«Solo 16 anni a Lino Sibillo
questa sarebbe giustizia?»

Giovedì 17 Maggio 2018 di Giuseppe Crimaldi
«Quando ti ammazzano un figlio è come se ti strappassero il cuore dal petto. Con la morte del nostro primogenito per noi è finito tutto. Campiamo e proviamo ad andare avanti solo perché ci sono altri tre ragazzi da mantenere e da far crescere. La giustizia? Io ci credo ancora, mia moglie non più: tra qualche giorno ci sarà la sentenza in Corte d’Assise per l’omicidio di Luigi. Ma se guardo al verdetto appena pronunciato in appello nei confronti di Lino Sibillo, uno degli artefici della faida di Forcella, allora mi cadono le braccia. Perché non si possono infliggere solo 16 anni a chi fu tra i promotori di quella mattanza». Alle cinque della sera ci sono luoghi nei quali non arriva più la luce. Nemmeno a maggio inoltrato, quando il sole tramonta tardi; e neppure se abiti al secondo piano di un alloggio comunale nel cuore del centro storico. Due vani, bagno e cucina a due passi da via Carbonara: è qui - in trenta metri quadri - che continuano a vivere Vincenzo ed Enza Galletta, i genitori di Luigi, assassinato a soli 21 anni senza un perché; o meglio: massacrato col piombo di una calibro 9x21 dal «diavolo» in un caldo pomeriggio dell’estate del 2015, nel pieno della faida scatenata dalla «paranza dei bambini» di Forcella. Luigi Galletta era estraneo alle dinamiche criminali. Un bravo ragazzo, un lavoratore che portava ogni giorno i 20 euro a casa e li custodiva in una cassettina per aiutare mamma e papà a tirare avanti ogni giorno. «Tre giorni prima di ucciderlo, di primo mattino - racconta il padre - quelli dei Sibillo andarono nell’officina in cui lavorava, proprio di fronte al Grand Hotel Caracciolo per chiedergli dove si trovasse uno dei “nemici”, i Buonerba. Non ottenendo risposta, gli spaccarono la testa con il calcio della pistola».

Fu solo l’anteprima della tragedia. Il diavolo, in quel caso, non era il Kaiser Soze dei Soliti Sospetti. No. Una delle anime nere che infiammava quei giorni di fuoco, di piombo e di lutti si chiamava Antonio Napoletano, alias ‘o Nannone, all’epoca minorenne: un violento, un ragazzino strafatto di cocaina che se ne andava con canne mozze e pistola spadroneggiando tra il Borgo Sant’Antonio Abate e via Oronzio Costa, l’enclave dei Capelloni, alias i Buonerba, alleati del clan Mazzarella e nemici giurati dei nuovi Giuliano. Sangue chiama sangue. E il drammatico copione venne rispettato anche allora. Ma a farne le spese - nella lugubre conta dei morti ammazzati da questa furibonda guerra di camorra combattuta nel cuore di Napoli - ci furono anche degli innocenti. Ragazzi che con la sporca guerra combattuta per il controllo delle piazze dello spaccio all’ombra di Castelcapuano (ormai algido simulacro di se stesso e di ciò che per secoli ha rappresentato un luogo in cui si amministrava la giustizia) nulla c’entravano. Insieme con Luigi Galletta a cadere senza un perché ci fu anche Maikol Giuseppe Russo, freddato «per errore» come ormai certificano le indagini, la sera del 31 dicembre del 2016. Oggi papà e mamma restano uniti nella disperazione ma divisi nelle aspettative. «Io non credo più in niente - dice la signora Enza, madre del 21enne che sognava di fare il meccanico accarezzando la sua fotografia - Non nella giustizia, e nemmeno più in Dio».

Lo dichiara quasi con pudore, e senza rabbia. Occhi azzurri, i suoi, che non hanno però perso luce. Alle cinque di un pomeriggio di sole in casa Galletta si vive nella penombra: «Ma noi - spiega papà Vincenzo - cerchiamo di risparmiare anche sull’energia elettrica, la luce l’accendiamo solo più tardi». Nella seconda stanza di questo appartamentino incastonato come una casetta del presepe, a monte dei vicoli che degradano su via Cesare Rosaroll e via Carbonara, su un letto matrimoniale dorme il figlio più piccolo dei Galletta. Ha solo 11 anni. Sul comodino una vaschetta di plastica in cui gira e rigira - quasi cercando luce e spazio - un pesciolino rosso. Che questa sia la casa di brava gente, di persone estranee alla camorra ci vuol poco a capirlo. «La causa contro i presunti assassini di mio figlio inizia il 28 giugno - prosegue Vincenzo - ma se devo dire la mia sul verdetto d’appello emesso due giorni fa nei confronti dei responsabili della “faida” devo dire che 16 anni inflitti a uno dei capi dell’organizzazione mi sembrano veramente pochi. Abbiamo tirato su quattro figli, tutti maschi, Luigi era il primo. Iniziò a fare l’operaio in un autolavaggio, ma voleva fare il meccanico, aveva “orecchio” per le moto, gli bastava ascoltare il rombo per indovinare marca e modello. Poi trovò posto da operaio in via Carbonara, nell’officina dove poi lo avrebbero ucciso. Usciva di buon mattino e tornava a sera tarda. Contribuiva alle spese di famiglia. Tre giorni prima di essere ammazzato qualcuno lo picchiò selvaggiamente: gente dei Sibillo. Volevano sapere dove si nascondesse un ragazzo legato ai Buonerba, ma lui non lo sapeva. Per non farci preoccupare, quella sera a casa s’inventò che aveva subìto un’incidente, che era caduto dalla moto procurandosi la ferita alla testa che invece gli aveva procurato il calcio di un’arma». Di quell’aggressione sapeva tutto il quartiere, ma gli ultimi ad apprenderlo furono proprio mamma e papà. E arriviamo a quel maledetto venerdì.

«Era il 31 luglio - ricostruisce Vincenzo Galletta - Nel pomeriggio sentimmo la gente urlare: “Correte, hanno sparato a Luigi” dicevano. Con il cuore in gola arrivai nell’officina, mio figlio era ancora vivo, nonostante i quattro colpi che gli avevano sparato al petto. “Papà aiutami, papà aiutami... Non voglio morire, sto morendo aiutami”...». Poi la corsa disperata in ospedale, l’operazione d’urgenza e il cuore che cessa di battere alle 22,35. «Da allora - conferma il padre di questa vittima innocente di camorra - non ho mai smesso di chiedere giustizia per mio figlio. Ci hanno distrutto la vita. Ci hanno strappato il cuore dal petto». E domani? «Domani per noi non esiste - risponde mamma Enza - Eppure vi dico una cosa, e su questo è d’accordo anche mio marito. Se solo avessimo avuto una possibilità di andarcene da qui, da questo quartiere, da Napoli... Allora sì. Per dare un futuro ai nostri ragazzi, più che per me e mio marito». Alle sei, dopo un’ora di conversazione con questi genitori simbolo di dignità e di coraggio, quel che resta del giorno è affidato all’amarezza di parole che pesano come macigni. Speranza, aspettative, futuro, figli, vita e morte sono pensieri, parole e concetti appesi al filo di un verdetto giudiziario prossimo venturo.
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