Konatè, immigrato colpito: «Amavo Napoli, ora la città sta cambiando, forse andrò via»

Sabato 23 Giugno 2018 di Rossella Grasso

Dell’auto che rallenta, il fucile a salve che sbuca dal finestrino e dei due balordi che gli sparano la notte del 21 giugno Bouyagui Konatè, malese di 22 anni, conserva con rabbia il ricordo. L’addome colpito è ancora dolorante ma lui ieri pomeriggio è sceso in piazza ugualmente per gridare «basta» agli episodi di razzismo. È arrivato al Plebiscito, davanti alla Prefettura, con un folto gruppo di malesi e migranti da ogni parte del mondo. C’erano anche i napoletani, le associazioni a supporto dei migranti e i centri sociali, al grido «siamo tutti Bouyagui». In piazza anche Luigi de Magistris con gli assessori Roberta Gaeta e Alessandra Clemente. «Noi che siamo qui, bianchi o neri, siamo contro la violenza – ha detto il sindaco – Salvini invece di predicare il razzismo porti più mezzi in città per la sicurezza». 

I MIGRANTI
Tra gli applausi, gli abbracci e le strette di mano Bouyagui ha detto la sua. «Napoli è una città accogliente. Da quando sono arrivato ho trovato tante persone che mi hanno aiutato ma questi episodi non devono più accadere». È preoccupato perché nei 4 anni in cui ha vissuto in Italia non aveva mai sentito così forte il vento di razzismo. «Uno che gestisce un paese come Salvini, può mai fare leggi contro le persone?». I connazionali di Bouyagui scesi in piazza sono pronti a non cedere alla violenza. Come Adam Koulibaly, che vive a Napoli da 4 anni. «Io mi sento napoletano – dice - Rispetto le regole, ho i documenti, sto prendendo il diploma. Non siamo banditi. Salvini sta usando gli immigrati solo per avere consenso. Io rimarrò qui e morirò qui, non abbiamo paura». Si sente accettato dai napoletani, che lo hanno preso subito in simpatia a partire dal suo cognome, come il calciatore. «Nessuno al mondo vorrebbe essere immigrato – dice suo fratello Ibrahim, presidente dell’associazione Mandè per i giovani richiedenti asilo – Se siamo qui è perché siamo vittime della nostra terra».

LA STORIA
Quella di Bouyagui è una storia di integrazione e riscatto. Il ragazzo è partito da Kremis a 16 anni. Per provare a salvarsi è partito da solo, lasciando a casa tutta la sua famiglia. Così è iniziato un viaggio attraverso l’inferno che è durato quasi due anni. A piedi nel deserto per raggiungere l’Algeria insieme a un manipolo di connazionali, poi un anno e mezzo in Libia. La parte peggiore è stata la traversata del Mediterraneo fino all’Italia: barche di fortuna su un mare che inghiotte centinaia di cadaveri. Bouyagui ce l’ha fatta ed è sbarcato a Catania ancora minorenne. Da lì è stato trasferito a Caserta in un centro per minori non accompagnati: compiuti 18 anni doveva trovare la sua strada. È arrivato a Napoli alla Less, la Onlus che lo ha accolto e lo ha aiutato ad ottenere la protezione internazionale.

 


IL RISCATTO
È a Napoli che inizia la sua storia di riscatto: «Napoli mi piace – dice – qui ho imparato tante cose e ho potuto mettere su un’attività». Grazie alla Less ha fatto vari corsi di formazione, dalla scuola per imparare l’italiano fino alla cucina. Una passione che in Mali non aveva ma che ha scoperto a Napoli. E a certe cose a 16 anni non ci pensi nemmeno. Dall’impresa di scappare dalla guerra e arrivare in Italia sano e salvo Bouyagui è passato a un’altra impresa, quella commerciale. «Con un gruppo di altri migranti abbiamo messo su Tobilì, un catering multietnico – racconta Bouyagui - Cucinavamo il nostro cibo tipico e lo servivamo alle feste. Siamo bravi, perché non mettere su un ristorante?». Così a ottobre 2017 nasce Kikana, in via del Parco Margherita. Bouyagui sta ai fornelli aiutato da ragazzi dell’Iran, del Mali e della Somalia che servono piatti dai nomi impronunciabili ma davvero buoni. «Sono stato anche in TV a Masterchef – racconta orgoglioso – il concorrente Davide doveva cucinare un piatto tipico del Mali sotto mie indicazioni».

TORNARE IN MALI
«Sono sempre stato bene a Napoli – dice – ma le cose stanno cambiando e non sono più sicuro di volerci rimanere. Se qua mi sparano non è meglio morire a casa mia?». In Mali la situazione politica è ancora molto instabile ma Bouyagui sta pensando di tornare comunque nella sua terra, nonostante abbia rischiato la vita per lasciarla. «Non credo più nella giustizia italiana – dice con amarezza – stanno succedendo troppe violenze e questo è solo l’inizio». 

Ultimo aggiornamento: 24 Giugno, 08:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA