ad esempio Carlo Ratti del MIT, che in un articolo pubblicato sul “Corriere Economia” ha opportunamente richiamato il ruolo fondamentale che rivestono i cosiddetti “legami deboli”, ovvero le relazioni interpersonali e fisiche, nel determinare i processi di innovazione. Oppure possono essere richiamati i ripetuti interventi del giuslavorista Pietro Ichino nel segnalare l’interpretazione burocratica data, nello “stato d’emergenza”, a uno SW che trasformandosi in diritto perde le caratteristiche fiduciarie che dovrebbero contraddistinguerlo (è il rischio della “giuridificazione”).

In mezzo a questo dibattito stanno i milioni di lavoratori e lavoratrici che hanno sperimentato (e ancora sperimentano) questa modalità di lavoro del tutto eccezionale. Soprattutto le lavoratrici. Per le donne, specialmente per quelle che sono anche mogli, mamme e caregiver informali di qualche familiare anziano non autosufficiente, questo periodo ha coinciso (e spesso ancora coincide) con un sommarsi di fatiche e fonti stressogene (da condividere con i mariti, a loro volta in casa e da lì al lavoro anch’essi). Un piccolo “inferno domestico” fatto di scuole e di strutture chiuse, assenza di centri estivi, di assistenza socio-sanitaria spesso interrotta, di spazi fisici non sempre adeguati.

È iniziato, così, quello che per molti degli otto milioni di “remotizzati” si è trasformato in un percorso a ostacoli online: la scuola, il lavoro e quando è andata bene anche l’assistenza si sono materializzati dentro un solo device, spesso il proprio pc personale, non sempre in grado di reggere simili ritmi e da utilizzare nell’assenza di idonee connessioni e di non meno idonei luoghi che in casa potessero consentire di svolgere i propri ruoli tenendoli distinti.

Nel bel mezzo di una videocall magari qualcuno accende la PlayStation in modalità condivisa, o Netflix, e così tutto rallenta o s’interrompe. Un urlo, si spegne. Ci si ricollega, ma cosa dire al capo? Beh…ad esempio di darci una connessione decente, se non anche un pc più potente. Al di là di queste notazioni impressionistiche, numerose ricerche scientifiche indipendenti segnalano, con la forza dei grandi numeri, come l’incastro tra lavoro e famiglia vissuto durante il lockdown sia stato, per molti, un concentrato di fatiche e di stress.

Tuttavia, invece di difendere lo SW (il vero SW) sottolineandone – anche fino alla nausea – la differenza abissale che intercorre tra la sua corretta adozione e la devastante realtà venutasi a creare, abbiamo assistito allo sventolare di mille bandiere annuncianti il compimento di una svolta epocale. Fino alla classica frase: “Nulla sarà come prima!”; presto seguita dall’immancabile: “Non si torna più indietro”.

Come già abbiamo avuto modo di scrivere, riteniamo questa posizione un errore fatale: oltre che durante la fase in cui la politica l’ha confuso (ed andava evitato) con una misura di prevenzione sanitaria, lo SW andava difeso facendo comprendere che quello che stava riguardando otto milioni d’italiani posti in “lavoro da remoto forzato” non rappresentava l’upgrade tanto atteso che poteva far gridare alla compiuta metamorfosi del lavoro (almeno) dei colletti bianchi.

Né giova insistere ancora per sostenere che il Sindaco di Milano si sbaglia quando dice che “è ora di tornare al lavoro” alludendo al rientro negli uffici, perché questa frase non significa che lo SW (rectius: il lavoro da remoto forzato) è equivalso ad una vacanza.

Nella grande maggioranza dei casi non si è certamente trattato di una vacanza. Neppure per buona parte dei dipendenti della Pubblica Amministrazione, benché sia probabilmente ragionevole pensare (come ha fatto il Giudice Emerito della Corte Costituzionale Sabino Cassese dalle pagine del Sole24Ore) che in alcuni casi la diffusione dello SW in un ambiente privo di ogni controllo sulle performance sia verosimilmente equivalso ad un periodo di almeno temporanea riduzione delle mansioni. Certamente però, nel lavoro privato e in buona parte di quello pubblico (e nel “privato” di ciascuno), tanto stress, ben poco o nessun work-life balance, semmai tanto impegno per tenere in vita il lavoro, l’azienda, i servizi erogati, le relazioni (insomma, tutto l’armamentario old style, analogico ed offline che però è mancato e manca alla maggior parte delle persone). Nessuna vacanza, d’accordo: ma probabilmente nemmeno quel miglioramento della produttività che alcune ricerche ed un buon numero di interviste che hanno coinvolto gli HR hanno sin qui sventolato, ma che a nostro avviso (anche alla luce dei risultati di ricerche che hanno invece coinvolto i lavoratori e le lavoratrici) avrebbe a dir poco del miracoloso (fatte salve, come sempre, le singole eccezioni).

