Dai robot agli animali, le Olimpiadi delle gaffe nella campagna elettorale delle boutade

Sabato 10 Febbraio 2018 di Pietro Treccagnoli
Hanno ancora tre settimane a disposizione per battere tutti i record del lancio della boutade quasi fossero alle Olimpiadi e non alle elezioni. I candidati e i leader di questa campagna d'inverno stanno dando il loro meglio sia nel tiro allo strafalcione sia nello slalom delle promesse. Roba che, al netto delle gaffe, nei tour de force elettorale ormai entra di diritto. Ovviamente il podio se lo contendono in pochi. Primeggiano il capo della Lega, Matteo Salvini (con il suo seguito di lumbard), e quello dei CinqueStelle, l'impagabile Luigi Di Maio che in quanto a creatività tiene testa a tutti. Poi c'è il teatrino delle stoccate, dei rimbrotti, delle bacchettate sulle dichiarazioni e nessuno si trattiene. Ma è un canovaccio classico delle corse al seggio.

Salvini uber alles, comunque. L'uscita più recente, prima di andarsi a sedere ieri sera nella platea dell'Ariston di Sanremo ha tirato in ballo l'Islam che, sentendosi un giurista, ha definito anticostituzionale: «La questione culturale di fondo è se l'Islam, l'applicazione letterale del dettato di Maometto, è oggi compatibile con i nostri valori, con la nostra libertà e la nostra Costituzione. Ho fortissimi dubbi». Il corollario è stata la richiesta di chiudere tutte le moschee del Paese. Un'altra proposta è il ritorno della leva obbligatoria. Entrambe le uscite sono state bocciate dall'alleato-rivale, l'ex-Cavaliere Silvio Berlusconi. Ma Salvini non s'è arreso e su Twitter ha ribadito: «L'Islam non è solo una religione, è una legge. Io non voglio dare spazio in Italia a chi pensa che la donna valga meno dell'uomo». Tra le ultime proposte del capo padano va registrata pure la tassa sui robot, ispirata ai brevettati e paventati braccialetti elettronici di Amazon. In ogni caso, i migranti sono i grandi ispiratori per le sparate del Carroccio. Il candidato alla presidenza della Lombardia, Attilio Fontana, andrà come andrà, s'è già guadagnato un posto nel gotha dei seminatori di discordia per l'infelice uscita sulla «razza bianca» in pericolo per l'invasione africana. Ricordate? Se l'è cavata con uno scappellotto e con accurate disamine della Costituzione (è una fissa) che usa (e quindi sdoganerebbe) la parola «razza».

In questa campagna elettorale invisibile che preferisce le autostrade digitali alle strade reali, riducendo al minimo l'affissione di manifesti (e meno male), ci si può lanciare impuniti negli annunci più immaginifici. Tanto promessa e smentita si sommano e si annullano nello spazio di qualche bit. I CinqueStelle, figli di una piattaforma minore, sono quelli più allenati. E Di Maio che li guida non perde occasioni per farci sognare un Paese dei Balocchi. Per ingraziarsi il mondo dei coltivatori diretti, a Cavriago, in Emilia, ha proposto un ministero del Cibo (solo a sentirlo fa molto Indocina postcoloniale) che dovrebbe accorpare quello dell'Agricoltura e quello dello Sviluppo economico.
 
L'elenco grillino però è lunghissimo e viene da lontano, perché la contesa delle urne è cominciata da molti mesi. Ed è molto concentrata sul fisco. La parola chiave è abolizione, in pieno stile berlusconiano (in questo, comunque, come vedremo, in buona e bipartisan compagnia). Ha promesso l'abolizione dello spesometro, del redditometro e degli studi di settore. Peccato, o buon per lui, che lo spesometro è stato di fatto già abolito con la legge di Bilancio che ha varato la fattura elettronica obbligatoria. Il programma dei ragazzi di Beppe, presentato a suo tempo in pompa magna a Pescara ha cancellato il referendum sull'euro (o forse no), storico cavallo di battaglia del Movimento, ma ha mantenuto la generosa pioggia di denaro pubblico del reddito di cittadinanza e le pensioni minime portate a 780 euro. Ovviamente la riduzione (o, scialapopolo, l'abolizione) dell'Irap, la rimodulazione dell'Irpef per il ceto medio. E la correzione del Jobs Act che, in un primo momento, persino Forza Italia, intendeva cancellare, salvo una repentina marcia indietro. Tutte le proposte grilline sono totalizzano un giochetto stimato un centinaio di miliardi l'anno. Un altro tormentone che tiene assieme Lega e M5s è l'obbligo vaccinale, precisamente la sua eliminazione. Lo slogan è : «Vaccini sì, obbligo no». Alla faccia dei rischi per la salute pubblica.

Se si deve promettere bisogna farlo in grande. E a fare scuola è stato Berlusconi che sulle pensioni mira più in lato: mille euro al mese, come le celebri mille lire della canzone d'antan, anche per «quelle persone che hanno lavorato la sera, di domenica, durante le ferie estive, senza essere mai pagate», in una parola: le casalinghe. Poi via libera alla cancellazione del bollo auto, della tassa sulla prima casa (un evergreen), sulle donazioni, sulle successioni. Addio alla famigerata Equitalia (ma non doveva essere già essere scomparsa?), una pace fiscale con gli evasori e flat tax al 23 per cento per tutti, finanziata con un bel taglio alla spesa pubblica. Naturalmente c'è il reddito di cittadinanza trasformato in reddito di dignità. E non manca, alla voce sicurezza, un generico stop all'immigrazione, che non fa mai male. La proposta più suggestiva, influenzata dalla stretta frequentazione con Dudù resta il Codice per la difesa dei diritti degli animali. A mettere d'accordo tutto il fronte del Centrodestra (con una posizione moderata di Forza Italia) più i CinqueStelle è un'altra abolizione che viene riproposte in tutte le salse nei talk show televisivi. Il solito Salvini non vede l'ora di vincere «per stracciare la legge Fornero e farla piangere di nuovo».

Il partito democratico fatica a stare dietro alle magnifiche sorti che il Paese dovrebbe vivere dopo il 4 marzo. Però quando Matteo Renzi chi si mette qualche idea viene pure a lui come il «salario minimo legale» che si concretizzerebbe tra i nove e i dieci euro per ogni ora di lavoro, ma per gli economisti, sarebbe insostenibile per troppe aziende. E l'abolizione del canone Rai fresco di accorpamento con la bolletta dell'Enel. Poi pure lui s'è corretto in corsa parlando di un abbassamento per fasce sociali o una sua fiscalizzazione. Non va tralasciato Pietro Grasso, federatore di Liberi e Uguali, che promise l'abolizione delle tasse universitarie per beccarsi poi una reprimenda dal ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda: ricordò al presidente del Senato che attualmente già un terzo degli studenti usufruisce della detassazione per ragioni economiche e che la proposta avrebbe solo favorito le fasce più abbienti della società.

In tutto questo circo mediatico fa solo sorridere l'ultimo scivolone tv dell'intramontabile Ignazio La Russa, fratello d'Italia, che ha candidamente ammesso: «Vado spesso al cinema, sono cinofilo». Viene naturale nel pieno della canea elettorale.
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