La sanità che punisce il Mezzogiorno: minore è la spesa, più si muore

Mercoledì 6 Dicembre 2017 di Ettore Mautone
Il patto per la Salute tra lo Stato e le Regioni, i Lea (Livelli di assistenza), i Piani di rientro dal deficit delle Regioni con i conti in rosso. E poi i ticket, le aliquote di Irpef e Irap ai valori massimi per ripianare il deficit, i commissariamenti necessari per le compagini (come la Campania), ancora in debito per qualità e quantità delle cure. Di tutto si parla, in tema di politiche sanitarie del Paese, tranne degli squilibri storici, strutturali, esistenti tra Nord e Sud. Un solco scavato dal flusso di assegnazione alle Regioni dei finanziamenti per la Salute che storicamente premiano il tasso di anzianità della popolazione rispetto a quanto spetterebbe a ciascun cittadino a prescindere dal luogo di nascita. Criteri rimasti immodificati dagli albori della aziendalizzazione della Sanità (dal 1992 in poi, in un'epoca a sua volta erede delle iniquità del vecchio criterio della spesa storica). Tutto ciò - al netto di sprechi, inefficienze, inappropriatezze e altri inadempimenti di governi locali, da sempre considerati canaglia, e concentrati soprattutto del Sud - ha gravi conseguenze sullo stato di Salute dei cittadini.

La fotografia è in due semplici tabelle illustrate nei mesi scorsi a Firenze al Congresso nazionale dei medici dirigenti della Cimo. Grafici da cui si evince (dati Istat e Agenas alla mano) che al calare della spesa sanitaria procapite si correla, in maniera direttamente proporzionale, il maggior tasso standardizzato di mortalità dei cittadini (a parità di condizioni, sesso e altri parametri). Meno si spende per la Salute dunque, più aumenta la mortalità. E così Campania, Sicilia e Calabria, che hanno nell'ordine il minor finanziamento procapite d'Italia (pur essendo la Campania la regione più popolosa dopo la Lombardia) sono rispettivamente ai primi tre posti quanto a tasso standardizzato di mortalità. Dato che in Campania tocca una vetta che fa il paio con il maggior numero di decessi evitabili del Paese (questi causati anche da scarsa prevenzione, stili di vita errati, vaccinazioni al lumicino, ambiente compromesso e sanità inefficiente) e la minore aspettativa di vita alla nascita (2,2 anni in meno da vivere nel 2014 rispetto alla Regione più longeva, saliti a 3,6 nel 2016).

Squilibri che trascinano altri macigni non meno perniciosi: al calare delle disponibilità finanziarie si spengono infatti gli investimenti in tecnologie, infrastrutture, personale, posti letto. A dispetto di quello che si crede la Campania ha infatti il minor tasso di personale sanitario per popolazione servita e il minor numero di posti letto. E' evidente che con tali premesse una fetta del deficit e la stessa tendenza all'indebitamento sono in parte figli della sottostima del fabbisogno di risorse. L'imbuto dei tagli, del blocco del turn-over, dello spopolamento di reparti, l'abolizione di servizi con il corollario di liste di attesa, disagi e affollamenti, confluisce fatalmente nel flusso storico della migrazione verso altre regioni.. La mobilità passiva nel 2016 valeva per tutte le regioni 1,4 miliardi di euro provenienti soprattutto dal Sud, con il record procapite segnato dalla Calabria (128 euro) e quello in valore assoluto dalla Campania (attestata da anni a circa 300 milioni). Se quasi metà della popolazione nazionale, soprattutto del Sud, è costretta a guardare altrove per curarsi, le disparità Nord-Sud dell'assistenza sono destinate a perpetuarsi.

La soluzione per le famiglie più ricche è anche rivolgersi al privato come già avviene per cronici, disabili e anziani per i quali solo il 10-15% del fabbisogno è coperto dall'assistenza pubblica e domiciliare. Un trend già sperimentato in Campania con le prestazioni ambulatoriali e diagnostiche accreditate che a fronte delle lunghe liste di attesa garantiscono qualità e celerità di accesso ma con tutti i nodi irrisolti dei tetti di spesa e dei budget insufficienti da programmare.
 
La luce in fondo al tunnel? Si è intravista nel riparto del Fondo sanitario nazionale 2017: grazie all'iniziativa della Puglia e del presidente della Campania Vincenzo De Luca i governi locali hanno trovato la quadra votando all'unanimità nella Conferenza dei governatori, la divisione della torta da 112,578 mld di euro. Alla Campania ne sono stati attribuiti 10,25 miliardi. La novità è stata l'introduzione di un valore alla deprivazione socioeconomica. Anziché attingere al fondo di riequilibrio, che negli ultimi anni ha fatto da contrappeso, si è messo sul piatto della bilancia oltre all'anzianità che, premia il Nord, lo svantaggio sociale. Un primo passo per un approfondimento affidato alla Commissione Salute che si avvarrà della collaborazione di un gruppo di esperti. L'obiettivo è farlo entrare a regime nel riparto del prossimo anno. Ma nulla si sa sul destino di questo percorso. Il vantaggio per la Campania è stato peraltro già annullato dall'ulteriore premio riconosciuto alle regioni anziane assottigliando del tutto il guadagno preventivato. La Campania anzi, alla fine dei giochi, ha lasciato addirittura qualcosa nel piatto rispetto agli ultimi tre anni. Non in termini assoluti (in quanto l'assegnazione cresce per la lievitazione della torta da cui si attinge.

La percentuale relativa, detta quota di accesso è infatti in calo da tre anni: 9,38% nel 2017 contro i 9,39 del 2016 e i 9,4 del 2015. In soldoni ci rimettiamo alcune decine di milioni di euro. Ma se per la Sanità non ci saranno risorse adeguate, risalire la china dei livelli di assistenza diventerà un lavoro complicatissimo. Dove è riuscito il Lazio, viene detto, (che partiva da conti peggiori della Campania e ha programmato 3500 assunzioni), possono riuscire anche gli altri. Sarà anche vero ma a leggere in controluce i dati del recente rapporto Oasi 2017 della Bocconi c'è poco da stare allegri. Per la sanità pubblica lo Stato ha speso, nel 2016, 115,8 mld, in crescita dell'1,1% sul 2015, spesa che tra 2010 e 2016 è aumentata in media dello 0,7% l'anno. Un tasso inferiore a quello dell'inflazione. Non solo: il 52% del medici del Ssn ha più di 55 anni e proprio nel Lazio sono 180 i giorni di attesa per una mammografia, 362 per un'ecografia del testacollo e addirittura 20 gli anni di differenza tra la speranza di vita in buona salute di un abitante di Bolzano e uno calabrese (i due estremi).

Se come si spera, entro il 2018 raggiungesse e consolidasse il punteggio di 160 (voto minimo nella pagella dei Lea) sarebbe complicatissimo mantenere l'obiettivo di una spesa sotto il livello di deficit considerando una rete ospedaliera come quella campana, rimasta in piedi nella programmazione del piano ospedaliero e fatta di decine e decine di ospedali di media e piccola dimensione con costi strutturali fissi costantemente superiori ai ricavi difficili da modificare nel breve e medio periodo. E così, senza correttivi anche ai livelli di finanziamento, le disparità di trattamento tra un territorio e l'altro del Paese rischiano di perpetuarsi all'infinito.
 Ultimo aggiornamento: 7 Dicembre, 14:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA