Il decreto legge contro il femminicidio:
«Mai più storie come quella di Florinda»

di Maria Pirro

«Col coltello è riuscito solo a farmi una ferita al lato superiore del seno sinistro». Florinda Di Marino si è agitata ed è riuscita a disarmarlo. «Ma lui ha iniziato a riempirmi di calci e pugni, mentre ero stesa in auto... Ho ceduto alle sue richieste dicendogli che avrei fatto qualsiasi cosa volesse». Due giorni dopo, il 4 novembre 2008, l'insegnante di Chiaiano ha presentato querela. È stato aperto un fascicolo d'inchiesta che si è chiuso con la sentenza depositata il 28 gennaio 2011 e la condanna a 4 anni di reclusione per l'aguzzino. Ma non c'è stata giustizia per Florinda che, a 34 anni, il 23 luglio 2010, quindi prima del processo, è stata uccisa dall'uomo che aveva denunciato per le violenze e che, invece, dall'accusa di omicidio, è stato poi assolto per incapacità di intendere e di volere.





«Sull'ultimo verdetto pende un ricorso in Cassazione. Ma, se ben applicate, le nuove norme contro il femminicidio dovrebbero eliminare queste assurdità. Decisivi, tra le misure appena varate, la velocità nell'azione giudiziaria e allontanare subito il violento anche attraverso le forze dell'ordine» dice l'avvocato Elena Coccia, il nuovo difensore dalla famiglia della giovane vittima, e vicepresidente del Consiglio comunale di Napoli che, assieme a tutte le consigliere, ha presentato una delibera per istituire un centro anti-violenza in ogni Municipalità. «Deve diventare – sottolinea Coccia - una battaglia di prossimità. Perché per vincere è decisivo creare una rete istituzionale, che in tutt'Italia ancora è carente».



Se un altro passaggio importante del decreto legge è l'arresto in flagranza e l'irrevocabilità della querela, «che deve riguardare non solo lo stalking ma anche i maltrattamenti in famiglia, le nuove norme – interviene la psicologa Elvira Reale, responsabile dello sportello anti-violenza del pronto soccorso dell'ospedale San Paolo - vanno ora agganciate misure di tutela sociale in favore della donna che denuncia per evitare che una disciplina più dura, paradossalmente, si traduca in un disincentivo a ribellarsi. Garantire casa, lavoro, sostentamento, significa liberare la donna dal rapporto con il violento che è quasi sempre il marito, il partner o ex (il 93% dei casi registrati l'anno scorso allo sportello del San Paolo)».



Può accadere, altrimenti, che le vittime ritornino sui propri passi. «In molti casi l'assegno di mantenimento e la possibilità di incontrare i figli minori – insiste la psicologa - costituiscono uno strumento di pressione e minaccia e, nei casi più gravi, l'elemento attraverso cui il violento spezza le resistenze della donna e organizza e pianifica la vendetta fino al femminicidio».



A Napoli e provincia gli episodi sono in aumento. «Sedici gli omicidi già avvenuti in Campania» ricorda Coccia. Anche se nel capoluogo c'è già una corsia riservata alle donne che trovano il coraggio di denunciare. Da 5 anni la Questura ha una bacheca rosa, la prima istituita in collaborazione con Unione donne italiane, per segnalare in diverse lingue il servizio dedicato, anche arabo: le vittime nella sede di via Medina vengono accolte allo sportello per le relazioni con il pubblico, anziché nell'ufficio denunce. Un segnale d'attenzione.



«Ma nel testo unico di pubblica sicurezza l'articolo 1 prevede ancora "la facoltà di comporre in via bonaria le controversie familiari": le vittime delle violenza sanno bene cosa significa questo, la dissuasione a sporgere la denuncia», interviene Stefania Cantatore, portavoce napoletana dell'Udi che giudica comunque positivamente il previsto inasprimento delle pene. «In parte le norme approvate introducono una qualche novità rispetto alla denuncia e rispetto all'obbligatorietà dell'arresto in flagranza di reato di molestie e maltrattamenti, ma - aggiunge Cantatore - permane l'idea di fondo che tutto il resto possa essere rimandato al "cambiamento culturale, se e quando questo avverrà"».



«Un ultimo tassello che sembra mancare – aggiunge Reale – è il richiamo degli operatori, attraverso l'inasprimento delle pene (e non solo la formazione), degli operatori sanitari: i medici di famiglia, tutti i professionisti, gli assistenti sociali, gli insegnanti hanno l'obbligo di refertare, denunciare e segnalare i reati procedibili di ufficio tra cui c'è appunto la violenza su donne e minori. Come dimostra l'esperienza del San Paolo, gli operatori hanno un ruolo chiave nell'intercettare le violenze e possono sostenere più efficacemente il processo di prevenzione del femminicidio».
Sabato 10 Agosto 2013, 15:01 - Ultimo aggiornamento: 10-08-2013 15:09
© RIPRODUZIONE RISERVATA



COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti

QUICKMAP