Il Sindaco di Milano (ma ciò sarà nei pensieri di tutti i suoi colleghi) ha inteso anche ricordare che se tutti lavorassero frequentemente in SW l’economia cittadina (fatta di relazionalità, di incontri, di scambi “dal vivo” tra gente viva: proprio come il lavoro negli uffici e nelle fabbriche prima della pandemia) inesorabilmente morirebbe. Chi ha fatto riferimento a Milano come la città regina dello SW e della sua rivoluzione facendo il paragone con i grandi cambiamenti urbanistici che l’hanno caratterizzata negli ultimi anni ed ha citato in proposito la zona Garibaldi e quella di CityLife, dimentica che quelle sono proprio le zone dove sono state realizzate costruzioni arditissime che presuppongono migliaia di persone al lavoro negli uffici, non a casa! Lì dentro e lì fuori, poi, pullula una vita ed un’economia di relazioni che lo SW (di massa e mal interpretato, oltre che inopinatamente rivenduto come soluzione da adottare “sempre” e “per sempre”, come alcune multinazionali sostengono) inesorabilmente ucciderebbe.

È sufficiente farsi una passeggiata dentro la cerchia dei Navigli di Milano, provando a spostarsi dalla fermata della metropolitana verde di S.Agostino (zona viale Papiniano, per chi conosce Milano), fino alla zona dell’Università Cattolica, per poi girare attorno al Castello Sforzesco e spingersi su via Dante per arrivare a Piazza Duomo, per accorgersi del fatto che una citta di lavoratori (e di studenti) confinati a casa nelle loro attività è semplicemente una città morta, destinata a una inevitabile desertificazione progressiva. Che cosa accadrà al commercio, al mercato immobiliare, al mercato del lavoro di Milano e degli altri grandi centri metropolitani? Dobbiamo pensare a un futuro esclusivamente turistico, senza più city users per motivi lavorativi e a ranghi ridotti anche dal punto di vista dei residenti (perché uno smart working di massa inevitabilmente spingerebbe molti a trasferirsi altrove)? E che cosa accadrà a chi oggi vaticina un futuro di south working, ovvero di lavoratori e lavoratrici impiegate in aziende del Nord, ma stabilmente residenti nelle città del Sud Italia grazie ancora una volta allo smart working? Quanto ci metteranno le aziende a pensare che, tutto sommato, lontananza per lontananza, sarà per loro molto più conveniente delocalizzare il lavoro d’ufficio assumendo qualcuno a Mumbai o a New Delhli?

Per evitare queste inevitabili (e rovinose) conseguenze di sistema, sarebbe sufficiente distinguere il grano dal loglio: dire apertamente che quello che si è fatto nella “fase1” e in questa lunga “fase2” non dovrà essere quello che si potrà fare nella “fase3”, a pandemia finita.

La difesa che conta è quella della bontà innovativa di questa modalità organizzativa che presuppone un potente impegno sul fronte del cambiamento dell’approccio (dal controllo “qui e ora” alla verifica dell’andamento di progetti), secondo logiche partecipative e snelle che presuppongono l’adozione di un mindset completamente diverso (che è poi ciò che manca nella maggior parte delle aziende nelle quali lo SW corre il rischio di essere solo una diversa modalità di esecuzione di un lavoro comunque basato su dinamiche fordiste: dall’ufficio-fabbrica, magari in open-space, alla propria abitazione, in un restricted-space fattosi succursale del reparto aziendale al quale si è addetti).

In conclusione, la difesa dello SW avrebbe dovuto spingere coloro cui va il merito di averlo studiato, promosso e sin qui sapientemente diffuso (ante Covid-19) ad ergersi a difensori della sua “purezza” evitando di confonderlo con una condizione drammatica, eccezionale, che tutti ci auguriamo dal più profondo del cuore di non rivivere mai più. Così come avrebbe dovuto spingere i più ad assumere un approccio realista, positivo e responsabile, assumendosi la capacità di una rilettura sistemica capace di cogliere le inevitabili (e potenzialmente disruptive) esternalità negative di un repentino processo di remotizzazione di massa del lavoro.

Non c’è nulla di bello da portare con noi dal tunnel buio del lockdown, ma c’è tanto di luminoso da vivere tornando a stare insieme “nel” lavoro e quindi con (e per) le persone con le quali abbiamo sin qui condiviso le nostre esperienze professionali. Ciò non toglie che si possa essere ancor più soddisfatti se, per qualche giorno al mese, si potrà liberamente fruire di una modalità diversa con la quale lavorare, secondo regole, modi e tempi contrattati tra il lavoratore e l’impresa, dentro un rapporto fiduciario che è anch’esso figlio della relazione molto più che dell’astratta logica dei “nuovi diritti”. Ecco allora (tornando alla scoperta di Gene Wilder in Frankenstein jr) la necessità che “i poli” dello SW siano riportati “da positivo a negativo e da negativo a positivo” per mettere in cortocircuito la lettura sbagliata che se n’è data e ridisegnare, con obiettività, la corretta dimensione del fenomeno e soprattutto sostenerne lo sviluppo futuro che è certamente auspicabile nella misura in cui sia anche umanisticamente sostenibile (umanamente lo è certamente).

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Luca Pesenti, professore associato nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Giovanni Scansani, co-founder Valore Welfare Srl

 

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Ultimo aggiornamento: 29 Luglio, 10:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA