Napoli, campi rom spuntati ovunque:
oltre 2mila abitanti, l'ira dei residenti

Giovedì 14 Giugno 2018 di Gigi Di Fiore
Sono una realtà di 2230 persone. Molti sono a Napoli da diversi anni e quasi non ricordano più il loro Paese d'origine. È il mondo rom, diviso tra etnie differenti della ex Jugoslavia dai nomi incomprensibili. Dasikhané o korakhanè, che si aggiungono ai tantissimi romeni. Profughi della ex Jugoslavia, europei scappati da una guerra non lontana con carichi di stracci, miseria e capacità di adattamento. Commercio di rame, rivendita di materiale raccolto con sistematicità dai rifiuti, elemosina sono le attività principali di guadagno. Una bomba economica e sociale che ha proprio nella provincia napoletana, insieme con quella milanese e romana, i numeri più alti. Di presenze e di insediamenti.

UNA STORIA VECCHIA
Una bomba che viene da lontano, almeno dagli anni Novanta del secolo scorso. E la Prefettura ha il suo gran da fare a disinnescare le micce di proteste dei residenti contro gli insediamenti. In città, i campi non autorizzati sono tre, tutti in periferia, e hanno storia antica. Prendete via Mastellone a Barra dove, secondo le stime dell'assessorato comunale alle Politica sociali, vivono 450 persone. I rom hanno cominciato a trasferirsi in quest'area, a ridosso di una discarica, una decina di anni fa. Qui sono quasi tutti romeni, sistemati in baracche con tettoie di amianto tra pozzanghere e topi. Un anno fa, il Comune ha installato nel campo bagni e docce, ma l'allarme igienico-sanitario resta.

CUPA PERILLO
Ma è Cupa Perillo a Scampia l'insediamento abusivo più antico nel tempo. L'associazione onlus 21 luglio parla di «comunità di 106 nuclei familiari, originari principalmente della ex Jugoslavia, radicati da circa 30 anni nel tessuto sociale e urbano di Napoli». Qui, gli insediamenti rom risalgono al 1987, in un crescendo arrivato oggi a 650 persone. Un'area particolare: anni fa, era un insediamento riconosciuto. Oggi è «declassato» a campo non autorizzato. A luglio 2017, le tre aree di Cupa Perillo sono state sequestrate per uno sgombero. Fu premessa ad una vicenda ancora misteriosa: l'incendio doloso del 29 agosto di alcune baracche del campo dove abitavano 52 persone, tra cui 27 minori. Per loro soluzioni temporanee, con fondi e strutture del Comune. C'è un progetto definitivo, che incontra ostacoli, per la chiusura del campo e il trasferimento di tutti i 650 rom in una struttura controllata. Come la ex caserma Boscariello a Miano. Ma ci sono problemi.

 

Dal campo non autorizzato più antico a quello più recente. È a ridosso del Centro direzionale, in un'area sottoposta a vigilanza privata. Viene definito «insediamento spontaneo» e si trova nell'area dell'ex mercato ortofrutticolo di via Aulisio. Ci vivono 200 persone, tra romeni e rom provenienti dalla ex Jugoslavia. Alcuni stazionavano prima nella ex Manifattura Tabacchi che era stato il primo approdo per 250 persone che facevano parte dei 1200 sgomberati, per disposizione della Procura, dal campo irregolare di via Brecce a Sant'Erasmo nel quartiere Gianturco. È un insediamento su cui si affaccia l'Hotel Holiday del Centro direzionale, che ha protestato da tempo. Ma le trasmigrazioni e i movimenti di rom, non facilmente monitorabili, sono veloci.
I CENTRI COMUNALI
Con i campi non autorizzati, convivono i centri di accoglienza comunale regolari. Nell'aprile dello scorso anno, è nato il centro di via del Riposo a Poggioreale. Ospita 180 persone, che provengono dallo sgombero di via Brecce dove in prevalenza si erano sistemati romeni. Via del Riposo è un'area contestata, perché sotto sequestro per lo sversamento abusivo di rifiuti. Qui, il centro di accoglienza comunale ha preso il posto di un insediamento spontaneo. Il villaggio della solidarietà in via della Circumvallazione a Secondigliano, invece, nasce da lontano. Ha 18 anni ed è costituito da container con servizi igienici e allacci di acqua e corrente elettrica. Vi sono 650 persone per 92 famiglie. Fu realizzato dall'allora sindaco Bassolino, dopo l'incendio di un campo rom in via Zuccarini non lontano dalla metropolitana di Piscinola. Fu la reazione alla morte di una ragazza del quartiere, investita da un'auto guidata da un rom. La soluzione per il trasferimento fu la creazione del centro di accoglienza comunale.
IL CASO GIUGLIANO
Il terzo e ultimo centro comunale, nato nel 2005, è invece nella ex scuola Deledda a Soccavo. Qui vivono 100 persone, tutti romeni, trasferite da un insediamento spontaneo che si trovava vicino il cimitero di via Terracina a Fuorigrotta. Accoglienza difficile piena di problemi finanziari e assenza di spazi. Ma tra Napoli e provincia resta Giugliano uno dei casi più noti, con un insediamento rom tra i più grandi d'Italia. A Masseria del Pozzo, vicino una discarica di rifiuti tossici, vivevano 300 persone. Due anni fa, sono state sgomberate e trasferite in una baraccopoli su un terreno di una ex fabbrica di fuochi tra Giugliano e Qualiano. Il Comune ha un progetto per ospitare 260 persone in 44 strutture di un «eco-villaggio». Un progetto avallato dall'allora ministro Marco Minniti, che ha sbloccato 700mila euro dei due milioni e mezzo che occorrono. Sono i costi dell'accoglienza ai rom.
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